Costruire sociale. Architettura come evento

by • 25 settembre 2017 • Professione e Formazione801

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Diébédo Francis Kéré (+ Fulvio Irace)

 

È una galleria dell’architettura affollatissima quella che accoglie la conferenza pomeridiana di Diébédo Francis Kéré, probabilmente l’architetto dell’anno dopo la conclusione della mostra monografica “Radically Simple” (Architekturmuseum der TU München) e, soprattutto, il prestigioso incarico di progettazione del Serpentine Pavilion a Hyde Park.

Con questa struttura lignea, che ha i colori e la trama delle stoffe tradizionali del Burkina Faso, Kéré si è mostrato al panorama architettonico europeo, offrendo una lezione in bilico tra l’«ingenuo» e il «provocatorio», secondo le parole di Fulvio Irace. Il padiglione, infatti, è modellato come un grande albero/copertura, in grado tuttavia di raccogliere acqua piovana al centro: se la pioggia londinese è talmente quotidiana da essere fastidiosa, in Burkina Faso è essenziale per la vita.

Kéré è ben consapevole del «privilegio» che gli ha permesso, dopo fatiche e opportunità, di diventare uno dei più attivi professionisti non solo del Burkina Faso (suo paese natale) e della Germania (suo paese adottivo), ma del mondo intero: è il «privilegio dell’educazione», che ha dato gli strumenti al giovanissimo Francis per prima imparare a leggere e costruire e, dopo, tornare indietro e insegnare. Dopo aver studiato presso la TU di Berlino, oggi Kéré divide la sua vita tra lo studio in Germania e i numerosi progetti tra Africa e Europa.

La sua è un’architettura materica, che nasce dalle specifiche esigenze della comunità (una scuola, un liceo, una clinica) e la cui «vocazione sociale», come ricorda Irace, «non è uno slogan politico, ma una pratica progettuale». Costruire, in Burkina, è un «grande evento» per la società intera e la chiave di un buon progetto sta proprio nel dialogo tra chi lo ha pensato, chi lo costruisce e chi lo utilizzerà. Kéré, infatti, non si limita al disegno dell’architettura, ma si immerge nel cantiere con le mani sporche di polvere; realizza modelli in scala 1:1 per insegnare il funzionamento delle strutture a chi non sa leggere una pianta; introduce, lentamente, miglioramenti tecnologici a sistemi costruttivi locali. L’architetto vuole andare oltre la dicotomia Europa-Africa, uscendo dalle dinamiche del pensiero colonialista: non intende né usare stilemi europei per un’architettura africana, né elogiare il proprio continente come unica fonte di ispirazione. Consapevole di essere «un nano sulle spalle di giganti», Kéré ricerca un’evoluzione continua delle tecnologie costruttive per non cadere nella mera ripetizione del passato e raggiungere sempre un miglioramento della qualità architettonica, che si riflette in una qualità di vita.

Davanti ai nostri occhi di privilegiati alla nascita, l’entusiasmo genuino di Kéré si scontra con i nostri atavici sensi di colpa («come possiamo donare soldi alla tua fondazione», chiede Irace) e le nostre insicurezze («come si insegue un sogno», chiede un uditore dal pubblico). L’architetto risponde tuttavia con maggiore entusiasmo, affermando che «la migliore donazione sono le idee e le conoscenze» e che alla base di ogni ricerca vi è «l’ingenuità, che è l’inizio di ogni scoperta».


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