Sean Godsell, o della tirannia della distanza

by • 19 settembre 2017 • Reviews279

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Il secondo giorno di “Costruire, abitare, pensare” ha visto la lezione del maestro australiano Sean Godsell, introdotto da Francesco Dal Co

 

Nato a Melbourne, Sean Godsell affronta le prime esperienze lavorative in Europa, in particolare nel Regno Unito. Rientrato in Australia, crea nel 1994 il proprio studio. Si specializza attraverso un master e con l’attività professionale nella residenza contemporanea tipica del suo paese.

La sua opera, percepita come altamente innovativa, trova spazio in numerose riviste di settore internazionali. Riceve da quel momento prestigiosi incarichi come conferenziere e numerosi riconoscimenti per le sue opere. Dal 2013 ha rapporti con l’Italia, in particolare con l’Università Iuav e la sezione italiana dell’Unesco. La sua opera nel nostro paese non è tuttavia molto conosciuta e non risulta popolare come quella di altre star del settore. Il suo studio, d’altronde, è di dimensioni estremamente ridotte: 2 componenti oltre al titolare.

Godsell mette al centro della propria ricerca alcuni temi centrali dell’architettura: il rapporto struttura-rivestimento, quello vuoto-pieno, l’importanza della tradizione e il tema della distanza. In particolare, quest’ultima viene vissuta dal protagonista, come da molti australiani, come una tirannia: il paese è enorme e prevalentemente desertico, in molti casi risulta pertanto difficile approvvigionarsi dei materiali da costruzione. Pertanto è fondamentale fare di necessità virtù, imparando a utilizzare quello che è a disposizione in loco.

Passano in rassegna soprattutto le realizzazioni più recenti che hanno comunque lasciato un segno nella sua carriera oramai più che ventennale: l’MPavilion realizzato una manciata di anni fa, collocato originariamente in uno dei grandi parchi di Melbourne, per ospitare performance, letture e altre forme di spettacolo (sull’esempio della Serpentine Gallery londinese); l’RMIT Design Hub, sede del Royal Melbourne Institute of Technology, deputata a contenere le attività accademiche e di ricerca per i programmi di design, è caratterizzata da una pelle esterna tecnologica, in grado di schermare automaticamente il sole e di produrre energia attraverso celle fotovoltaiche, entrambe dalla curiosa forma rotonda e sostituibili nel tempo a seconda del progredire dell’efficienza nel solare fv; tra le residenze unifamiliari recenti spicca sempre, per la ricerca su schermature e filtraggio della luce, la Green House, una piccola abitazione urbana con molteplici aperture sul tetto richiudibili o apribili a seconda delle esigenze climatiche; il marchio di fabbrica dell’architetto restano però le residenze isolate nella natura, come la premiatissima St. Andrews Beach House dei primi anni duemila, un lungo cannocchiale sopraelevato con vista sull’oceano, dal tipico rivestimento esterno in acciaio cor-ten e dalla peculiare distribuzione delle stanze, attraverso un corridoio che corre lungo tutta l’abitazione e solo parzialmente protetto dagli agenti climatici (questa, va detto, era una richiesta del cliente che desiderava in questi spazi recuperare la propria umanità dopo una settimana di lavoro e permettere di fare i conti con la propria e altrui fragilità come esseri umani).

A fronte di un pubblico numeroso, al termine si è verificata un’inspiegabile mancanza di domande dalla platea, cosa che ha portato a una rapida conclusione dei lavori, con un Godsell stupito per l’occorrenza evidentemente rara (pare che apprezzi molto invece l’interazione con il pubblico).


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