Ma non dimentichiamo i cimiteri di campagna

by • 8 agosto 2017 • Mosaico, Patrimonio2674

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Mentre la CEI avvia (finalmente) il censimento degli edifici di culto, perdura l’assordante silenzio sul patrimonio storico cimiteriale abbandonato

 

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Un tema dimenticato

“Ognun per sé!”, come recitava il film di Giorgio Capitani del 1968. Questa sembra essere diventata la “strategia” per la gestione del patrimonio artistico e culturale italiano. E così, mentre la CEI si preoccupa di documentare il proprio patrimonio immobiliare, lo Stato, nella frammentazione dei suoi apparati e delle rispettive competenze, consente che parte di esso finisca in totale abbandono. Se i riflettori sono ora (per fortuna) puntati sugli edifici di culto, il silenzio è calato da molto tempo sui piccoli cimiteri di provincia, spazi una volta annessi alle chiese, luoghi di manifestazione degli atti di pietas delle comunità locali, poi in gran parte divenuti di proprietà comunale, già a partire dall’età dei Lumi. Ma il cimitero di campagna, luogo di pace spirituale indissolubilmente legato alla comunità che si raccoglieva intorno alla parrocchia e ne condivideva le sorti, sembra ormai essere stato dimenticato, tanto dai censimenti quanto dalle carte geografiche.

 

Grandi numeri e loculi…

Questa moltitudine di piccole aree recintate, disseminate a distanza regolare nei luoghi più caratteristici del territorio regionale, sta progressivamente scomparendo sostituita dai cimiteri urbani, che vantano numeri assai più cospicui di sepolture. Le amministrazioni pubbliche, ormai uniche depositarie di gestione e manutenzione dei campisanti, bandiscono concorsi per la realizzazione di nuovi spazi sepolcrali o ampliamenti degli esistenti, caratterizzati dalla necessità di “fare spazio”, sfruttando al meglio le superfici esistenti per rispondere a uno dei numerosi effetti di una società che invecchia e muore più rapidamente di quanto riesca a rigenerarsi. I modelli richiesti (e proposti) sono ancora i loculi, “casellari” simili a piccionaie (appunto colombari) dove tutto si prova tranne che senso di sacralità per il luogo. Qui, i defunti vengono chiusi dietro a un setto di mattoni, impilati gli uni a fianco agli altri in pareti o corridoi dove è facile assistere a improbabili “arrampicate alpine” per depositare un fiore di plastica di fronte a un lumino elettrico affisso a cinque metri da terra. Ma si può anche rimanere increduli di fronte a procedure d’inumazione che richiamano le opere edili per la realizzazione delle fondamenta di un edificio, piuttosto che il “premuroso ricovero” del defunto, tumulato infine sotto lastre di marmo o granito, da scegliersi a catalogo presso marmisti “convenzionati”, alla disperata ricerca di originalità per rispondere – ancora una volta – al bisogno di marcare il proprio territorio, anche quello di sepoltura. Ognun per sé…

 

vs un progetto paesaggistico integrato

La necessità delle amministrazioni di provvedere ai grandi numeri ha distratto l’attenzione comune dalla miriade di spazi di sepoltura di altissimo pregio architettonico distribuiti “a rete” sul territorio ogni 5 km circa. La quasi totalità dei piccoli cimiteri rispondeva a regole semplici e tipologicamente riconoscibili, esempi di comunione fra oggetto (cimitero) e ambiente naturale (radure, boschi, percorsi di avvicinamento ecc.): un muro di cinta alto 2,50 metri, lungo circa 15×15 metri (multipli e sottomultipli), la cappella, i cipressi all’ingresso, il sentiero di accesso. Una scala dimensionale familiare e “accogliente”, che dimostra d’influire sulla percezione degli spazi e delle emozioni di chi osserva, come aveva ampiamente documentato Robert Auzelle in Dernières Demeures. La collocazione ha sempre prediletto le posizioni alte, sia per questioni igieniche che per rispetto a quella topologia insediativa tramandata dalla cultura celtica, greca e romana che individuava negli hauts lieux il luogo sacro per antonomasia. Ma esso è anche l’osservatorio architettonico privilegiato di un insieme paesaggistico unico, immediatamente percepibile anche dall’interno del recinto sepolcrale. Oggetto di salvaguardia, pertanto, non può essere solo il luogo di sepoltura in quanto “costruito” – la chiesa in primis ma anche il cimitero – ma tutto il complesso di elementi che contribuiscono a renderlo prezioso: croci, cancelli, muri, prati, alberature, cespugli, lapidi, cippi, sentieri, cappelle, ex voto ecc.

Il progressivo spopolamento delle aree minori e gli apparentemente inarrestabili processi d’inurbamento hanno determinato l’abbandono dei nuclei residenziali limitrofi a tali realtà cimiteriali, causandone l’inevitabile degrado fisico. Le curie hanno ceduto chiese e spazi sepolcrali annessi, le amministrazioni civiche hanno ritenuto inutile o diseconomico mantenerli e ne hanno demolito i muri di cinta e asportato i cancelli a dimostrazione dell’avvenuta sconsacrazione dell’area, condannando così questi luoghi a inevitabili azioni di saccheggio e vandalismo. Le strade di accesso ai cimiteri non sono più curate, e i boschi che li delimitavano non vengono più manutenuti.

 

Le potenzialità della valorizzazione

In occasione del bicentenario dell’Editto di Saint Cloud, nel 2004 la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna (in collaborazione con ACSE, Association of Significant Cemeteries in Europe) organizzò il convegno internazionale “All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne…” per discutere il tema del rapporto fra luogo di sepoltura e città. Nell’occasione, chi scrive documentò lo stato di abbandono dei piccoli cimiteri parrocchiali della Collina bolognese, insistendo sulla necessità di un loro recupero e rifunzionalizzazione mediante il progetto di un “Parco collinare delle Rimembranze”.

Il recupero dei cimiteri abbandonati può, infatti, diventare una risposta a un problema concreto, il volano per una serie di opere di restauro e di progettazione architettonica e del paesaggio che non può avvenire senza l’impegno coordinato di tutte le figure interessate: curie, comuni, regioni, soprintendenze, enti preposti alla manutenzione di strade e boschi ecc. I numeri a disposizione non sono certamente quelli dei cimiteri urbani ma, nell’insieme, i cimiteri di provincia potrebbero benissimo assolvere alle funzioni di ossari e cinerari, possibile risposta per conferire nuovamente dignità al luogo e rispetto ai defunti.

Questa ipotesi per una campagna di restauro e riuso dei cimiteri costituisce l’ennesima possibilità di rilanciare una “Economia della Cultura”, non solo e semplicisticamente legata al turismo e alle innumerevoli sagre paesane tanto pubblicizzate. Un’economia capace di contribuire a invertire gli orientamenti occupazionali e quelli di progressivo abbandono dei centri minori. Essa richiamerebbe forza-lavoro per la manutenzione degli edifici e degli elementi sepolcrali ma anche di tutto l’intorno, delle strade, delle scoline per la raccolta delle acque piovane, dei boschi; di tutto ciò che contribuisce a rendere tale un paesaggio, in un ambiente fragile come quello che il nostro Paese dimostra essere a ogni cambio di stagione.

Ma, ancora una volta, è necessario istituire una rete di figure coinvolte e interessate. Tutt’altra cosa dal comune sentire dell’“ognun per sé”.

 

Immagine di copertina: Cimitero di Amola, particolare del muro di cinta con il paesaggio delle colline bolognesi sullo sfondo (© Jacopo Gresleri)

 

 

 


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