Da Gabetti & Isola a Isolarchitetti, l’impegno nella continuità (e il peso di un brand)

by • 19 luglio 2017 • Inchieste372

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Dalla produzione architettonica religiosa dei due maestri ai nuovi progetti dello studio Isolarchitetti, il difficile tentativo di reinterpretare la tradizione senza cadere nei cliché

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Guardando allo stato attuale dell’architettura sacra non è certo possibile ignorare il fondamentale apporto teorico e progettuale di Roberto Gabetti e Aimaro Isola, il cui sodalizio si è più volte interfacciato con il progetto e la costruzione di chiese.

Per mezzo secolo, dai primi anni ’50 fino alla scomparsa di Gabetti nel 2000, il duo piemontese ha portato avanti un discorso intenso e appassionato sugli edifici di culto che mai si è limitato alla sola architettura ma si è spesso interconnesso con la dimensione liturgica. Dal «francescanesimo tecnologico» (la definizione è dello storico dell’architettura contemporanea Sergio Pace) della chiesa-capannone dei Santi Apostoli di Piossasco (Torino, 1969-1973, con Luciano Re), al monastero delle carmelitane scalze di Quart (Aosta, 1984-85, con Guido Drocco), dalla chiesa parrocchiale Sacra Famiglia a Roccabruna (Cuneo, 1993-2001, con Flavio Bruna) fino alla chiesa di San Giovanni Battista a Desio (Milano, 1994-1995, con Flavio Bruna), Gabetti e Isola hanno progettato e costruito chiese nei contesti più disparati, dalle periferie del boom economico alle valli alpine.

Nonostante le differenze di circostanza, le chiese di Gabetti e Isola nascono con un denominatore comune che è il luogo, il paesaggio che le genera e le ingloba. Se le realizzazioni alpine sono quasi nascoste dal vasto orizzonte che le abbraccia e le modella, tra alberi e curve di livello, le chiese delle periferie urbane sono analogamente figlie del loro contesto e della sua tessitura stradale. Per citare ancora Pace, Gabetti e Isola costruiscono «chiese che non siano templi», dove la dimensione mistica e la poetica autoreferenziale sono accantonate a favore di un attento discorso sulla comunità religiosa che ne vive quotidianamente gli spazi. Le chiese di Gabetti e Isola sono prima di tutto luoghi di liturgia, dove la preghiera diventa il fulcro del vivere comunitario. Non a caso, infatti, gli stessi architetti non si sono solo confrontati con la costruzione di nuove chiese ma anche con l’adeguamento liturgico (richiesto dal Concilio Vaticano II) di alcune tra le maggiori cattedrali italiane – Firenze, Pisa, Piacenza – e con il complesso tema delle architetture temporanee: le strutture pensate per le ostensioni della Sacra Sindone (Torino, 1998 e 2000) e la tenda-palco per la messa del papa (Torino, 1998), per quanto effimere, non sono meno ricche di attenti studi sulla liturgia cattolica. Nonostante il lungo percorso professionale, lo studio non ha mai avuto la presunzione di risolvere il tema dell’architettura sacra, né di quasiasi altra architettura: nelle parole dello stesso Gabetti, «Non ha senso sperare che un tema – ogni tema – sia risolto una volta per tutte».

La morte di Gabetti ha purtroppo interrotto lo stretto dialogo umano e professionale tra i due architetti. Ciononostante, lo studio Isolarchitetti (al cui interno Aimaro Oreglia d’Isola – classe 1928 – ancora guida il lavoro del figlio Saverio e degli altri partner Flavio Bruna, Andrea Bondonio, Michele Battaggia, Stefano Peyretti) prosegue l’impegno nella progettazione di architetture sacre che, tuttavia, faticano a raggiungere la coerenza linguistica della passata produzione, sebbene talvolta ne riproducano alcuni stilemi come in un patchwork (il colonnato in laterizio, le finestre-lunetta, ecc.). Gli attuali progetti per nuove chiese da costruirsi nello sfrangiato hinterland di Torino (a La Loggia e a Savonera) dovrebbero sapersi fare profezia di un’architettura figlia della comunità che la vive e filtro – per dirla con Isola – tra «materia e paesaggio»; un’architettura volta a far risuonare la «gioia antica e sempre nuova dell’abitare».


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