Ritratti di città. Beirut vivace e spregiudicata

by • 10 luglio 2017 • Città e Territorio, Mosaico2931

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Le vicissitudini di una città colpita dalla guerra, smaniosa di affermarsi attraverso la ricostruzione (con il coinvolgimento di grandi firme) e sensibile verso la riscoperta (fuori tempo massimo?) del patrimonio storico

A ormai più di venticinque anni dalla fine della guerra civile in Libano, e in un momento in cui il Medioriente è di nuovo scenario di numerosi altri conflitti, è interessante analizzare i processi che hanno portato alla ricostruzione del centro di Beirut.

A seguito delle gravi distruzioni causate da una guerra durata quindici anni, Beirut è ancora oggi la scena di un vivo dibattito architettonico che l’ha proiettata, tra concorsi vinti e cantieri bloccati, riprese e ripensamenti, errori e polemiche, ambizione a proporsi come “garden city” e indifferenza verso la perdita quasi totale del suo patrimonio archeologico e architettonico, a divenire il centro culturale ed economico del Vicino Oriente.

Città di storia cosmopolita, i danni maggiori al suo patrimonio architettonico e alla consistenza del paesaggio urbano sono attribuibili alle controverse decisioni politiche che, al termine della guerra, hanno decretato il prevalere degli interessi economici e di una visione proiettata in senso internazionale a discapito della salvaguardia delle componenti identitarie e culturali.

Le trasformazioni urbane storiche

Come la maggior parte delle città del Medioriente, le origini di Beirut sono molto antiche e risalgono ad un insediamento cananeo dell’età del bronzo fondato su di un piccolo promontorio sulla costa sudorientale del Mediterraneo, ai piedi della catena montuosa che attraversa il Libano.

La città non ha mai avuto un ruolo particolarmente rilevante nella storia urbana della regione: prima all’ombra di Tiro, Sidone e Byblos, poi dei principali insediamenti seleucidi e delle colonie romane è diventata infine, in seguito alla conquista mamelucca e alla definitiva defezione dei Crociati, parte integrante dei possedimenti musulmani.

Ma è stata la conquista ottomana del 1516 a segnare la fortuna economica e architettonica di Beirut e la sua ascesa a centro commerciale e culturale del Medioriente, fino a quando la città è passata sotto controllo francese nel mandato del Grande Libano (1920-1942).

Nel paesaggio urbano di Beirut oggi rimangono ben poche tracce dell’eredità architettonica ottomana. Il cuore di quella che era una città giardino fatta di ville dotate di grandi logge affacciate sul Mediterraneo è stato profondamente trasformato dagli interventi urbani a larga scala attuati dai francesi: qui i piani veicolati da Rene Danger e Michel Ecochard hanno seguito, con le loro componenti di rottura e di continuità con l’epoca tardo ottomana, i principi di “buone pratiche” urbanistiche (igiene, mobilità, estetica e necessità di modernizzare la città “orientale”) che, tra il 1850 e il 1950, il mondo occidentale ha esportato dall’Egitto al Marocco, dall’Algeria alla Siria, passando per la Tunisia, nella pratica della pianificazione urbana delle colonie mediterranee. L’esito di queste trasformazioni, che possono essere comprese solo se si analizza lo scenario fatto di teorie, pratiche e trasferimento di saperi e conoscenze tra il centro e le colonie, ricorda da vicino gli episodi più recenti di trasformazione urbana post-bellica.

La guerra civile libanese, che tra il 1975 e il 1990 ha visto Beirut come il suo campo di battaglia principale, ha avuto quindi come scenario un paesaggio urbano già profondamente modificato nei suoi caratteri identitari, ma che alla fine degli scontri non era ancora totalmente distrutto.

 

Solidere, le demolizioni e la memoria selettiva

Le foto scattate da Gabriele Basilico a un anno dal cessate il fuoco sono a lungo rimaste nella nostra memoria come testimonianza delle devastazioni causate dalla guerra civile nel centro di Beirut.

Il processo di ricostruzione, avviato nel 1992 da Rafiq al-Hariri con la fondazione di Solidere (acronimo di Société libanaise de reconstruction), e finalizzato a rendere nuovamente Beirut la capitale del mondo arabo, è stato lungo e non facile, interrotto da nuove guerre e rappresaglie tra cui la “rivoluzione dei cedri”, la “guerra del Libano”, le azioni di Hezbollah, e ancora oggi non è concluso.

Per realizzare i suoi piani di ricostruzione, Solidere ha sacrificato l’86% dell’area del Central District, demolendo gli edifici esistenti e ricostruendo il centro di Beirut come una moderna city occidentale in cui sedi istituzionali e finanziarie convivono con edifici residenziali multipiano, intervallati da qualche lacerto delle tracce storiche ed archeologiche debitamente selezionate o a volte solo fortuitamente preservate come inconsapevoli reperti di una “memoria selettiva”.

Se la demolizione degli antichi suq e la loro ricostruzione nei pressi delle antiche mura urbane ha portato, durante quella che era ormai una fase avanzata della realizzazione della nuova galleria commerciale progettata da Rafael Moneo, al ritrovamento di reperti che sono stati faticosamente parzialmente integrati nel progetto, la realizzazione del “Landmark” di Jean Nouvel è stata bloccata in seguito al ritrovamento inatteso dei resti della porta della città romana.

Nella stessa area del suq altri edifici, quali il North Souks Department Store progettato da Zaha Hadid Architects, sono ancora in corso di costruzione, mentre il vero fulcro urbano si sta spostando nell’area adiacente di Minet el Hosn in cui sono in costruzione le tre torri di Norman Foster, la torre di appartamenti Beirut Terrace di Herzog & de Meuron e il 1338 Mina el Hosn di Peter Marino, edifici che hanno conferito fama all’operazione ancor prima della loro realizzazione.

 

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Spazi pubblici e identità culturale

Le polemiche sulla spregiudicatezza con cui è stata condotta la ricostruzione del distretto centrale di Beirut, non solo negando la possibilità di “dare luce” all’identità locale e ai diversi strati della storia ma anche distruggendo il patrimonio storico salvato dalle pesanti ristrutturazioni francesi, hanno aperto la strada ad alcune recenti iniziative volte a sensibilizzare verso una progettazione più attenta a valorizzare le tracce del passato all’interno del progetto dei pochi spazi pubblici realmente fruibili, in un contesto urbano altrimenti conformato da compound separati e costantemente presidiati.

Al 2013 risale la risistemazione dell’area del Roman Bath come giardino pubblico, ad opera dello studio inglese Gillespies. I resti delle terme, scoperte nel 1968-1969 e restaurate a metà anni ’90, sono stati integrati in un giardino pubblico terrazzato progettato sul fianco della collina del Serraglio, nei pressi del Parlamento, con l’intento di ricostruire il clima del giardino mediterraneo antico.

Nel 2014 è stato riaperto al pubblico il giardino Renè Moawad nel quartiere di Sanayeh, uno dei più astratti e intensi giardini ottomani del Novecento. Il giardino, fondato nel 1907 da Sultan Abdul Hamid II, è stato restaurato ad opera della Azadea Foundation, una ONG che opera nel recupero e rivalorizzazione delle aree verdi del Libano.

Diversa la sorte del Garden of Forgiveness, il giardino del perdono, in attesa di essere realizzato. Circondato da luoghi di culto di diverse religioni, si trova nei pressi della Piazza dei Martiri e della linea verde, una zona classificata come non aedificandi nel masterplan di Solidere. Nel 1998, lo studio Gustafson Porter + Bowman, che ha in anni più recenti realizzato il Zeytouneh Square nell’area di Minet el Hosn, si è aggiudicato la vittoria del concorso con un progetto evocativo dei variegati paesaggi libanesi.

 

Tra rimozione e ripresa di coscienza

Mentre nell’area di Minet el Hosn continua la costruzione dei nuovi edifici green multipiano che, proiettati in una visione eurocentrica, inquadrano la vista dalla Corniche, numerosi attivisti libanesi continuano a lottare per preservare le ultime testimonianze significative del patrimonio architettonico locale. Essi chiedono nuove leggi per proteggere gli edifici storici dalla distruzione, fagocitati dalle logiche attuali di sviluppo urbano e da normative obsolete che incoraggiano i proprietari a demolire per ricostruire nuovi edifici multipiano.

Simbolo di questa battaglia è la Red House, uno degli edifici più antichi del quartiere storico di Hamra, e una delle ultime due case con tetto rosso rimaste a Beirut, rimossa, per volere dei proprietari e con tanto di firma del ministro, dall’elenco dei beni architettonici protetti. Insieme alla Rose House e alla fabbrica di birra Laziza, costruita negli anni ’30 ad Est di Beirut nell’area di Mar Mikhael, la Red House è divenuta il simbolo di questo processo di rimozione della memoria culturale, iniziato con i francesi e proseguito con Solidere, in cui il patrimonio architettonico locale soccombe alle logiche dell’economia, e per la cui protezione si sono recentemente attivate diverse ONG libanesi tra cui Save Beirut Heritage (SBH) e Association for the Protection of the Lebanese Heritage.

In questo clima di rinnovato dibattito due altri siti sono stati oggetto di attenzione e inseriti nella lista dell’Heritage Watch Day del World Monument Fund. Si tratta della penisola di Dalieh of Raouche, un promontorio naturale con tracce di 7000 anni di storia, e l’Heneine Palace, uno dei pochi palazzi del 1800 ancora sopravvissuti nel Zokak el Blatt, uno dei quartieri più antichi della città, all’attacco della speculazione edilizia.

Quali prospettive per il Medioriente?

A più di venticinque anni dalla fine della guerra civile, l’avvio di un dibattito orientato verso la richiesta di uno sviluppo urbano che spazi tra protezione del patrimonio esistente e crescita coordinata non può non portare a pensare al futuro e alle scelte che dovranno necessariamente essere effettuate quando finalmente gli altri conflitti che stanno pesantemente distruggendo il paesaggio urbano della regione saranno giunti al termine. Alla luce di tale scenario (si pensi ad esempio ai recenti fatti di Mosul o ad Aleppo), è lecito chiederci se sia questo il futuro che prospettiamo per la ricostruzione delle città del Medioriente. Esistono altre prospettive, oltre a quelle suggerite dalla “memoria selettiva” di un’economia imperante? Sapremo imparare da Beirut?


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