Non più chiese per la liturgia; chiese come liturgia!

by • 9 luglio 2017 • Inchieste1411

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Goffredo Boselli, monaco del monastero di Bose, riflette sulla liturgia che comprende nella sua definizione gli elementi che costituiscono una chiesa e in futuro l’edificio nella sua interezza

 

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Guardando alle chiese costruite in questi ultimi 25 anni, viene da chiedersi se la centralità del tema liturgico ne sia stata la misura. Ora, se per “centralità del tema liturgico” s’intende la disposizione dei poli liturgici e l’assetto dell’assemblea, va riconosciuto che la liturgia ha svolto un ruolo, se non centrale, almeno molto rilevante nelle chiese realizzate negli ultimi due decenni in Italia, per limitarci al nostro Paese.

La maggior parte degli architetti si è mostrata sensibile al dato liturgico e attenta alle esigenze poste dal liturgista, divenuto una figura generalmente influente all’interno dei gruppi di progettazione. Pertanto, assai rari e isolati sono quei progetti nei quali la configurazione dell’aula assembleare è inadeguata alla celebrazione, nei quali il significato dell’altare, dell’ambone, della sede e del fonte battesimale sono travisati, oppure nei quali si riscontrano gravi incoerenze o evidenti errori d’impianto liturgico.

D’altra parte però, la “centralità del tema liturgico” nella realizzazione di una chiesa non può esaurirsi nella semplice collocazione dei poli e neppure nella disposizione dell’assemblea. Una chiesa, infatti, non è un contenitore neutrale all’interno del quale si collocano degli oggetti e si celebra la liturgia cristiana. Tutti gli elementi che fanno di un edificio una chiesa non permettono semplicemente la celebrazione e neppure sono soltanto a suo servizio ma ne sono parte integrante: essi stessi sono celebrazione. In un prefabbricato vi si può mettere tutto quello che serve per celebrare eppure non diventa una chiesa, ma resta un prefabbricato adibito ad aula liturgica.

Per questo, l’autentica “centralità del tema liturgico” si realizza quando la progettazione di una chiesa mostra di essere fin dall’inizio consapevole che, attraverso tutti gli elementi che la compongono e la contraddistinguono, essa è l’esito dell’ispirazione liturgica che l’ha originata. La liturgia, infatti, non può essere ridotta al mero rito celebrato con le sue leggi e i suoi tempi, ma è un dato permanente iscritto nelle pietre, nelle forme, negli spazi, nella luce e in tutti gli elementi che fanno una chiesa. Questo significa che la forma di una chiesa, la sua posizione rispetto al ciclo solare, i materiali utilizzati, la progettazione della luce naturale come di quella artificiale, la configurazione acustica, la scelta cromatica, il programma iconografico devono essere ispirati dal tema liturgico tanto quanto lo sono l’assetto dell’assemblea, la creazione artistica dei poli liturgici e la loro collocazione.

Pertanto, parlare di “ispirazione liturgica” significa comprendere che la liturgia è una realtà che trascende infinitamente il rito pur implicandolo e, per questo, necessita del frutto della terra, della cultura e del lavoro dell’uomo non solo con il pane e il vino materia dell’eucaristia ma anche dei frutti della terra, della cultura e del lavoro dell’uomo indispensabili alla costruzione di una chiesa.

Materiali primari come la pietra e il legno, ad esempio, fatti oggetto dell’arte umana della trasformazione e della lavorazione, una volta che sono componenti dell’edificio liturgico diventano realtà spirituali che sono e fanno liturgia, ossia che esprimono e interpretano la fede di un popolo e in tal modo celebrano Dio. Senza dimenticare che biblicamente anche il sole, la luna, le stelle, i monti, gli alberi e gli animali celebrano la liturgia, come canta il salmo 148.

In altri termini, realizzare una chiesa significa creare una realtà da sé stessa celebrante, dove gli spazi, i materiali, la luce, le immagini, i suoni e quant’altro non sono semplici oggetti ma veri e propri soggetti della celebrazione, perché la loro qualità teologica propria è quella di realtà concelebranti. Quando, ad esempio, in una chiesa l’azione (e non la mera funzione) della luce naturale non è pensata ma improvvisata, l’atto liturgico proprio della luce viene annullato. Se la luce è insignificante se non addirittura problematica, lo spazio liturgico è depauperato della sua capacità celebrativa. Allo stesso modo, se l’acustica di una chiesa è pessima, impedisce al suono delle voci e degli strumenti musicali di concelebrare, divenendo così un ostacolo alla celebrazione, in particolare al ministero sacramentale della Parola. La liturgia tende a realizzare o perlomeno evocare l’armonia cosmica.

Se la riforma liturgica del Vaticano II ha operato il fondamentale passaggio dal presbitero unico celebrante all’assemblea soggetto della celebrazione e oggi, grazie al Catechismo della Chiesa Cattolica, è dottrina cattolica il concetto secondo il quale “tutta l’assemblea è liturgia” (n. 1144), ora il passaggio ulteriore da compiere è quello di far sì che tutto l’edificio chiesa sia liturgia. È questo il passo decisivo che l’architettura liturgica contemporanea è tempo che compia.

 


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