Le Chiese di quest’ultimo lustro

by • 9 luglio 2017 • Inchieste4155

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Il curatore Luigi Bartolomei ci introduce ad una nuova inchiesta sull’architettura religiosa. Molti autori hanno descritto un panorama unico in cui la priorità del progetto è la condivisione in tutti i suoi aspetti

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Può l’architettura contemporanea annunciare l’Altro-da-sé?

Non è la prima volta che questo Giornale propone un’interpretazione delle più recenti evoluzioni nell’architettura cristiana. Lo aveva già fatto nel 2003 (n.13, pp.3-5) a partire da una riflessione di Francesco Cellini che mantiene la sua attualità soprattutto per due punti che riprendiamo qui brevemente, prima di aprire a nuove argomentazioni. In quel breve testo Cellini denunciava la fatica dell’architettura contemporanea di calarsi nel ruolo di apparato ermeneutico, e ciò – diciamo noi – per quella fondamentale incertezza nell’identità dell’arte che caratterizza l’architettura come ogni arte e che ancora deriva dalle mutate economie della produzione, portando ogni opera, ben prima di poter rappresentare qualcosa, ad essere condizione e baluardo per una ridefinizione dei confini dell’arte, e per una sperimentazione delle sue possibilità di significazione. In queste condizioni è ben difficile che l’architettura possa dare voce a qualcosa d’altro da sé, o prestarsi a veicolare contenuti strutturati, quali quelli di una precisa tradizione religiosa. Il progetto si presenta come campo aperto di sperimentazioni e conoscenza, e il tempo in cui esso avrà la forza e la stabilità per interpretare contenuti altri-da-sé pare lontano: più che un’arte e un’architettura delle religioni, pare il tempo di una religione dell’arte.

Si tratta di una condizione che coinvolge la comunità globale e, con essa, anche la Chiesa. Questa, in particolare, desume da questa temperie una nuova incertezza nei gesti e negli apparati con cui si comunica il sacro, che già Cellini coglieva in chiusura della sua riflessione ben prima che, con il motu proprio “Summorum Pontificum” (7 luglio 2007), la Chiesa denunciasse la propria situazione d’imbarazzo di fronte al contemporaneo e ripiegasse nei territori rassicuranti del passato, ammettendo la possibilità di celebrare secondo il Messale di San Pio V. L’espressione del sacro a questo punto polarizza l’appartenenza e la relazione con la Chiesa, perché tanto l’adesione o la repulsione dei fedeli quanto la simpatia o l’avversione all’Istituzione si dimostrano largamente influenzati dallo stile e dal tipo di manufatti e di suppellettili con cui si comunica la fede: il sacro, insomma, si dimostra ancora questione “di pelle”.

Secondo lo spirito della liturgia o la funzionalità liturgica?

E qui siamo al secondo, maestoso, ganglio di complessità nelle relazioni tra architettura e Chiesa contemporanea, perché dopo il Concilio Vaticano II (1962-65) si è ripetuto per lungo tempo e forse con eccesiva unilateralità che l’asservimento al sacro contraddiceva la libertà cristiana e che anche l’opera del Cristo è stata anzitutto un’opera di desacralizzazione, tanto che la liturgia eucaristica, più che azione sacra, è da intendersi come azione santa, ossia santificata. Per chi si voglia addentrare nella questione, il testo più recente e completo sul tema è senz’altro quello a cura di Paolo Tomatis, La liturgia alla prova del Sacro. Sta di fatto che davanti a tale slittamento concettuale, l’architettura si è trovata con armi spuntate perché l’intero suo alfabeto si è evoluto dal sacro e a sacralizzare tipicamente è stato volto, si pensi all’uso della luce, al carattere fondativo che assume il disegno di ogni luogo al pari di ogni dettaglio, alla base spaziale di verbi quali sancire e determinare che hanno la propria radice il primo in sac-ro, il secondo in temno, da cui il latino templum

I tentativi più alti che si avviarono a partire da questa rivoluzione, furono quelli che si concentrarono sulla forma tipica dell’assemblea cristiana e che fecero dei poli del particolare “stare-insieme” nella liturgia della comunità l’origine dell’architettura delle chiese. Si tratta delle notissime chiese conseguenti al movimento liturgico e ai loro eredi in Germania, Francia, Italia. Esse costituiscono però una frazione del tutto minoritaria del costruito religioso del dopoguerra: nella maggior parte dei casi, la desacralizzazione coincise con un’estensione acritica del funzionalismo alla liturgia, in qualche modo avallato anche dalla vulgata di molti liturgisti che parlavano di funzionalità liturgica con la stessa disinvoltura e per simmetria con quella abitativa.

Rispetto a queste tendenze, in ultima analisi dualistiche, ritengo si stia voltando pagina. Lo testimonia, nelle pagine di questa inchiesta, il testo di Goffredo Boselli, monaco di Bose e curatore dei convegni che, da quindici anni, costituiscono il punto di riferimento internazionale sul tema dell’architettura per la liturgia cristiana in Europa: occorre cessare di considerare le chiese strumentali alla liturgia perché esse siano liturgia. Tale prospettiva muta radicalmente l’approccio compositivo-architettonico, nobilitandolo ed elevandolo a nuove sfide, quali l’organicità dell’azione progettuale e il suo “lasciarsi conformare” dalla comunità cui si indirizza.

 

Progetto della chiesa e dimensione comunitaria

Anche rispetto all’inchiesta sulle chiese che questo Giornale dedicò nel dicembre 2012 (n.111), si registrano in quest’ultimo lustro alcune evoluzioni. La prima che ci preme sottolineare è quella che poi sarà dettagliata negli articoli di Emanuele Cavallini e Francesca Daprà e in quello di Jacopo Benedetti: la riduzione e l’individualità delle comunità dei credenti in un tessuto sociale sempre più multireligioso, richiede ai progetti una sempre maggiore condivisione sociale e comunitaria. È di fatto questa la direzione più pronunciata che esprime l’evoluzione dei concorsi nazionali indetti dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) da Progetti Pilota a Percorsi Diocesani.

Nella stessa direzione anche le domande della gran parte dei progettisti partecipanti al XV Convegno Liturgico internazionale di Bose (giugno 2017), per lo sviluppo di metodi e strumenti scientifici di progettazione partecipata, adeguati a risolvere la complessità del progetto di uno spazio condiviso per la liturgia, vincolo di rappresentatività e di appartenenza civica ed ecclesiale.

Se alle chiese deve dare una risposta l’architettura, è facile che questa si areni nelle secche del gesto autoreferenziale o nel frutto di un’originalità estemporanea. Più feconda allora l’opportunità inversa: è all’architettura insomma che possono venire in soccorso le chiese, come uno dei temi più efficaci per uscire da una dimensione stantia e definitivamente tramontata (anche nello specchio delle ultime Biennali) di un’architettura prodotto di un architetto-demiurgo che, raccolte le sue informazioni, sceso nell’incavo del proprio io, ne esce con la soluzione ai problemi degli uomini nelle mani.

Le chiese al contrario mettono a sbalzo la necessità di una dimensione collettiva del progetto, forzando la solitudine dell’architettura ad un’apertura altruistica e relazionale della sua prassi, al pari e più di quanto non richieda ogni altro spazio pubblico che non si debba costituire anche come simbolo della fede. Il progetto di una chiesa presuppone la comunità e ne pretende la partecipazione, ognuno nel proprio ruolo: l’unità e la corresponsabilità tra laici e presbiteri spesso invocata dai documenti conciliari, trova nel progetto del luogo di culto una condizione concreta di prova ma altrettanto di formazione.

La novità che questa inchiesta registra è dunque la pressione del locale, non solo e non tanto come condizione del progetto ma come via alla sua realizzazione. È del resto solo adottando i metodi e le tecniche del Community based design che la Chiesa e le chiese possono essere condotte ad una migliore approssimazione: occorrerà vedere, forse nell’arco di un prossimo lustro, se quelle che oggi paiono tendenze, troveranno la volontà e le condizioni per diventare regolari processi.

 

Leggi gli articoli dell’inchiesta sulle Chiese dell’ultimo lustro


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