Ritratti di città. Bruxelles verso un’architettura europea?

by • 5 luglio 2017 • Città e Territorio, Mosaico2117

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Grazie all’istituzione del city architect, alla partecipazione dei cittadini e alla presenza delle istituzioni dell’Unione Europea, la capitale del Belgio sta maturando una cultura architettonica identitaria, nel solco dei fasti passati

 

Bruxelles non si può definire una città uniforme. In realtà è l’esito di un complesso patchwork di municipalità indipendenti che variano in dimensione e di cui la città di Bruxelles è la più grande. Nel 1989 questo sistema venne parzialmente unificato in una Regione metropolitana con una sua autonomia territoriale e un proprio parlamento, con una complessità politica amplificata ulteriormente dal bilinguismo ufficiale francese-olandese. Nonostante questa complessità, grazie a un’indipendenza politica e finanziaria, la regione di Bruxelles ha da tempo utilizzato l’architettura come veicolo politico in supporto alla propria identità. Come molte altre regioni e città europee, la città ha in qualche modo sviluppato una propria identità per quanto riguarda la propria cultura architettonica.

Nonostante una ricca storia – si pensi all’eclettico Palazzo di Giustizia di Joseph Poelaert della seconda metà del XIX secolo, agli esperimenti Art Nouveau di Victor Horta a cavallo del Novecento, all’Esposizione universale del 1958 con il suo Atomium divenuto un’icona nel panorama mondiale, o al relativo successo del movimento iniziato da Lucien Krollil panorama architettonico di Bruxelles entra in un totale scompiglio dall’inizio degli anni ’80, quando prende piede il linguaggio postmodernista. In una sorta di reazione, per la maggior parte legittima, agli eccessi dell’architettura moderna – come la pianificazione urbana radicale che spazzò via quante più singole case possibili per far posto a torri residenziali e larghi nodi infrastrutturali culminati con un uso incrementale di auto e trasporto ferroviario a discapito del pedone – la città lentamente crollò in una sorta di trappola nostalgica e retrò. In molti casi il postmodernismo di Bruxelles dimostrò di essere un movimento superficiale e meramente estetico che diventò spesso un pretesto per una speculazione edilizia dove gli interessi commerciali si nascondevano dietro una bella facciata.

 

Il nuovo corso

Dal 2000 in poi le reazioni negative da parte della pubblica opinione cambiano. I più recenti edifici come il terminal della metro disegnato da Xaveer De Geyter Architects in Place Rogier (nell’immagine di copertina), o il Museo del Design MAD di V+/ROTOR, entrambi terminati nel 2017, hanno per così dire “liberato” l’architettura dalla sfera politica e finanziaria. Edifici simili hanno in un certo senso portato al ritorno del periodo d’oro degli anni ’50, rilanciando la valenza iconica dell’architettura.

 

Tre importanti fattori hanno contribuito alla recente produzione di cultura architettonica a Bruxelles: l’introduzione della figura del city architect; l’aumento della partecipazione da parte dei cittadini alle scelte decisionali; la presenza delle istituzioni dell’Unione Europea.

In merito al primo punto, rifacendosi al modello olandese, nel 2009 viene infatti istituita la figura di un city architect, architetto legato alla Municipalità. L’architetto attuale in carica, Kristiaan Borret, in qualità di esperto determina come e cosa costruire in un ampio dialogo con tutte le parti interessate. Borret ha introdotto nuovi temi per un pubblico più ampio come l’architettura a scala metropolitana, la città produttiva, la densificazione e massimizzazione dello spazio pubblico.

Il secondo elemento che ha smosso la scena architettonica è stato il cosiddetto evento “Pic Nic Streets”, organizzato da un gruppo di cittadini insoddisfatti dell’operato della Municipalità per ribadire una richiesta di maggiore spazio pedonale e piste ciclabili. Nel 2012 essi occuparono uno dei crocevia più congestionati nel pieno centro della città, vicino alla Borsa. Alla fine la Municipalità cedette alle loro richieste, culminando con il progetto di una delle zone pedonali più ampie d’Europa. Il progetto definitivo è stato appena consegnato e a breve si avvieranno i lavori. Cavalcando l’onda di tale successo, ulteriori iniziative che tengono conto del bene comune hanno progressivamente visto la luce. Ad esempio, l’eccellente progetto Park Design, vicino al sito Tour & Taxis, che prevede la riabilitazione di un ramo in disuso delle ferrovie in una zona ecologica ispirata ad un parco-fattoria supportata e mantenuta dalla cittadinanza locale dei quartieri adiacenti. Tali esiti non sono una mera coincidenza. A Bruxelles, c’è sempre stato un know-how per quanto riguarda i progetti partecipativi: come il rinomato progetto Mémé per residenze universitarie in Woluwe ad opera di Lucien Kroll, ispirato dalla rivoluzione sessuale del maggio 1968.

 

Il terzo elemento è la crescente presenza e ambizione delle istituzioni europee come il Consiglio, il Parlamento e la Commissione Europea. Sin dagli anni ’50 la presenza di tali istituzioni costituiva una sorta di limbo, in quanto Bruxelles non era ancora stata confermata ufficialmente capitale dell’Unione Europea. Sfortunatamente questo significò che la qualità architettonica non costituiva una priorità: la sfacciata apparenza dell’edificio Justus Lipsius è in tal senso eloquente. Dopo il trattato di Nizza (2006) le cose sono cambiate, in quanto Bruxelles è stata formalmente eletta quartier generale delle istituzioni europee, con un conseguente investimento nella città. Da quel momento l’Unione Europea assunse la piena responsabilità dei propri edifici e dei loro immediati dintorni nell’area di Ixelles.

Il più recente edificio, denominato Palazzo Europa e sede del Consiglio Europeo  la cui prima sessione è stata ospitata il 16 gennaio 2017 -, è l’esito di un concorso internazionale bandito dall’Unione Europea nel 2004 e aggiudicato a un raggruppamento professionale comprendente il belga Philippe Samyn, l’italiano Studio Valle e l’inglese Buro Happold. La piacevole facciata, composta da un “collage” di serramenti in quercia riciclati, irradia fiducia verso l’opinione pubblica. Le lanterne interne a forma di uovo, brillanti nella notte, stanno metaforicamente a significare l’illuminazione delle idee e valori della Comunità Europea. Inoltre, la forma delle lanterne non ha solo un’accezione simbolica: è stata infatti determinata attraverso fattori di sicurezza e requisiti logistici per le sessioni plenarie dei 26 Stati membri. Ma, soprattutto, è interessante rilevare la tipologia d’intervento. Infatti, per la prima volta nella storia degli edifici comunitari, si è proceduto attraverso un ampliamento di una preesistenza – il Residence Palace, un edificio Art Deco disegnato da Michel Polak negli anni ’30 come residenze di lusso con piscina e negozi – e non attraverso una demolizione e ricostruzione. Il nuovo corpo di fabbrica non è altro che una sorta di edificio gemello i cui interni dialogano con le delicate architetture Art Deco preesistenti, rispettando al contempo i requisiti normativi degli uffici istituzionali per il Consiglio Europeo. Si tratta inoltre del primo intervento ad essere stato completamente finanziato dall’Unione europea. Le cromie dei pavimenti e dei soffitti nelle sale riunioni, concepite dall’artista Georges Meurant, puntano su morbidi colori pastello, senza alcun riferimento alle rispettive bandiere nazionali europee.

Sullo sfondo di queste dinamiche inedite, l’Europa sembra orientarsi verso Bruxelles come un ospite gradito e non come un intruso, facendo così posto ad un nuovo corso di un’autentica architettura europea.

 

Leggi l’articolo in lingua originale

Traduzione di Manuela Martorelli

 


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