Attraverso l’obbiettivo: l’architettura nell’ottica di Instagram

by • 4 luglio 2017 • Interviste, Mosaico3840

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Nella terza puntata dell’inchiesta sul rapporto tra fotografia, architettura e paesaggio, la giornalista e curatrice Irene Alison riflette sulla globalizzazione visiva ai tempi della mobile photography

 

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L’architettura in quanto arte visiva si è nutrita, soprattutto nel XX secolo, della rappresentazione che ne ha dato la fotografia. Interrogarci su quale impatto abbia ora su di essa la rivoluzione digitale che la sta trasformando è sicuramente una necessità per tutti coloro che di architettura e paesaggio di occupano. Ne discutiamo con Irene Alison – giornalista e curatrice – attenta osservatrice della rivoluzione digitale in corso.

 

Sino alle soglie del XXI secolo, geografi, architetti e urbanisti hanno lavorato per dare un’univoca definizione al termine “paesaggio”, dapprima declinato come naturale o antropizzato, per poi trovarne una sintesi – grazie al successivo apporto di artisti, storici, economisti, sociologi – nell’identificazione di un legame fisico con un luogo. Ora, con l’affermazione della mobile photography e della condivisione continua d’immagini – nel tempo della liquidità, dove i legami fisici lasciano spazio ad affinità d’interesse – come sta cambiando la rappresentazione della città e del territorio?

Citando Marc Kushner, possiamo dire che i media digitali non solo hanno cambiato la relazione tra gli esseri umani ma anche tra questi e i palazzi: l’architettura è uno dei topic preferiti su Instagram (l’hashtag #architecture conta oltre 58 milioni di post) e attraverso i social network e la mobile photography il dialogo tra architettura e pubblico si è totalmente trasformato. Se questa capillare visione “dal basso”, che esula dai margini delle riviste di settore e che non è orientata dai desideri di una committenza nè condizionata dai dettami editorial-promozionali, è sicuramente più democratica e variegata, non si sottrae però ad altre contraddizioni: su Instagram il rischio principale è quello dell’omogeneizzazione della visione anche nella rappresentazione della città, alla ricerca di un’estetizzazione che ha come unico fine il compiacimento dall’audience e il raggiungimento di un consenso misurato in termini di like. In questo modo, l’edificio diventa spesso feticcio o icona decontestualizzata, a dispetto di qualunque analisi del contesto o di lettura critica.

 

Nella bulimica produzione contemporanea d’immagini di luoghi, può il lavoro autoriale d’indagine di un fotografo essere ancora uno strumento di valorizzazione territoriale e di stimolo alla progettualità? Due recenti progetti che Lei ha seguito con DER*LAB, “A come Arno” e “Tara il fiume dei miracoli”, possono essere esempi in tal senso? Possiamo ancora definirli come progetti di fotografia documentaria? 

“A come Arno” e “Tara, il fiume dei miracoli” sono due storie, e due libri, che riflettono sul corso d’acqua come confine identitario, come motore di sviluppo, come custode di leggende e come catalizzatore di contraddizioni. Il primo, un progetto di Paolo Cagnacci e Matteo Cesari, è un’indagine tra presente e memoria del fiume Arno a 50 anni dalla grande alluvione del 4 novembre 1966, mentre il secondo, frutto del lavoro del Collettivo DAV, è un’esplorazione fotografica di un piccolo fiume, le cui acque sono considerate miracolose, che scorre all’ombra dell’ILVA di Taranto. In questi percorsi il fiume, non solo in quanto luogo fisico ma anche come paesaggio sociale e culturale, diventa elemento unificante di due territori che, collocati a longitudini diverse – sud e nord d’Italia – sono entrambi segnati da un conflitto, a tratti paradossale, tra diritti della terra e rincorsa al progresso. Si tratta di due percorsi di documentazione nei quali viene espresso uno sguardo dichiaratamente soggettivo sul paesaggio: il territorio viene filtrato attraverso un’esperienza, una memoria, una relazione con l’umano, una prospettiva emotiva. Due progetti che propongono un’interpretazione del paesaggio che tenta di sottrarsi alla bulimia iconografica e alla tendenza alla decontestualizzazione estetizzante alla quale ci sta abituando la social photography: il contesto socio-culturale, la relazione tra passato, presente e futuro e il richiamo alla necessità di agire il territorio in maniera consapevole e progettuale sono anzi elementi portanti dei due progetti.

 

La mobile photography, infine, può essere considerata a tutti gli effetti un nuovo linguaggio, come Lei racconta nel suo libro iRevolution. Come pensa che questo linguaggio possa essere utilizzato per comunicare l’architettura? Paradossalmente, potrebbe arrivare addirittura a condizionarla, influendo sulla progettazione di oggetti, edifici e luoghi? 

L’influsso di Instagram sul modo in cui viviamo e facciamo le nostre scelte è già oggi fortissimo. Pensiamo a uno dei nostri bisogni primari, mangiare, e riflettiamo su come Instragram sta cambiando il nostro rapporto col cibo: la diffusione di alcuni alimenti (basti pensare all’ossessione per l’avocado!), di alcune abitudini e mode alimentari, di determinati criteri di presentazione e di preparazione dei piatti, sono fortissimamente orientati dalla globalizzazione visiva e dalla colonizzazione dell’immaginario avvenuti, negli ultimi anni, attraverso Instagram. Allo stesso modo, in nome di un criterio di fotogenia e di potenziale di diffusione social, è cambiata la proposta culturale dei musei, è cambiato il modo in cui viaggiamo, ed è cambiato, sicuramente, il modo in cui pensiamo, viviamo e arrediamo gli spazi. L’influenza che Instagram avrà sul modo in cui progettiamo gli edifici probabilmente sarà pienamente visibile su un periodo più lungo, ma la relazione tra l’architettura e il pubblico si è già profondamente trasformata: se attraverso la fotografia social si sono generati nuovi stereotipi, è anche vero che si è creato un nuovo dialogo tra il pubblico e l’architettura, una nuova visione, più partecipe e attenta, della città, e una nuova associazione tra innovazione architettonica e cultura pop. Una progettazione più audace e radicale, tradizionalmente percepita come molto rischiosa dagli architetti e come tendenzialmente estranea dal tessuto sociale cittadino, è oggi favorita proprio dalla social photography: un edificio con un carattere più innovativo e peculiare ha senz’altro più appeal su Instagram, e attraverso Instagram quell’edificio può diventare oggetto di ammirazione e pellegrinaggio. D’altra parte, i social network e la social photography sono anche un potente veicolo di espressione delle proprie opinioni e delle proprie critiche rispetto al modo di vivere e abitare le città: una fonte preziosa, per gli architetti che si pongono in una posizione di ascolto, per comprendere quali siano i reali bisogni e desideri di una comunità e tradurli nei propri progetti.

Chi è Irene Alison

Giornalista professionista e photo-consultant, è direttrice creativa dello studio di progettazione fotografica DER*LAB. Come redattrice, ha lavorato per il Manifesto e per D, La Repubblica delle Donne. Insieme ai fotografi, ha realizzato reportage apparsi su Geo France, The Independent, l’Espresso, D, XL, Marie Claire e Riders. I suoi articoli di critica fotografica sono regolarmente pubblicati da La Lettura de Il Corriere della Sera, Il Sole 24 ore e Pagina99. Collabora come tutor e consulente con alcune delle maggiori scuole di fotografia italiane e come curatrice e giurata con i più prestigiosi festival e premi internazionali. Dal 2009 al 2014 è stata direttrice del photo-magazine Rearviewmirror (Postcart). Ha pubblicato due saggi di approfondimento fotografico, My generation (Postcart, 2012) e iRevolution (Postcart, 2015).

Che cos’è “Sogno #5”

È un progetto, realizzato insieme al fotografo Lorenzo Castore, recentemente diventato una pubblicazione curata da DER*LAB. Anche qui si parte dall’interpretazione di un luogo: l’Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli che, a quasi trent’anni dalla sua chiusura ufficiale, nel 1983, è ancora arroccato con la sua mole immensa sulla collina di Capodichino. 220.000 mq di padiglioni, corridoi e ambulatori nei quali, dal 1897 al 2000 – anno dell’effettiva dismissione degli ultimi pazienti, sei anni dopo la definitiva esecuzione della legge 180 del 1978, che decretò la chiusura degli ospedali psichiatrici in tutta Italia – si sono sedimentate le storie di quello che è stato il più grande manicomio del meridione d’Italia. Inaccessibile al pubblico e sconosciuto persino agli abitanti della città, l’Ospedale Leonardo Bianchi rimane oggi come un enorme monumento al ricordo. Dalla fascinazione per questo luogo è nata l’esigenza di reinterpretarlo artisticamente. Ma come far parlare i muri senza limitarsi a una seducente estetizzazione delle rovine? Come raccontare lo spazio senza assumere l’attitudine acritica e contemplativa del #decayporn di Instagram? La risposta è passata per la rioccupazione creativa del manicomio da parte di un gruppo teatrale composto da pazienti psichiatrici. Gli attori hanno improvvisato, costruendo partiture sceniche per creare nuove interazioni con lo spazio e la macchina fotografica ha documentato l’azione teatrale. Lo spazio chiuso, in questo modo, si è riaperto, è stato attraversato da nuove energie vitali, è diventato conoscibile e reinterpretabile, per proporsi non più come silenzioso monumento ma come memoria tangibile e complessa che necessita con urgenza una rielaborazione.


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