Diébédo Francis Kéré: faccio architettura per spingere avanti le nostre comunità

by • 23 giugno 2017 • Interviste, Mosaico1706

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Incontro con l’architetto del Burkina Faso, incaricato del progetto del Serpentine Pavilion a Londra. Che cosa è la sostenibilità nei fatti, quando in Africa le risorse scarseggiano e le condizioni sono proibitive…

 

La storia di Diébédo Francis Kéré è una di quelle incredibili che vanno raccontate. Nato nel 1965 in una delle aree più remote del Burkina Faso, paese dell’Africa Occidentale. A soli 7 anni lascia il villaggio e la famiglia per studiare nella capitale Ouagadougou. Qui riceve una borsa di studio per un tirocinio in Germania che gli cambierà la vita e lo porterà all’età di 39 anni a laurearsi in architettura alla Technische Universität di Berlino. Ma il cuore resta in Africa dove tornerà sempre e realizzerà le sue prime architetture. È per una di queste, la scuola primaria a Gando, il suo villaggio di origine, che riceve il prestigioso Aga Khan Award nel 2001. Da qui è un crescendo di commesse e progetti che lo portano a fondare il suo studio a Berlino e a diventare, dopo Hadid, Ito, Gehry, Zumthor, Herzog & de Meuron, il prossimo architetto a progettare quest’anno il Serpentine Pavilion di LondraUn architetto, ma ancora prima una persona dalla grande umanità e caparbietà, capace di fare architettura coinvolgendo le comunità, migliorando davvero la vita delle persone e avviando così un reale sviluppo sostenibile per molti villaggi africani. Per questo, può essere considerato a tutti gli effetti un ambasciatore dell’Africa del futuro. Lo abbiamo incontrato in occasione del RUFA Contest, evento organizzato dalla Rome University of Fine Arts in cui, ogni anno, un protagonista dell’architettura è invitato come giurato del concorso di progettazione che vede coinvolti gli studenti.

 

Come può un architetto, con il proprio lavoro, influenzare e migliorare la vita delle persone? Penso ad esempio al problema degli immigrati che abbiamo in questi anni nel Mediterraneo…

Non è facile da dire, ma dobbiamo pensare ad un consumo consapevole dell’energia di cui disponiamo, al bisogno di realizzare case a buon mercato ma che non siano cheap. Se pensiamo al problema dei rifugiati, quello che sta succedendo non è imputabile a loro. Il ruolo dell’architettura è quello di considerare l’energia, le risorse e la qualità di esecuzione in un modo armonico per realizzare, ad esempio, case decorose, confortevoli ed economiche allo stesso tempo. Questo è il modo in cui noi architetti possiamo veramente servire queste persone, sia coloro che arrivano da altri Paesi, sia per chi già vive nei luoghi di arrivo. Se non lo facciamo continueremo ad alimentare quella differenza tra le persone, le nazioni e le culture.

 

Parlando di risorse, cosa si può fare quando a mancare è sia l’acqua pulita che i materiali da costruzione? Nella sua carriera Lei ha realizzato diversi edifici in queste condizioni, in luoghi lontani e remoti. Come si affronta e gestisce questa mancanza cronica di risorse? Cosa significa la sostenibilità in questi casi?

Penso che la sostenibilità dovrebbe far parte della nostra vita di tutti i giorni. È una serie di azioni che aiutano ad occuparsi con attenzione dell’energia, ad usare i materiali in modo intelligente, a fare in conti con l’ambiente e le risorse umane a disposizione. Se questa è la sostenibilità, penso che sia proprio la base del progetto e dell’architettura e di come dobbiamo, ad esempio, affrontare la crescita delle città e della popolazione. Non credo ci sia altro modo. Noi architetti dobbiamo essere più responsabili e consapevoli di questi problemi e dei conflitti che nascono a causa della distribuzione delle risorse che in alcune parti del mondo diventano sempre più scarse. Sto parlando dell’essere consapevoli dell’energia che possediamo, del costo dei materiali, dell’uso intelligente di questi per costruire nuove case. Perché abbiamo bisogno di case, scuole, infrastrutture, uffici. Se non siamo in grado di gestire questi problemi, falliremo nel nostro mestiere.

 

Nel suo lavoro Lei parla spesso di progettare per la “comunità”, riferendosi a quella che conosce meglio, quella africana dove è cresciuto. Ma quando si parla di comunità in Europa è evidente che ci sia una differenza enorme. Come si può fare architettura per la comunità quando si sta perdendo il senso della comunità stessa? Se lo è chiesto quando ha iniziato a progettare in Europa?

Questo è un grande problema. In Burkina Faso, da dove provengo, il livello di tecnologia è molto basso. Se costruisci una casa, tutti ne fanno parte. Questo è il senso di avere una comunità. Qui in Europa le cose sono molto diverse perché c’è un alto livello di tecnologia e di potere economico. Quello che sto cercando di fare in Burkina Faso, dove il potere economico invece è molto scarso, è lavorare sul comportamento delle persone, cercando di rinforzare il senso di comunità per compensare quello che manca. Qui in Europa, invece, a causa dell’alto livello d’industrializzazione, l’individualismo viene spinto ai massimi livelli. È difficile lavorare insieme ma se vai più in profondità riesci a trovare una sorta di network. L’architettura non si costruisce da soli: hai bisogno di tante professionalità. Dobbiamo solo trovare il modo di stabilire questa connessione tra le persone e troveremo una comunità.

 

Ad esempio ora che Lei ha lavorato per il progetto della Serpentine Gallery a Londra, come ha affrontato la questione della comunità?

Ho lavorato con il team della Serpentine molto da vicino, cercando d’imparare da loro. Ho lavorato con le imprese locali, le società e gli ingegneri del posto. Abbiamo creato una sorta di comunità solo per realizzare il padiglione [visitabile ai Kensington Gardens fino all’8 ottobre; nda]. Ma senza comunicazione, questo sistema non avrebbe mai funzionato. È questo che ho imparato: creare in maniera trasparente, parlare, essere aperti. Tutto questo è fondamentale per diventare un team e, quindi, produrre buona architettura.

 

Ritorniamo in Africa. Come europei, quando pensiamo alla vostra architettura ci rendiamo conto di saperne veramente poco. Il suo lavoro è come una finestra su quanto si sta facendo di buono lì. E così, grazie all’architettura, vediamo questo continente in modo nuovo. È questo forse il suo obiettivo? Essere un ambasciatore dell’Africa che guarda al futuro?

Sarebbe grandioso. Penso che dobbiamo usare la nostra professione per cercare di spingere le nostre comunità in avanti. Penso che l’architettura, nel mio caso, abbia rappresentato uno strumento per infondere fiducia nella mia comunità. E le persone, con il tempo, sono diventate fiere, hanno scoperto la qualità di quello che stavo facendo. In fondo sto solo cercando di fare questo: usare i migliori materiali che posso trovare nella zona facendo i conti con gli elementi a disposizione. Il tutto per proteggere le persone dal sole, gli edifici dall’acqua e realizzare interni asciutti e freschi.

 

E in villaggi dove la temperatura raggiunge i 45°, senza acqua potabile né scuole, è davvero un grande risultato.

 


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