Napoli, la scandalosa vicenda dell’Arena Flegrea

by • 17 giugno 2017 • Patrimonio691

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Riceviamo e pubblichiamo una lettera di denuncia circa la sparizione dei mosaici di Nicola Fabbricatore, realizzati negli anni 40 per l’Arena Flegrea, poi sostituita negli anni 90 da un nuovo impianto, sempre su progetto di Giulio De Luca ma non all’altezza del precedente

 

Quelli della mia generazione ricordano la sera del 5 luglio 1952 quando con una spettacolare “Aida” venne inaugurata l’Arena Flegrea alla Mostra d’Oltremare di Napoli, riportata con un rigoroso restauro filologico allo splendore del suo primo giorno e reinserita tra i teatri lirici all’aperto più importanti del mondo. Giudicata “grandiosa” da Giuseppe Pagano sulla rivista “Casabella” oltre che per l’originalità della concezione anche per gli eleganti ridotti, i gradevoli ambulacri, la caffetteria, i servizi igienici per i signori e le toilette per le signore. Ma soprattutto, per gli splendidi pannelli di ceramica posti sulle due pareti laterali e per i grandi mosaici dell’artista napoletano Nicola Fabbricatore sul grande frontone, ammirati dal famoso archeologo Amedeo Majuri perché “evocano la bellezza dell’arte musiva bizantina”.

E perciò quelli della mia generazione furono gli unici a rilevare la scomparsa delle ceramiche e dei mosaici quando il 26 luglio 2001 venne inaugurata la “nuova“ Arena con un concerto di Bob Dylan (ora premio Nobel per la letteratura). Un teatro all’aperto banale e sgraziato, realizzato al posto dell’Arena degli anni 40, demolita per un capriccio del suo autore (architetto Giulio De Luca, 1912-2004) e con la deplorevole connivenza della Soprintendenza ai Beni Architettonici dell’epoca.

Come architetto chiamato nel 1950, appena laureato, a collaborare alla ricostruzione della Mostra del Lavoro italiano nel mondo dell’8 giugno 1952 (ho progettato con Carlo Cocchia il padiglione NordAmerica) e come “testimone” delle sue travagliate vicende (ho scritto numerosi articoli sulla stampa cittadina e nazionale), mi sono impegnato nella difesa di questo grandioso complesso architettonico e urbanistico contro la sconsiderata svendita dei suoli, l’abbandono e la distruzione di molti padiglioni, la manomissione di alcuni impianti e, in particolare, contro la demolizione dell’Arena. Non avendo avuto dai vari presidenti della Mostra risposte soddisfacenti sulla scomparsa dei mosaici, il 10 maggio 2014 ho presentato una denuncia alla Procura della Repubblica.

Dopo tre anni di attesa ho avuto la copia della lettera del 24 febbraio 2017 indirizzata al GIP, con la quale la PM, incaricata dell’indagine penale, ha chiesto l’archiviazione della mia denuncia sulla scomparsa dei mosaici la seguente motivazione: “La notizia di reato è infondata perché le indagini poste in atto hanno consentito di accertare che il mosaico è custodito in luogo idoneo in attesa della sua ricollocazione”. Una lettera che mi ha lasciato stupefatto e indignato. So per certo che la gran parte dei mosaici sono scomparsi e penso che sia compito della Magistratura accertarlo. Nel mio archivio conservo una foto dell’Arena degli anni 50 che mostra il grande frontone curvilineo lungo 90 metri e alto cinque con le 23 figure dei mosaici di Fabbricatore: personaggi del teatro e maschere mutuate da un repertorio teatrale esteso dalle atellane fino al 18° secolo. Un documento che dimostra visivamente la fondatezza della mia denuncia.

A conferma dell’inammissibilità dell’archiviazione, l’1 giugno scorso mi ha scritto il Soprintendente di Napoli per informarmi di avere stipulato con la Mostra e con l’Università Suor Orsola Benincasa un protocollo d’intesa per “restaurare i frammenti sopravvissuti alla demolizione del frontone dell’Arena Flegrea”. Ho appurato che si tratta di circa 90 mq e in precarie condizioni. Ovviamente chiederò la prosecuzione dell’indagine giudiziaria per perseguire e punire i responsabili dello smarrimento degli altri 360 mq del mosaico originario. Si tratta di un bene di grande valore che fa parte del patrimonio storico e artistico del nostro Paese.

C’è da registrare, con molta amarezza, la latitanza dell’intero mondo culturale cittadino e nazionale e, in particolare, il silenzio degli storici dell’arte e dell’architettura.


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