Shanghai, la vetrina da cui tutto ha avuto origine

by • 31 maggio 2017 • Inchieste1166

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Seconda puntata dell’inchiesta sulla Cina e la scena dell’architettura globalizzata. Viaggio nella metropoli che ne rappresenta il volto urbano più internazionale, dinamico e moderno

 

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Da quando la Cina ha iniziato ad aprirsi alla globalizzazione, Shanghai ne ha rappresentato il volto urbano più internazionale, più dinamico e moderno, nel solco della sua storia di porta della Cina sul mondo. A Shanghai, da metà anni ‘90, sono arrivati i primi grattacieli – ma anche la prima via pedonale – disegnati da grandi studi stranieri. Il suo riverfront, affacciato sul fiume Huangpu, è subito diventato la vetrina e il modello della Cina che marciava rapida verso il nuovo millennio. Un’inchiesta che voglia dare uno sguardo a come sia cambiato il panorama delle grandi firme internazionali dell’architettura in Cina durante dieci-quindici di tumultuose trasformazioni non può che iniziare dalla città da cui tutto è iniziato.

(Filippo Fiandanese, curatore dell’inchiesta)

 

Una città contaminata

Per chi arriva da Pechino, capitale sì internazionale ma fortemente cinese, l’impatto con una metropoli a dalmata è spaesante. Shanghai non è Cina, e la Cina non è Shanghai: le regole che strutturano la città sono infrante e contraddette ad ogni angolo, strada, lotto di terreno; questo perché ogni angolo, strada e lotto di terreno sono gli ultimi (anche se sconfinati) superstiti di una lotta lunga due secoli. Shanghai è stata de-cinesizzata come conseguenza spietata della dura sconfitta, nel 1842, della guerra contro inglesi e alleati. Se fino ad allora la città – e l’impero – non lasciavano che una porticina di accesso all’infinito universo orientale, conclusa la guerra dell’oppio Shanghai è una donna stuprata: fuori dalla città murata degli shikumen (o delle tradizionali abitazioni “shanghainesi”) s’insediano inglesi, americani e francesi, che nelle concessioni Internazionale e Francese instaurano leggi ad hoc.

Negli anni ’20 del Novecento la città è elegantemente meticcia; le navi slittano sullo Huangpu River per approdare al Bund, dove ininterrotte facciate classicheggianti invitano, fiere, ad entrare. Tutti, tranne i giapponesi. Invasa ancora con violenza, Shanghai – e tutti i suoi occidentali ormai adottivi – diventa nipponica. Con la fine della seconda guerra mondiale la città in ginocchio è costretta a rialzarsi, seguendo la rigida legge maoista, recuperando la dignità persa e curando le innumerevoli ferite.

È il 1991 e l’eclissi del regime si legge nel campo verde dall’altra parte del fiume. Il Bund osserva, anche se con meno fierezza, le nuove riforme economiche tramutarsi in edifici dalle altezze sbalorditive: a Lujiazui, nel Pudong (nella foto di copertina di Anna Pagani), svettano i primi grattacieli. Liberata dalle catene la nuova metropoli cresce esponenzialmente, sistema gli oggetti e si prepara alla Prima. Shanghai World Expo 2010, o “Better City, Better Life”: si apre il sipario. Il successo è indiscutibile.

Shanghai è una città contaminata. Grandi studi internazionali “di passaggio” hanno sfruttato la metropoli come vetrina, contendendosi progetti con le piccole colonie di architetti stranieri operativi sul territorio da vent’anni o più. Oggi la vetrina è overcrowded. Il recente arrivo di studi internazionali non sembra più essere legato al desiderio di prender posto in prima fila, quanto piuttosto di poggiare un piede nel grande territorio rosso stellato, allungando così la gamba verso gli sconfinati territori della Inner China.

 

Timbri su carta

Infiniti lotti di terreno sparsi per Shanghai portano il nome di grandi studi internazionali. Apparentemente casuale, l’assegnazione dei più sbalorditivi progetti da parte di privati o del governo ha visto la zona del Pudong troneggiare a specchio rispetto al Bund, dove il colonialismo occidentale non sembra essersi spostato di un millimetro. Firme – SOM, Gensler, e ancora Paul Andreu – gareggiano al più alto, più grande, più tecnologico o più luminoso. La Jin Mao Tower (1999), caratterizza da vent’anni l’immagine internazionale della metropoli insieme alla sorella cinese (la Pearl Tower), mentre la nuovissima Shanghai Tower (2015), con i suoi 632 metri di altezza, è ad oggi il secondo edificio più alto al mondo. Evidente paradosso, la porta d’accesso al mondo orientale è l’occidentale Shanghai Pudong International Airport (1999), firmato da Andreu prima del pechinese National Centre for the Performing Arts (2007).

Esagerando per apparire, gli studi internazionali sono timbri su carta bianca: la Cina scompare sotto la loro impronta a terra. E mentre il patrimonio storico locale viene fagocitato dai bulldozer, cancellato e riscritto, David Chipperfield Architects in team con altri internazionalissimi dottori di passaggio intervengono a proteggere quello occidentale, portando a termine il restauro e riconversione dell’area a nord del Bund (Rockbund Project, 2006).

Timbri su timbri, l’inchiostro su Shanghai si disperde nel fiume Huangpu.

 

Naturalizzati

Se da quindici anni studi di vario calibro sgomitano per affermare la loro internazionalità attraverso torri, aeroporti e architetture sotto i riflettori, la Shanghai dei bar, club di lusso e underground, piccoli negozi, case da tè, bakeries e inaspettati ristoranti prende forma lontano dai loro occhi. La mano che li disegna è il risultato dell’ingegnoso assemblaggio tra architetti occidentali e gli essenziali locali. Arrivati in Cina alla ricerca della libertà (spesso perduta) di espressione e costruzione, gli studi internazionali che nascono in terra cinese sono innumerevoli (basti citare AIM Architecture, KOKAI Studio, DEDODESIGN, stabili dal 2005 a Shanghai). A questi vanno ad aggiungersi i “naturalizzati” o chi, una volta trasferitosi, dalla Cina non è ripartito.

È il 2003 e il pilota di jet, ristoratore e architetto americano Ben Wood (poi Studio Shanghai) è chiamato a occuparsi dell’area storica di Xintiandi. In aereo con sé, chiusi stretti in valigia, precisi ideali: nell’area degli storici shikumen shanghainesi la conservazione avrà la precedenza; una novità in Cina, considerato l’atteggiamento sopra illustrato di distruzione libera e noncurante del patrimonio. La chiave del successo? Il profitto, tanto caro ai “developer” cinesi che, a forza, hanno compreso il meccanismo. Xintiandi è quindi l’inizio di un processo (fruttuoso) di protezione del patrimonio. È il 2005 e Wood si trasferisce definitivamente in Cina, entrando a far parte di chi la città la abita, la vive e la costruisce.

 

Piattaforma di lancio

SOM, Andreu, Gensler, Ben Wood, GMT, UNStudio: Shanghai è satura, la vetrina è overcrowded, Le barriere sono state abbattute due secoli fa nel porto della città; gli edifici del Bund e poi Pudong sono stati gentilmente poggiati come bambole sul ripiano, pronte per l’Expo 2010. Eppure nel 2010 una terza ondata di studi si rifiuta di firmare e scappare. Questi studi guardano lontano, e una volta toccata terra, saltano.

Dal post Expo la metropoli non sembra più esser vetrina bensì piattaforma di lancio verso la Cina, l’Asia. Studi quali l’olandese KCAP Architects&Planners (Kees Christiaanse) vedono nella città l’occasione per installare un headquarter, formare un team, avere un piede nella realtà che esplode ben lontano dai confini dell’immensa metropoli, seppur sotto lo stesso governo e leggi; basti osservare il portfolio ricco di masterplan e progetti fortemente orientati verso la sostenibilità in aree ben lontane da Shanghai, come Shenzhen o Pechino. Allo stesso modo il team di Miralles Tagliabue EMBT arriva a Shanghai nel 2010, chiamato a progettare lo spettacolare padiglione spagnolo per l’Expo, seguendo la scia delle realizzazioni del Parlamento di Edinburgo e del Mercato di Santa Caterina a Barcellona (2004). Da lì il team cinese dello studio spagnolo prende il volo, toccando Taiwan, Xiamen, Neijang e l’Asia intera.

Timbri su carta, expat naturalizzati, studi pronti al lancio in Asia: Shanghai è stata ed è tuttora una vetrina per la Cina e per il mondo. Le strategie adottate dagli studi internazionali negli ultimi quindici anni riflettono sì la dovuta spinta verso una maggiore attenzione al patrimonio e alla sostenibilità ma risultano soprattutto dall’attenta analisi, e previsione, delle future dinamiche che coinvolgeranno l’intero paese nel prossimo ventennio.


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