La Cina e la scena dell’architettura globalizzata

by • 31 maggio 2017 • Inchieste, Mosaico2177

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Prima puntata di un’inchiesta sulle recenti modificazioni della realtà urbana e professionale in Cina alla luce delle rapide mutazioni dei rapporti con il mondo occidentale e al ruolo dei grandi studi internazionali

 

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In un mondo che negli ultimi mesi appare attraversato da pulsioni protezionistiche, la Cina si è proposta, a partire dall’intervento di Xi Jinping al World Economic Forum dello scorso gennaio, come difensore del libero commercio estero e del modello economico della globalizzazione.

 

Un fenomeno storicizzato

È un percorso che ha coinvolto fortemente anche il mondo dell’architettura, segnato da una data simbolo che risale ormai a oltre quindici anni fa: la Cina entrò nel mondo globalizzato l’11 dicembre 2001, quando le furono aperte le porte del WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio. Curiosamente, nel dicembre dello stesso anno partiva a Pechino il cantiere del National Centre for the Performing Arts, edificio dalla forma iconica: un ellissoide alto 46 m, rivestito in titanio e vetro e circondato da un parterre d’eau (foto di copertina). Il teatro, sorto a pochi metri dal cuore del potere politico cinese, piazza Tienanmen, fu progettato dal francese Paul Andreu a seguito di uno dei primi concorsi internazionali in Cina. Quando il paese asiatico ha cominciato ad aprirsi al mondo – e quindi a costruire i simboli della propria era globalizzata – ha chiamato i protagonisti della scena architettonica mondiale per progettare la sua nuova immagine urbana. Mentre le merci cinesi invadevano i mercati esteri, la Cina ha importato progetti di architettura e modelli urbani, offrendo ai grandi studi internazionali commesse e grandi libertà espressive.

 

Torri, infrastrutture e icone

Così, nel momento in cui il teatro di Andreu era in costruzione, tra non poche polemiche dovute ai costi e alla localizzazione, a Shanghai, su una vastissima area un tempo occupata da risaie e cantieri navali, aveva già iniziato a prendere corpo uno dei principali centri finanziari del mondo, la “Manhattan” cinese: Pudong. La domanda di costruzione di centinaia di grattacieli ha offerto terreno fertile per lo sbarco di grandi gruppi leader nella progettazione di torri, in particolare SOM, GMP e KPF. Insieme a numerosi altri hanno iniziato ad aprire sedi distaccate in Cina, da allora uno dei loro maggiori mercati. Oltre ai distretti finanziari – CBD, Central Business District, è diventata una sigla chiave nella costruzione della città cinese contemporanea – i grandi studi stranieri sono stati chiamati a progettare altri pezzi di quella che Rem Koolhaas ha definito “città generica”: grandi centri commerciali e infrastrutture per il trasporto nella Cina rinnovata. I principali aeroporti del paese hanno firma straniera: l’aeroporto di Shanghai-Pudong è stato commissionato anch’esso ad Andreu, già a capo della società di progettazione degli aeroporti parigini; il terminal 3 dell’aeroporto di Pechino (il secondo più vasto al mondo dopo quello di Dubai) è di Norman Foster, il nuovo terminal dell’aeroporto di Shenzhen Bao’an è stato concepito da Massimiliano Fuksas. Zaha Hadid ha firmato il progetto per il secondo aeroporto di Pechino in costruzione nei prossimi anni.

L’operato dei più noti progettisti stranieri è frequentemente associato ad edifici divenuti iconici, come la torre della televisione di stato CCTV progettata da OMA, oggi simbolo del CBD di Pechino o, sempre nella capitale, lo stadio olimpico, denominato Bird’s Nest, progettato dagli svizzeri Herzog & de Meuron con Ai Weiwei.

 

Basta bizzarrie

A fianco ai “big” anche numerosi studi piccoli hanno cercato, con alterne fortune, d’inseguire ad oriente speranze di successo professionale. Oggi, tuttavia, la situazione non è più quella di 10-15 anni fa; l’attenzione si è progressivamente spostata dal desiderio-necessità di creare l’immagine di una nazione che si apriva al mondo, verso nuove retoriche. In un’intervista al “New York Times Magazine” del 2006, mentre era in costruzione lo stadio olimpico, Jacques Herzog dichiarava: “Everyone is encouraged to do their most stupid and extravagant designs there. They don’t have as much of a barrier between good taste and bad taste, between the minimal and expressive. The Beijing stadium tells me that nothing will shock them“. La frase dell’architetto svizzero rivelava una consapevole spinta, da parte delle élite cinesi, all’eccesso ed allo stravagante assecondata dai progetti internazionali.

Dieci anni più tardi, a febbraio dello scorso anno, il Consiglio di Stato, l’organo esecutivo della Repubblica Popolare, ha pubblicato il New Type Urbanization Plan, una serie di linee guida che contengono nuovi indirizzi in materia di urbanizzazione; in uno dei punti si dichiara definitivamente che “Bizarre architecture that is not economical, functional, aesthetically pleasing or environmentally friendly will be forbidden”. Concetto ripreso, con particolare riferimento ai progettisti stranieri, da un ormai famoso discorso di Xi Jinping contro la weird architecture [strana architettura].

 

Professione, rotta invertita

Se ad inizio anni 2000 le risorse e le capacità interne sembravano inadeguate al grande cambiamento, sia nei numeri sia nelle competenze, oggi le cose sono mutate. I grandi istituti di progettazione parastatali, che svolgono un ruolo di primissimo piano nel mercato delle costruzioni e detengono il monopolio della progettazione esecutiva, apparivano un tempo gigantesche ed obsolete macchine ereditate dal sistema economico socialista, incapaci di assolvere il compito di dare un’immagine internazionale alla Cina che si apriva al mondo. Dopo anni di lavoro a fianco degli studi internazionali hanno invece saputo evolversi, adottando da questi ultimi non solo modelli architettonici ed urbani da riprodurre in tutto il paese ma, in alcuni casi, anche sistemi di organizzazione del lavoro. I neolaureati che tornano da master negli Stati Uniti o in Europa non sono più pochi privilegiati ma grandi numeri grazie agli ingenti programmi governativi di sostegno alla formazione all’estero. Inoltre gli studi privati, nati solo all’inizio di questo secolo, nel corso degli anni si sono moltiplicati e numerosi di essi (MAD, Standardarchitecture, Wang Shu, TAO, ecc.) hanno suscitato interesse internazionale per la qualità dei loro progetti. L’esistenza di un mercato interno ancora molto vasto rende poco attrattivo per gli studi cinesi volgere lo sguardo al mercato globale; emergono, tuttavia, i primi pionieri che ricevono commesse estere: significativo il numero della rivista “World Architecture”, la più influente in Cina, dedicato nel gennaio 2015 a To build in another place: Chinese architects’ practice abroad. Nei prossimi anni la “globalizzazione” dell’architettura, non solo più in entrata ma anche in uscita, assumerà molto probabilmente dimensioni maggiori delle attuali e sarà un fenomeno interessante da analizzare. Con il monito, per gli architetti occidentali, di entrare a fondo nelle aspettative ed esigenze locali, all’insegna degli “international standards with Chinese characteristics” che risuonano come principale imperativo per ogni nuovo progetto di trasformazione.


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