César Manrique a Lanzarote = arte + architettura + paesaggio

by • 22 maggio 2017 • Mosaico, Patrimonio2271

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Una lettura delle valenze dell’opera di César Manrique nell’isola delle Canarie, il cui Jardín de Cactus si è aggiudicato la XXVIII edizione del Premio internazionale Carlo Scarpa per il giardino assegnato dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche*

 

LANZAROTE (SPAGNA). L’opera di César Manrique (1919-1992) a Lanzarote presenta una singolare personalissima mediazione fra arte, architettura e paesaggio. Paradossalmente le sue opere – dal Mirador del Rio, fantastico belvedere incastonato nella costa rocciosa di fronte all’isola Graciosa, al Restaurante el Diablo, fantascientifico disco volante atterrato fra le rocce laviche del parco di Timanfaya, fino a Los Jameos del Agua, reinterpretazione dagli accenti hollywoodiani delle grotte e dei canyon della costa sud dell’isola – non possono definirsi né precisamente come opere d’arte né precisamente come architetture né precisamente come paesaggi. O forse, meglio, possono dirsi opere che ibridano tutte e tre le nozioni in un’unica sintesi. Certamente sono tutte opere derivanti da un vero e proprio progetto, ovvero da un’interpretazione originalissima e molto personale della peculiare identità formale dell’isola di Lanzarote, originata dalle sue eccezionali caratteristiche geologiche e morfologiche, determinate dai vulcani e dalla nera roccia lavica da essi eruttata nei secoli e, in maniera rovinosa, nel corso del Settecento.

Insomma, l’opera di Manrique è una geniale manipolazione artistica del paesaggio di Lanzarote, paragonabile in certo senso all’altrettanto geniale manipolazione e traslazione nel mondo primordiale o extraterrestre proposta per gli scenari lanzarotiani da Stanley Kubrick nel suo famoso film 2001 Odissea nello spazio. Ma non lontana nemmeno dall’altrettanto sorprendente e mirabile manipolazione prodotta dai viticoltori di Lanzarote nel territorio di La Geria dopo i citati fenomeni tellurici del secolo XVIII: oggi una testimonianza di archeologia agraria unica al mondo, gelosamente conservata e protetta, generata dall’esigenza di coltivare eroicamente un territorio inospitale al riparo dai forti venti alisei.

Il Jardín de Cactus non fa eccezione ed è anzi una sintesi significativa di questo singolarissimo approccio al progetto di paesaggio. Realizzato sfruttando una precedente cava di sabbie e ceneri vulcaniche, secondo un processo di sorprendente riscatto e reinvenzione, il giardino è un’autentica opera di riciclo di un paesaggio eroso dall’attività produttiva, genialmente trasformato in una risorsa e addirittura in una testimonianza identitaria. Il sito dell’ex cava diventa così un hortus conclusus che si scopre gradatamente solo entrandovi e racconta a suo modo tutta l’isola di Lanzarote.

Di fatto il giardino è un microcosmo che spiega didascalicamente l’intensa relazione di integrazione – che Manrique per anni ha indagato con la sua opera – fra le forme della geologia vulcanica, la loro interazione con le forme vegetali e con le forme architettoniche popolari, nonché la dimensione artistica che esse assumono nel definire l’identità formale dell’isola di Lanzarote. Una mirabile interpretazione secondo cui Manrique legge soggettivamente l’isola e che ha offerto, come un lascito prezioso, a tutta la comunità locale e internazionale, dopo la sua tragica morte in un incidente stradale, diventando di fatto il venerato guru della salvaguardia ecologico-ambientale dell’isola stessa.

Gli spazi di Manrique – e il Jardín de Cactus ben lo dimostra – presentano una costruzione in sequenza temporale – forse si potrebbe definire “pittoresca” – di montaggi e accostamenti di forme e di materiali, che asseconda il genius loci dei paesaggi vulcanici di Lanzarote ma che è anche ritrovabile analogamente nella sua tecnica pittorica, certamente influenzata da Picasso, Matisse, forse Mirò ed altri maestri del Novecento: una temperie culturale cui fanno riferimento anche altre importanti e spesso poco note figure della pittura del secolo XX in Spagna (per esempio, il caso in qualche modo analogo di un artista altrettanto multivalente come Luis Seoane in Galizia).

Il Jardín de Cactus è insieme un giardino botanico-scientifico, un micro-paesaggio che racconta una micro-storia tipicamente canaria, ma anche una specie di enorme collage a tecnica mista, che monta assieme e impasta le piante con le pietre, la scura terra lavica coi brillanti colori a calce, e perfino le forme vernacolari “trovate” di un mulino a vento, secondo una logica quasi da bricolage, che si arrischia a sfiorare la naiveté.

Ciò che stupisce forse di più della figura di Manrique è la sua capacità di unire la spregiudicatezza sperimentale di un artista nutritosi alla scuola dell’astrattismo suo contemporaneo con il rigore ecologista di un uomo capace di energiche battaglie in difesa dei paesaggi della sua terra. E di fare di questo connubio la sua forza e il suo messaggio vincente, lottando contro le forme selvagge del turismo speculativo e al contempo accettando il fenomeno turistico – laddove imbrigliabile in un’idea di sviluppo compatibile – come possibilità di riscatto dalla povertà di quella terra e di risorsa per la comunità tutta.

Se il paesaggio è una nozione di sublimata lettura dei valori estetici del mondo naturale e delle stesse trasformazioni antropiche – sembra affermare Manrique – allora arte architettura e paesaggio possono concorrere insieme a progettarne e costruirne il valore intrinseco per la comunità insediata e anche il valore di messaggio trasmissibile ad una comunità più globale, ivi compreso il fenomeno di un turismo culturale più avvertito, che possa arginare le spinte speculative del turismo di massa.

 

* Versione ridotta dell’intervento tenuto al seminario per il conferimento del Premio internazionale Carlo Scarpa per il giardino (Fondazione Benetton Studi Ricerche, Treviso, 20 maggio 2017).

Tutte le foto sono di Anna Ghiraldini, autrice della tesi di laurea Motion e-motion, un percorso nell’opera di César Manrique (relatori Renato Bocchi e Carmelo Marabello, Università IUAV di Venezia, 2015)


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