Venezia, esercizi di sintassi alla 57. Biennale d’Arte

by • 17 maggio 2017 • Mosaico, Reviews1552

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Christine Macel, curatrice della 57ma Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (13 maggio-26 novembre), schiera 120 artisti in 9 ideali “transpadiglioni” distribuiti tra Padiglione Centrale ai Giardini e Arsenale. Un approccio dialettico ritmato da ambiti tematici. Ecco l’esito della nostra esplorazione tra gli allestimenti

VENEZIA. Dei militari dal fisico rassicurante guardano, il volto non privo di un certo smarrimento, un’installazione in un padiglione veneziano; sembrano domandarsi dove stia il nemico dal quale difenderci (e difendersi) e sono, forse, più propensi a voler elevare una contravvenzione per qualche norma non rispettata. Senza cadere nelle facili ma esilaranti riflessioni di Alberto Sordi -il mitico fruttarolo Remo in viaggio premio con la moglie Augusta in laguna nel mediometraggio “Le vacanze intelligenti” (1978)*- possiamo affermare che il linguaggio delle mostre viste negli ultimi 40-50 anni alla Biennale si è ormai sedimentato in una sintassi che è quasi una koinè, se non codificata, per lo meno riconoscibile. “Viva Arte Viva”, la rassegna curata da Christine Macel non fa eccezione e conferma la regola una volta di più. Il progetto si basa su nove transpadiglioni distribuiti tra Padiglione Centrale ai Giardini (Padiglione degli Artisti e dei Libri; Padiglione delle Gioie e delle Paure) e Arsenale (Padiglione dello Spazio Comune, della Terra, delle Tradizioni, degli Sciamani, Padiglione Dionisiaco, Padiglione dei Colori, Padiglione del Tempo e dell’Infinito) che formano un percorso ove le opere d’arte si susseguono come i capitoli di un libro, ma l’espediente non porta a sviluppi spaziali degni di nota e i temi si risolvono il più delle volte in tracce solo in qualche caso vivificate dalla presenza fisica di libri quale materia della concezione di alcuni artisti.

Forse in questa edizione è ancora più chiaro l’epico scontro fra installazione e opera che segna i nostri tempi. Le due grandi scuole si confrontano dichiaratamente: da una parte l’opera ben definita nello spazio e nella materia e che può, quindi, essere allestita e mostrata (e trasportata in differenti contesti). Dall’altra l’allestimento dello spazio, l’installazione che, con tutte le sue declinazioni che arrivano sino alla performance, fa diventare il luogo “opera” la quale non può essere replicata tale e quale ma solo, e non sempre, riproposta altrove seguendo le istruzioni contenute nel progetto o nella sceneggiatura, se volete. Il site specific è ormai una consuetudine espressiva; la “novità”, a volerla trovare, è costituita da un ulteriore passo avanti nella direzione della performance che usa lo spazio quale vera e propria cornice scenografica per la messa in scena della propria pièce.

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Il progetto di Christine Macel negli spazi dell’Arsenale

All’Arsenale l’allestimento ordinato, disegnato da Jasmine Oeczebi, articola efficacemente le opere nello spazio delle Corderie. Certo il rigore è grande, ma il risultato rende la lunga passeggiata un sapiente susseguirsi di lavori con alcuni momenti di grande efficacia, come nel caso di  Leonor Antunes che cala nello spazio sculture in cuoio, legno, metallo e lampade in vetro realizzate a Murano. Interessanti alcune “riscoperte”: l’arte di Giorgio Griffa, esponente del Non-movimento della Pittura analitica; i “libri” di Maria Lai, artista sarda. Il tessile la fa da padrone! Fra gli altri Lee Mingwei con la performance The mending Project nella quale l’artista-sarto ripara gli abiti lasciando i fili in abbondanza a disegnare lo spazio; David Medalla, col progetto itinerante A Stich in Time basato sul ricamo di gruppo che costituisce per il pubblico un richiamo irresistibile a lasciare un segno di sè (biglietto da visita); Franz Erhard Walther (Leone d’oro come miglior artista), i cui tessuti devono essere “attivati” in una performance e Abdoulaye Konaté, con Brésil (Guarani) opera di oltre 7 metri in colore indaco naturale.

Non più così forte la presenza della video arte, anche se i pezzi di Charles Atlas (menzione speciale della giuria) si propongono come momento di grande poeticità soprattutto con Kiss the Day Goodbay, montaggio di 44 tramonti.

La promenade si conclude con il Padiglione del Colore, esplosione cromatica, anch’essa ordinata, che vede un grande finale nelle balle di pura fibra pigmentata di Sheila Hicks: un grande muro multicolore di effetto e che connota mirabilmente il luogo. Appena fuori dalle Corderie da notare la padronanza spaziale di Liu Jianhua le cui 64 lastre di acciaio e catini di porcellana smaltata a vetro dorato dialogano magnificamente con le superfici specchiate di Alicja Kwade interpretando al meglio il tema del Padiglione dell’Infinito.

Non si può poi non citare il Padiglione Italia (fino a quando in questa infelice posizione? E il vecchio Padiglione Centrale ex Italia ai Giardini con progetti di concorso dimenticati?) che per alcuni è addirittura il vincitore morale della manifestazione. In verità la curatela di Cecilia Alemani, con le opere di Roberto Cuoghi, Adelita Husni-Bei e Giorgio Andreotta Calò, propone, in sequenza e rispettivamente, un laboratorio da b-movie nel quale l’Imitatio Christi sembra voler vanificare i secolari sforzi dell’arte occidentale su questo impervio tema; una video installazione ingentilita da uno strisciante motivo di neon luminosi e la monumentale, quanto invisibile, costruzione finale di Andreotta Calò che riserva una sorpresa spaziale nel buio specchio d’acqua in quota, ma con grande sproporzione di mezzi.

Il clima da Day After, serpeggiante in questa Biennale, trova una bella, si fa per dire, espressione nella casetta diroccata oggetto di un diluvio permanente nel Padiglione della Georgia di Vajiko Chachkhiani. Per chi ci arriva, infine, il Giardino delle Vergini è il luogo di una raffinata installazione sonora di Hassan Kahn (Leone d’Argento come giovane artista promettente).

Giardini e padiglioni nazionali

Spostandoci ai Giardini, il Padiglione Centrale vede una raccolta di sale museali molto compassate interrotta solo dalle due installazioni/performance negli spazi di ingresso. Qui, dimenticata la cupola del Chini, un caotico accampamento promette di durare a fatica i mesi previsti: in Artist at work Mladen Stilinovic dorme in scena nel suo lettino e Dawn Kasper con The Sun, the Moon and the Stars trasloca qui il suo studio. Nello spazio più grande e pregiato, Olafur Eliasson affida a rifugiati e richiedenti asilo la costruzione artigianale dei poliedri luminosi del progetto Green Light (per chi vuole sono in vendita con tanto di ricevuta). Le sale brillano per correttezza espositiva e ordine visivo.

I padiglioni nazionali, sempre meglio connotati dalle care architetture storicizzate, presentano la consueta rassegna di proposte, a volte azzardate.

Sul viale centrale Spagna, Belgio e Olanda si affidano ad allestimenti sobri di opere e spazi, mentre in cima al colle i tre big europei scelgono approcci diversi. La Francia opta per un’architettura musicale di interni ove strumenti tradizionali e neofuturisti promettono grandi esecuzioni. La Gran Bretagna sceglie un’occupazione massiva delle sale classiche con folly di Phyllida Barlow. La Germania spiazza tutti -la scelta premiata con il Leone d’Oro per la miglior partecipazione nazionale- recintando il padiglione dal pesante passato storico e architettonico a guisa di compound costrittivo ove, in un gelido ambiente di vetro e metallo a costruire un pavimento sopraelevato, tristi comparse mettono in scena oscure movenze che probabilmente non valgono i lunghi tempi di attesa in coda richiesti per assistervi (opera di Anne Imhof). Per fortuna nei giorni della vernice la coppia di simpatici dobermann, sicuramente pensati come sinistro coup de théâtre, non entrano nella parte e abbaiano felici per il gran movimento attorno a loro.

Il Canada continua nella politica distruttiva del padiglione, quest’anno teatro di giochi d’acqua (Geoffrey Farmer), e gli Stati Uniti d’America rimangono attaccati alla poetica rovinista ma se non altro quale cornice per opere di grande forza e qualità (Mark Bradford Tomorrow is Another Day).

Scendendo la china, ma solo altimetricamente, si passa dalla Corea, multiforme, con una stanza speciale sul tempo (Lee Wanproper time) arrivando al tema del supermodellismo nel Giappone di Iwasaki e nella Russia di Bruskin con Theatrum Orbis, teatro di scenografia in bianco e nero. La Danimarca si fa invadere dal verde (quasi un manuale di Arte dei giardini) e il Venezuela dalle avvincenti grafiche “a rotolo” di Juan Calzadilla. Israele, con le muffe di Weinstein -non solo immagini ma anche odori- ci lancia al di là del canale dove il Brasile (menzione speciale) ci accoglie con una suggestiva installazione che Cinthia Marcelle concepisce come un nuovo pavimento inclinato realizzato con piastre in grigliato e sassi. Tableaux vivants ed esibizioni muscolari (il furgone parcheggiato in verticale One Minute Sculpture di Erwin Wurm diventa una torre di osservazione per un Mediterraneo che non c’è) nel Padiglione austriaco mentre Romania e Serbia presentano belle sale di museo con bravi artisti. Opprimente è il labirinto nero lucido della Grecia anche a fronte di un vero e proprio film di autore proiettato negli spazi ed ispirato alle Supplici di Eschilo con la voce ed il volto di Charlotte Rampling a spiccare su tutti.

Nell’epoca della smontabilità (reversibilità) dell’opera d’arte, alla Biennale 2017 la sintassi –intesa in questo campo come rapporto fra gli elementi della composizione e le loro rispettive funzioni- sembra ribaltare il rapporto fra contenuto e contenitore a favore di una condizione ambientale nella quale far passare un messaggio.

I Premi della Biennale 2017

I riconoscimenti di quest’edizione sembrano voler affermare con forza la vittoria dell’installazione. Germania e Brasile si sono aggiudicate rispettivamente il Leone d’Oro per la miglior partecipazione nazionale e la menzione speciale. Motivazioni della giuria: «un’installazione potente e inquietante che pone domande urgenti sul nostro tempo e spinge lo spettatore a uno stato di ansia consapevole» per la Germania e «un’installazione che crea uno spazio enigmatico e instabile in cui non ci si può sentire sicuri» per quanto proposto nel Padiglione brasiliano.

Guardando agli artisti premiati: a Franz Erhard Walther che disegna con il tessuto le proprie performance è andato il Leone d’oro per il miglior Artista, mentre Hassan Kahn che allestisce con il suono il Giardino delle Vergini è Leone d’argento come giovane artista promettente.

Non giudichiamo i premi che le giurie assegnano, a loro insindacabile giudizio, ma le stesse ci hanno abituati, ormai da molte edizioni, a non essere scevre nel loro operato da un’ombra di conformismo mediatico-culturale e, se non politico, forse ideologico.

Fuor di retorica siamo tornati a leggere le parole di Giovanni Ponti, commissario della XXIV Biennale del ’48 di riapertura dopo la guerra. Nella sua introduzione egli auspica «che il mondo veda conferire da ogni parte nell’oasi verde della nostra isola dell’arte e dei sogni, le opere dei migliori artisti, e fra i popoli non siano gare e contese se non per il primato del bello e del bene».

A noi, oggi, il compito di capire ove stiano il bello e il bene.

“Le Vacanze Intelligenti”, episodio del film collettivo “Dove vai in vacanza?”, è del 1978, anno della XXXVIII Biennale “Dalla Natura all’Arte, dall’Arte alla Natura”. L’edizione si ispirava al pensiero di Kandinskij: “Grande astrazione, grande realismo” e la direzione del Padiglione Centrale era affidata ad Achille Bonito Oliva. Due fruttivendoli romani, Remo ed Augusta Proietti, sono indotti a farsi organizzare le vacanze estive dai tre figli prossimi alla laurea (Pasquina, Romolina e Cesare) che, grazie alla loro cultura, programmano visite a musei, tombe etrusche, concerti di musica contemporanea e, appunto, alla Biennale di Venezia. Alberto Sordi fa una duplice ed esplicita citazione: la prima dell’artista italiano Gino De Dominicis, che aveva esposto nella Biennale del ’72, la seconda della scultura iperrealista di Duane Hanson e John De Andrea, che aveva esposto proprio nella Biennale del ’78. Sordi pone in essere le citazioni nella famosa scena in cui la moglie Augusta (Anna Longhi), sedutasi su di una sedia, viene scambiata per un’opera vivente e valutata addirittura 18 milioni di lire. La visita nei locali e negli spazi della Biennale viene girata a manifestazione da poco conclusa con gran parte delle opere ancora allestite ed esposte.

Foto di Arianna Panarella


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