Paris Haussmann, prontuario per l’habitat

by • 3 maggio 2017 • Mosaico, Reviews2003

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Al Pavillion de l’Arsenal fino al 4 giugno la mostra su George Eugène Haussmann curata dallo studio LAN e da Frank Boutté. Molti spunti di riflessione per la progettazione delle città

 

PARIGI. La mostra su George Eugène Haussmann al Pavillion de l’Arsenal (“Paris Haussmann”, fino al 4 giugno), ben curata dallo studio LAN e da Frank Boutté, analizza con uno sguardo inedito il lavoro del Prefetto di Parigi che dal 1853 al 1871 ha sconvolto gli equilibri della città medievale, realizzando l’impianto urbano che ancora oggi ne decreta la sua unica e straordinaria fisionomia. Le aspettative di Napoleone III (abbellire, ingrandire, igienizzare) unite ad una serie di rigide norme e regole a tutte le scale, dall’arredo urbano al tracciamento stradale, realizzano un unico progetto mirato a diffondere qualità in tutte le parti della città. Lo Stato progetta, organizza e controlla, i privati realizzano le residenze. Questo è il forte connubio che salvaguarda i vari interessi a Parigi da circa due secoli, e che ha visto le ultime grandi opere durante l’era Mitterrand, mentre attualmente è in fase di sviluppo un’altra rivoluzione: il progetto “Grand Paris”, con il passaggio da metropoli a megalopoli, l’inglobamento del territorio limitrofo e l’incremento demografico da 3 a 11 milioni di abitanti.

Tuttavia, la vera originalità della mostra è l’analisi di una sorta di “prontuario” minuziosamente catalogato che sta alla base della grandezza del progetto haussmanniano, un’idea di habitat innovativo che tra l’altro dovrebbe dare spunti di riflessione ai progettisti odierni.

Frattalità: la forma della città nasce dai nuovi tracciati viari e dalle forme dei lotti, degli edifici e degli spazi pubblici. Gli elementi urbani si concatenano, ripetendo forme e disegni a differenti scale, e la sovrapposizione con il tessuto medievale arricchisce l’insieme rendendolo meno uniforme ma sempre riconoscibile.

Densità: questo è uno degli elementi più sorprendenti della ricerca, perché Parigi nella sua riconosciuta bellezza è composta per circa il 75% da edifici haussmanniani, ed oltre ad esser la città più visitata al mondo è anche una delle più dense. Il lotto tipico di quel periodo ha un rapporto vuoto-pieno di 30-70, un indice progettuale oggi inimmaginabile che funziona grazie alle norme che regolano la costruzione dei singoli lotti ed edifici.

Iperstaticità: la tipologia strutturale costruttiva imposta, semplice e sovradimensionata, permette ancora oggi un’alta flessibilità agli adattamenti interni, e soprattutto l’uniformità delle strutture semplifica i cambiamenti grazie alla perfetta conoscenza statica dell’edificio.

Cortina: la facciata principale su strada è in pietra e decorata, con varie possibilità di finiture (tre classi), lasciata a libera interpretazione dei singoli architetti ma sempre riconducibile ad un controllo generale con gli allineamenti degli edifici contigui. L’edificio è completamente staccato dalla facciata principale e i fronti sulle vie secondarie sono in mattoni, mentre i retri sono realizzati con materiali più poveri o intonacati, generando spesso un caos di volumi, tuttavia non visibile dall’esterno.

Alloggi: gli alloggi principali hanno il doppio affaccio, mentre gli spazi di servizio sono sacrificati all’interno, incastrati in ogni meandro, compresi i famigerati ma affascinanti sottotetti destinati alla servitù: le chambres des bonnes.

Resilienza: le altezze interne cambiano a seconda del piano, favorendo un mix sociale che ancora oggi funziona pur con attività e destinazioni completamente differenti che si interscambiano continuamente secondo i vari periodi e richieste. L’edificio al suo interno muta, si trasforma e spesso ritorna al suo stato iniziale grazie all’iperstaticità strutturale e alla flessibilità legislativa francese.

Sinergia energetica: la continuità e prossimità degli edifici, unitamente alle spesse murature strutturali rendono queste costruzioni straordinariamente efficienti dal punto di vista energetico-acustico, anche in considerazione delle regole sui doppi affacci e delle ventilazioni naturali sui cavedi. Nonostante l’età risultano molto più performanti di molti edifici contemporanei; una sorta di schiaffo rispetto all’utilizzo corrente del termine sostenibilità come aggettivo invece che come sostantivo.

Due note critiche a questo lavoro. La prima riguarda la rivendicazione dello studio LAN, durante la conferenza di presentazione, rispetto alle teorie di Aldo Rossi come “nuovo” riferimento culturale per il progetto urbano: in realtà, la mostra rivela le differenze e l’impossibilità di questa eredità, anche se la maggior parte dei progetti urbani contemporanei hanno una frammentazione e una multiplicità di linguaggio apparente e disarmante. La seconda riguarda il prezioso ed elegante catalogo, in cui però mancano due disegni che in mostra sovrappongono la città medievale demolita rispetto al nuovo progetto, rivelando l’impossibilità di ripetere oggi simili trasformazioni a questa scala, ma sono comunque due perfetti esempi di progettazione urbana.

Vedendo la mostra si può anche meglio apprezzare il Plan Voisin di Le Corbusier (1925), una provocatoria utopia in perfetta sintonia con Haussmann e che, in considerazione di alcuni dei progetti proposti per il Grand Paris ma anche rispetto alle volontà della sindaca Anne Hidalgo di eliminare progressivamente le macchine dal perimetro urbano attuale, non sembra così irreale nella città in cui regnano due grandi utopie: la Tour Eiffel e il Beaubourg.


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