Ritratti di città. Taranto saprà ripartire dal suo nucleo storico?

by • 26 aprile 2017 • Città e Territorio, Mosaico2625

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Viaggio nel capoluogo pugliese all’indomani del concorso d’idee per la Città vecchia, tra recessione e attese di rigenerazione sociale e urbana. E, su tutto, aleggia il fantasma dell’ILVA

 

Una città paralizzata e in recessione come e più di altre nel Sud Italia. Una rilevante pressione mediatica. Un centro storico – la Città vecchia – degradato e semiabbandonato, pervaso da sentimenti di alienazione sociale. Un concorso internazionale – d’idee; era troppo auspicarne uno di progettazione – che riaccende speranze. Un grave inquinamento ambientale di carattere industriale che ha compromesso l’intero sistema paesaggistico. L’imminente tornata elettorale delle amministrative di giugno. E, su tutto, il fantasma dell’ILVA, tra processi di deindustrializzazione, preoccupazioni sull’assetto proprietario e attese occupazionali. Questa è oggi Taranto, capitale spartana della Magna Grecia che stregò Giulio Carlo Argan, che conserva moderni tesori come la concattedrale di Gio Ponti, che è ricca di contaminazioni storiche mediorientali da farne un riferimento nella geografia culturale del Mediterraneo.

 

La Città vecchia

Stretta tra il golfo (mar Grande) a ovest ed il mar Piccolo a est, separata dalla terraferma a nord e a sud da due canali navigabili e collegata ad essa da due ponti di cui uno ad apertura girevole, l’isola è un lembo di terra (largo mediamente appena 280 m e allungato sull’asse nord/sud per circa un chilometro) dalle diversificate stratificazioni storiche e composto da quattro rioni detti Pittaggi.

Tra i 2.400 abitanti che la popolano attualmente (a fronte degli oltre 15.000 di 40 anni fa) ci sono pescatori con le loro famiglie e piccoli commercianti. Ospita inoltre gli uffici amministrativi e direzionali del Comune, la Capitaneria di porto e la Curia arcivescovile. Ospitava anche gli uffici della Soprintendenza ai beni archeologici, di recente inglobati nella Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Brindisi, Lecce e Taranto con sede a Lecce, priva di competenze su temi di archeologia greco/romana, di cui invece il territorio tarantino è ricco.

La città vecchia è da sempre in attesa di una spinta per il superamento della depressione socioeconomica seguita ai gloriosi anni ’60 e che non lascia grandi slanci al sentimento di appartenenza a questi luoghi, determinandone un degrado evidenziato dallo stato di abbandono degli edifici e degli spazi collettivi.

 

Il rapporto con l’ILVA

In particolare non è possibile ignorare la relazione tra l’isola e l’enorme e quasi adiacente area industriale siderurgica dell’ILVA, il cui destino sembra debba consegnarla ad un raggruppamento misto capeggiato da Cassa depositi e Prestiti affiancata da un operatore privato. Come accadde negli anni ’90 con la cessione al gruppo Riva, anche stavolta c’è il forte rischio che il bottino finisca nelle mani di estranei al territorio, con lampi di promesse occupazionali ma insensibili alle reali problematiche ambientali e sociali della città.

La microeconomia della Città vecchia è attualmente tenuta in vita dai pescatori; risorgerà facendo di Taranto un laboratorio ambientale diffuso per il controllo e la gestione dell’inquinamento dell’area del mar Piccolo? Questo uno dei punti cruciali di contrattazione sul quale un piano urbanistico di attuazione improntato su tale logica è presupposto essenziale per contrapporsi a qualsiasi vaneggiamento industriale. Innescare quindi un processo virtuoso di rigenerazione urbana significa passare ad un nuovo tessuto socioeconomico in grado di conciliare la tradizione marittima, legata fondamentalmente alla pesca, a nuovi comparti scientifici e di ricerca nonché all’apertura verso nuovi mercati turistici incentivati dallo sviluppo assicurato dalla pianificazione.

 

Il concorso

Il 24 marzo scorso ha avuto luogo la premiazione dei progetti vincitori del concorso internazionale d’idee “Open Taranto”, per il riassetto urbano della Città vecchia, alla presenza tra gli altri del ministro per la Coesione territoriale Claudio De Vincenti. Contestualmente è stata inaugurata la mostra dei progetti, aperta fino al 10 maggio presso il Castello aragonese, proprio all’ingresso dell’isola su cui sorge l’antico borgo di Taranto. Il bando è figlio della Legge 20/2015 che, predisponendo il Contratto istituzionale di sviluppo (CIS Taranto), ha individuato in Invitalia, Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa Spa, il soggetto attuatore del CIS medesimo. Così, con il supporto scientifico dell’INU, Invitalia ha bandito la gara, in fase unica con preselezione su curriculum, cui hanno risposto in 46.

Tra i 18 selezionati, con molti nomi di spicco (tra gli altri Boeri, Cucinella, Arup, Podrecca, Viganò, Labics, Cellini, ABDR, Alvisi+Kirimoto, Oliva, Salimei, Schiattarella), ha avuto la meglio l’assai meno noto raggruppamento MATE società cooperativa (guidato dall’architetto Francesco Nigro) con un progetto che punta alla rigenerazione urbana dell’isola attraverso connessioni strutturali tra la Città vecchia e l’intero bacino del mar Piccolo/mar Grande di cui fa parte la città nuova.

I primi tre classificati, così come in linea generale anche gli altri partecipanti, delineano soluzioni di ampio respiro e a lungo termine, potenzialmente in grado d’incidere sulle scelte politiche future e sul destino della città. In quest’ottica i 18 progetti selezionati puntano sulla valorizzazione della ricchezza identitaria dei luoghi: un unicum nel bacino del Mediterraneo, strategico sotto il profilo geopolitico ed emblematico sotto quello urbanistico. Tuttavia, se l’idea di MATE è centrata rispetto alle richieste del bando e si avvicina quindi ad un vero e proprio masterplan, quella di Boeri Studio (secondo classificato) pone Taranto al centro del Mediterraneo ed eleva il suo caso ad esempio per tutte le città portuali del bacino. Invece, quello di Studio Bargone (terzo classificato) torna ad essere un progetto urbanistico in senso stretto, anch’esso ben dettagliato.
Guarda il sito del concorso e i 18 selezionati

Primo classificato: MATE società cooperativa

 

Secondo classificato: Boeri Studio

Terzo classificato: Studio Bargone

 

Visioni sovrapposte

Al di là delle soluzioni progettuali, delle modalità di intervento previste e dei seppur accennati contenuti architettonici, tutti i progetti hanno fatto leva su scenari forse troppo sbilanciati verso una visione metropolitana sullo stile e sulla scala di Barcellona. Accadde anche nel 2003 quando il Comune affidò proprio al catalano Oriol Bohigas la redazione di un nuovo piano di risanamento, che da allora giace negli archivi degli uffici tecnici. Quel progetto avrebbe dovuto ammodernare il piano Blandino (approvato nel 1973) che nel corso degli anni ’70 e ’80 aveva visto le sue prime applicazioni. Ma in realtà tutto si è arenato fino ai nostri giorni, fatto salvo qualche intervento per Urban II negli anni 2000 e lo straniante edificio per il ricovero delle tartarughe, in costruzione sul waterfront del mar Grande.

Tuttavia, nessuno dei partecipanti al concorso pare aver tenuto nel debito conto gli strumenti di piano attualmente in vigore. Così come il concorso si sovrappone in parte con il processo in atto di riqualificazione del waterfront. Da un lato, imbastito attraverso il concorso per un Centro servizi polivalente aggiudicato nel 2009 a Guendalina Salimei (cantiere avviato ma fermo alle demolizioni, contro una prevista fine lavori a giugno 2017!). Dall’altro lato, soprattutto, “Open Taranto” si sovrappone allo Studio di fattibilità (inerente “Interventi di protezione costiera, riqualificazione e rigenerazione dell’affaccio a mar Grande della Città vecchia di Taranto”) commissionato dall’Autorità portuale nel 2016 a un gruppo di professionisti guidato da Rosario Pavia e Matteo Venosa, tra i vincitori del Premio Urbanistica dell’INU.

Il concorso, dunque, come ennesimo specchietto per le allodole, soprattutto in assenza di risorse certe per la sua attuazione?

Le vocazioni e i conti con la realtà

Taranto è oggi a un bivio cruciale sulla strada della deindustrializzazione. I problemi che l’affliggono richiedono soluzioni immediate attraverso l’insediamento di nuove funzioni sulla tutela dell’ambiente, sulla formazione di un nuovo management industriale e sulla crescita in temi di marketing e comunicazione della pesca e della mitilicoltura locale verso settori trainanti. Inoltre temi sociali che incidono sul senso civico (che qui spesso latita) e sulla qualità della vita quotidiana vanno presi di petto e subito con politiche locali di welfare, assieme a meccanismi di controllo della microcriminalità di strada.

Il degrado del patrimonio edilizio va arrestato ora. Anni d’incuria e d’investimenti pubblici assenti offrono uno spettacolo da post evento sismico. Altro che “Taranto città spartana”; meglio sarebbe dire “Taranto città puntellata”. Servono soldi freschi. Una fonte è certamente quella dei finanziamenti POR FESR 2014-2020 della Regione Puglia, che pone lo sviluppo urbano e territoriale tra i suoi obiettivi tematici. Inoltre sarebbe utile sapere se e come i fondi resi attivi dal Piano città del ministero delle Mnfrastrutture e dei trasporti nel 2013 sono stati impiegati, dato che quelli destinati a Taranto ammontano a circa 70 milioni.
Tutto ciò tenendo presente che il Comune ha il dovere di adottare il piano di interventi previsti nella Legge 20/2015 per accedere ai fondi da essa contemplati.

Non sarebbe meglio che da Roma ci si armi di coraggio per allocare risorse non solo strettamente destinate all’ILVA?


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