Quando gli architetti celebravano Oltremare i fasti dell’Impero

by • 26 aprile 2017 • Reviews1868

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Nell’ambito del Festival Forlì Città del ‘900, fino al 18 giugno presso l’ex GIL la mostra «Architettura e Urbanistica nelle terre d’Oltremare. Dodecaneso, Etiopia, Albania (1924-1943)», con prestiti dagli archivi di Cesare Valle e Gherardo Bosio

 

FORLI’. A pochi giorni dalle celebrazioni del 72° anniversario della Liberazione, è stata inaugurata presso l’ex GIL (Gioventù italiana del Littorio) la mostra «Architettura e Urbanistica nelle terre d’Oltremare. Dodecaneso, Etiopia, Albania (1924-1943)», dedicata a quel particolare capitolo della storia dell’Architettura italiana sospesa tra Mar Egeo, Balcani e Corno d’Africa, nel periodo compreso tra ascesa e caduta del Fascismo. La distanza da quell’epoca – hanno ricordato il sindaco del capoluogo romagnolo e l’assessore regionale alla Cultura nel corso dell’inaugurazione – è tale da permettere una sua completa elaborazione culturale, liberando ciascuno dalle paure e dalle passioni che ancora circondano i giudizi sul Ventennio.

Forlì e la Romagna proseguono così un progetto che ha radici lontane e che ha portato al Festival del Novecento, giunto quest’anno alla sua quarta edizione. L’importanza del percorso si misura con la sua dimensione europea e le trenta città comprese nell’itinerario culturale ATRIUM, ormai punto di riferimento per lo studio critico dell’architettura dei regimi totalitari del vecchio continente lungo tutto il secolo scorso e che ha trovato una sponda anche normativa. La regione Emilia Romagna, infatti, consapevole di questo passato ancora scomodo e della sua “eredità dissonante”, e in linea con le finalità di ATRIUM, ha varato la Legge sulla Memoria del Novecento (L.R. n. 3 del 3 marzo 2016), che mira ad accrescere, tramite la formazione e la divulgazione della storia di questo controverso secolo, la conoscenza del passato per poter comprendere il nostro presente.

L’esposizione, curata da Ulisse Tramonti e Riccardo Renzi – allestita in collaborazione con Marino Mambelli – si concentra su tre diverse realtà dietro cui si celano altrettante storie di conquista e, quindi, di colonizzazione del territorio. Grazie a prestiti importanti, su tutti dagli archivi degli eredi di Cesare Valle (progettista, nel 1933-35, dell’edificio che ospita la mostra) e Gherardo Bosio, di materiali originali e preziosi (chine e grafiti su carta e lucidi, eliocopie dai disegni originali, pubblicazioni a stampa), è stato possibile raccontare, attraverso i tratti del progettista romano e di quello fiorentino, la volontà di ridisegnare in modo totale quelle agognate terre di redenzione, spesso considerate erroneamente (o ad arte) come tabulae rasae, prive di una propria storia e sulle quali la legittimazione derivante dalla spada premeva ancora più affondo l’aratro della civiltà italica.

Le isole di Rodi e Kos prima, e Addis Abeba, Gondar, Harar e Tirana dopo, sono le principali testimoni dell’esportazione del linguaggio razional-fascista e vernacolare, già d’ordinanza entro i sacri confini e che poco spazio lasciava alle sperimentazioni internazionaliste, diffuse negli altri paesi europei. Le nuove piazze, i viali, i palazzi di rappresentanza e quelli della cultura, gli spazi dello sport, quelli per l’assistenza sanitaria, il commercio e il culto, raccontano opere di urbanizzazione ciclopiche, divenute ancora più monumentali dopo la proclamazione dell’Impero, e che hanno lasciato il loro indelebile segno nella fisionomia odierna dei luoghi. Ogni piano urbanistico aveva l’intento di riprodurre, nelle terre guadagnate alle ambizioni colonialiste, i fasti della nuova Roma mussoliniana; è il caso della stessa Addis Abeba che si presenterà, come si legge nel ricco catalogo che accompagna la mostra, con l’aspetto di un immenso cantiere alle truppe inglesi che la occuperanno nel 1941.

 

Immagine di copertina: Gherardo Bosio, Piano regolatore generale di Gondar, veduta prospettica a volo d’uccello, 1937 (archivio eredi Bosio, Firenze)


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