Genova non è pronta per il Blueprint di Renzo Piano

by • 19 aprile 2017 • Inchieste2971

Il progetto donato alla città da Renzo Piano, inerente la valorizzazione dell’area fronte mare e del porto, resta al momento sulla carta: nessun vincitore per il concorso sull’ambito della Fiera

 

Il Blueprint di Renzo Piano

GENOVA. Sono in mostra fino al 4 maggio a Palazzo Rosso le 76 proposte ricevute dal Comune per il concorso realizzato sulla base del Blueprint, il progetto donato alla città da Renzo Piano, inerente la valorizzazione dell’area fronte mare e del porto (nell’immagine di copertina). Una frontiera-risorsa da sempre oggetto di studio da parte del noto architetto genovese, che da anni auspica la totale riqualificazione del waterfront urbano per restituire a Genova la sua originaria vocazione di città marinara.

Secondo una prassi ormai consolidata in molte capitali europee, con pratiche generalmente attuate da enti municipali specifici come gli Urban Center, lo studio RPBW, a partire dal 2014, ha elaborato un masterplan relativo alla fascia del limite acqua-costruito che va da Punta Vagno fino a Porta Siberia, in prossimità del Porto antico, con un disegno che costituisce il completamento dell’intervento effettuato in occasione delle Expo Colombiane ’92.

Il documento progettuale, ufficialmente devoluto il 23 settembre 2015 a Comune di Genova, Regione Liguria e Autorità portuale, contiene le linee guida principali della riqualificazione di quella lunga striscia caratterizzata dalla stratificazione di infrastrutture e dalla presenza di edifici in disuso, elementi privi di ordine che ostacolano la continuità fisica e visiva fra centro storico e mare.

La trasformazione ideata da Piano prevede sostanzialmente la realizzazione di un nuovo canale navigabile a ridosso delle antiche mura della città, in adiacenza alla sopraelevata; il corso d’acqua potrà essere ricavato attraverso lo sbancamento di porzioni dei moli esistenti sotto la cinta muraria e tramite la demolizione di alcuni edifici dismessi quali la palazzina ex Nira e i padiglioni obsoleti della Fiera. Lungo questa darsena, larga fino a 50 metri, si collocano la passeggiata pedonale e un parco lineare che costituiranno il collegamento mancante fra Porto antico e Corso Italia. Alcune connessioni verticali assicureranno l’accesso della nuova promenade urbana a Corso Aurelio Saffi e ai quartieri limitrofi, mentre la viabilità carrabile a raso, di servizio alle attività portuali, sarà posizionata al di sotto della sopraelevata.

Secondo il tracciato di Piano, l’operazione di ampliamento dello specchio d’acqua del porto determina anche la riorganizzazione del settore riparazioni navali: sia nella revisione dei bacini di carenaggio, per consentire la presenza di navi più grandi, sia nella maggiore superficie di lavoro sulla banchina, che si potrà ottenere con il tombamento del porticciolo Duca degli Abruzzi, attuale sede dello Yacht Club. Per quest’ultimo è previsto lo spostamento nel bacino antistante la Fiera, nella posizione più a levante del porto; una collocazione che consentirebbe di accedere al mare in modo più diretto e di svolgere le attività nautiche da diporto in maggiore sicurezza. A conclusione delle insenature portuali, in corrispondenza della foce del Bisagno, dove si trovano gli ampi piazzali asfaltati Kennedy e Cavalieri di Vittorio Veneto dovrebbe sorgere un giardino urbano collegato al tratto di spiaggia antistante, al momento inaccessibile.

Le indicazioni del Blueprint non trascurano gli aspetti energetici e ambientali. Il documento guida fornisce un quadro generale degli studi effettuati, accludendo una serie di soluzioni possibili da approfondire nella fase architettonica. A tale proposito, tutta l’estensione del masterplan è stata suddivisa in ambiti d’intervento su cui sviluppare concorsi di progettazione.

 

Il concorso d’idee per l’ambito della Fiera

Sulla base di tali direttive è stato indetto a luglio 2016 il primo concorso d’idee relativo al comparto del quartiere fieristico: un’area spesso al centro del dibattito cittadino sia per lo stato di degrado in cui versa gran parte delle strutture della Fiera, fra le quali il bellissimo palasport o Padiglione S realizzato negli anni ‘60, sia per il discusso cantiere su progetto di Jean Nouvel che ha portato nel 2009 all’inaugurazione del Padiglione blu.

L’ambito risulta il più complesso fra quelli individuati nel piano generale in quanto proprio qui sono concentrati i diritti edificatori recuperati dalla demolizione dei fabbricati esistenti; un totale di 48.300 mq di cui 11.300 a destinazione residenziale, 25.000 a terziario e 12.000 a commercio; a questi vanno aggiunti i 30.800 mq da sviluppare all’interno del palasport esistente. Tutto il programma dei 79.100 mq doveva rientrare nel perimetro d’intervento prefissato dal Blueprint, all’interno del quale erano specificate anche le aree di concentrazione edificatoria e le altezze massime consentite.

La chiusura dei lavori del concorso, gestito dalla società Spim spa (una partecipata del Comune che si occupa del patrimonio immobiliare municipale) ha rivelato un notevole interesse a livello internazionale e una discreta presenza di proposte interessanti. Restano però ancora irrisolte alcune questioni determinanti. Quali operatori finanzieranno la realizzazione del progetto? Sarà possibile “imporre” a questi eventuali operatori un progetto architettonico? In una città in decremento demografico, dove i cartelli “vendesi” sono ormai parte della segnaletica urbana, come potrà essere assorbita dal mercato una quota di residenziale/terziario così consistente?

A complicare la situazione si deve aggiungere l’esito della competizione dettato dalla giuria, composta da Giuseppe Capocchin, Richard Burdett, Carlo Berio, Stefano Russo e Pasquale Labianca, che non ha laureato alcun vincitore: dieci finalisti ex aequo per un dibattito ancora aperto.

 

Il nodo risorse e la realtà dei fatti

Per un simile progetto la questione economica rimane comunque prioritaria, soprattutto in considerazione delle mutate condizioni di accesso ai fondi speciali verificatesi per le città italiane. Rispetto al 1992, in cui la stessa Genova era riuscita a promuovere una grande opera di trasformazione grazie a finanziamenti statali e a risorse straordinarie, ora queste forme di sovvenzionamento sono ormai esaurite e la capacità di rendere attrattivo un territorio per favorirne la riqualificazione resta un difficilissimo compito delle amministrazioni locali.

L’ardua missione della governance risiede quindi nella messa a punto di strategie che consentano di far convergere risorse di altro tipo, sempre più spesso da investitori privati; dai quali poter ottenere anche lo stanziamento di proventi per le infrastrutture, che originariamente erano di esclusiva competenza pubblica. Per riuscire in questa sfida gli attori del cambiamento devono dotarsi delle giuste competenze tecniche in relazione a una normativa complessa, e al contempo adottare provvedimenti specifici per il territorio che fungano da supporto e integrazione all’apparato normativo esistente. La premessa indispensabile che consente a un’amministrazione di operare con successo è il consenso della cittadinanza, che si attua nella partecipazione al processo di riconversione e nella visione comune della trasformazione.

Nel caso del Blueprint, l’ambizioso progetto di RPBW rischia, invece, di rimanere offuscato dai problemi di una quotidianità difficile, dal momento che la popolazione urbana è troppo distratta dai disagi della mancata manutenzione e dal senso di abbandono che ha pervaso molte aree della città. Quando anche quest’altra Genova sarà allineata alla Superba che guarda al proprio futuro con soluzioni innovative, i progetti non rimarranno idee sulla carta ma diverranno finalmente tavole esecutive, come molti blueprint.

 


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