Che ci fa Carlo Scarpa in scena a Oslo?

by • 3 aprile 2017 • Mosaico, Reviews1541

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Lo spettacolo teatrale Edda (di Jon Fosse per la regia di Robert Wilson), apre una riflessione sul significato dell’astrazione. Quando i riferimenti culturali rappresentano la riduzione in simboli della realtà, e quando invece sono irriconoscibili segni?

 

OSLO. Cosa ci fa un pezzo della Tomba Brion di Carlo Scarpa su di un palcoscenico? Anche ammettendo la risibile possibilità che l’era di internet non sia penetrata tra i fiordi tanto a fondo da far trapelare immagini di una delle più celebri architetture italiane del Novecento (peraltro notissima, nel resto del mondo forse più che in patria), molti tra coloro che hanno intercettato quest’immagine online si saranno domandati se gli spettatori norvegesi stessero guardando uno spettacolo dedicato al nostro paese, ai nostri architetti, alla nostra cultura formale e costruttiva.

La foto ritrae, invece, una scena dello spettacolo Edda di Jon Fosse – norvegese classe ’59 – tra i più acclamati scrittori al mondo che, all’apice di una carriera dal respiro mondiale a dir poco sfolgorante, ha riscritto per il Norske Teatret l’intero pantheon norreno di tradizione medievale con l’aiuto della musica composta dall’ottuagenario Arvo Pärt e della follia visiva di Robert Wilson.

Lo spettacolo ha debuttato lo scorso 4 marzo e resterà in cartellone fino a maggio per poi spostarsi a Aarhus, capitale europea della cultura 2017.  Acclamato dalle testate di settore e dai quotidiani come una “festa per gli occhi”, nell’intero spettacolo il controllo formale del gesto, ispirato al minimalismo del teatro giapponese, abbraccia la fresca energia del rutilante mondo occidentale invaso da immagini e suoni. All’atmosfera immobile creata da Fosse per la poesia norrena, asciutta e punteggiata da complesse figure retoriche, Wilson contrappone un’esplosione di miraggi e colori che si materializzano sul palcoscenico in una costellazione di simboli iconici in grado di fare immediata presa visiva sul pubblico.

Al seguito di un Odino vestito da rockstar degli anni Settanta, i protagonisti della stirpe divina si trasformano in supereroi da fumetto, in un accattivante tableau vivant.

Abituati al fatto che in generale la figurazione in teatro faccia ripetute allusioni ad altre arti  e che Wilson sia maestro nel tradurre tali riferimenti in simboli, permettendoci di leggere i suoi spettacoli a più livelli, ci lasciamo cullare dall’ingenuità infantile a cui si alterna la malcelata malizia di chi tesse riferimenti continui tra materie diverse. Non stupisce che i prismi triangolari sul palcoscenico rimandino certamente al “Mare di ghiaccio” (noto anche come “Il naufragio della speranza”) dipinto da Caspar Friedrich, né che il tavolo di una strana “ultima cena” mimi dettagli che si potrebbero ritrovare nelle riviste di arredamento, accordandosi perfettamente alla luce nordica tanto decantata dagli art director contemporanei, in cui i toni freddi vengono punteggiati dall’incandescenza soffusa di lampadine giallastre con fondale di immagini riguardanti la tradizione lignea e essenziale delle costruzioni nordiche. È Bob Wilson: l’incantatore che ci ha abituato agli alberi volanti sopra il palcoscenico reinventando Chagall e alla luce narrativa che reinterpreta Magritte (e che troveremo nell’allestimento milanese “Light of Other Worlds” per Slamp a Euroluce 2017).

Ma la tomba Brion rimane un mistero. Certo, gli anelli di Scarpa che dai propilei della tomba di famiglia a S. Vito di Altivole aprono il passaggio, soprattutto visivo, per un “mondo altro” potrebbero in qualche modo restituire iconicamente il Bifröst, ponte che nella mitologia norrena unisce la terra alla dimora degli dei. E forse, come sempre più di frequente affermano gli artisti visivi, l’astrazione funziona quando viene ancorata nel profondo a qualcosa che il pubblico è agevolmente in grado di riconoscere. Resta il fatto che non ci si può non interrogare sull’uso indiscriminato di elementi, simili a tanti frammenti di una strana esplosione culturale più che alla riduzione in simboli della realtà. Se qualcuno ricorda ancora che “ridurre” deriva dal latino “re-ducere”, ossia “convertire”, ci si aspetterebbe un lavoro artistico di trasformazione sulla forma scarpiana che qui non avviene. Anzi, si cerca una coincidenza tale che la prospettiva del prato chiusa sul fondo dal muro di cinta progettato da Scarpa, viene riprodotta da una bassa siepe subito dietro ai cerchi, come se una fotografia usata per il lavoro creativo fosse stata trasformata tout-court in spazio da uno sguardo volutamente frettoloso, distratto e un po’ miope.

Non intendo attuare una difesa passatista del lavoro rigoroso sulle forme che nel progetto andrebbero cucite con metodo sartoriale, ma piuttosto riflettere sul rischio di un’indifferenziata acquisizione di informazioni e riferimenti, ormai cifra tipica del III millennio, per cui non viene più percepita la peculiarità dell’originale rispetto a quella della copia, finendo per astrarre il mare ghiacciato di Friederich facendone un’icona di indubbio valore estetico-simbolico e subito dopo appiattire senza soluzione di continuità ciò che Carlo Scarpa mise a suggello dell’eternità in un facsimile dalla forma effimera e dal significato dubbio.

Di proposito Wilson ha lasciato un’immagine riconducibile a un esempio unico nel mondo, come riflessione sull’incapacità odierna di restituire un’elaborazione simbolica della realtà? Oppure il frammento scarpiano è di così alta perfezione da non poter essere ulteriormente astratto se non attraverso una banalizzazione che sul palcoscenico avrebbe snaturato la poesia dell’intera opera?

Immagine di copertina: Edda, Loki davanti al Bifröst

EDDA – Norske Teatret, Oslo – Marzo/Maggio 2017

di JON FOSSE

musiche ARVO PÄRT

regia, scene, light design ROBERT WILSON

costumi JACQUES REYNAUD e ALEXANDER DJURKOV-HOTTER

 


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