Biennale di Saint-Etienne, avete detto lavoro?

by • 29 marzo 2017 • Design, Mosaico1091

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Shifting working paradigms: la decima edizione della Biennale internazionale del design affronta il tema della trasformazione del lavoro, nelle mutate accezioni odierne del termine e nelle sue riverberazioni su spazio e società

 

SAINT-ETIENNE (FRANCIA). Shifting working paradigms. La Biennale internazionale del design affronta, nella sua decima edizione (dal 9 marzo al 9 aprile), il tema di spinosa attualità della trasformazione del lavoro, attraverso una lettura capace di tenere assieme l’ampio spettro di significati che il termine assume nella realtà contemporanea. L’oscillazione tra eventi In e Off, all’interno dell’ex Manufacture d’armes e disseminati per la città, ripercorre una pratica già consolidata che con destrezza coglie la proposta del direttore scientifico Oliver Peyricot, mettendo in mostra l’avanzare di una ricerca piuttosto che uno statuto definito.

Le mutazioni del lavoro sono affrontate con libertà dai curatori, attraverso la messa in scena di una lettura personale, evidente già dalla prima sala del platine, dove l’approccio esplorativo di Christophe Marchand connette geografia e innovazione. La regione dell’Auvergne-Rhône-Alpes e il suo presente produttivo diventano il territorio d’indagine, attraverso una ricerca volta a documentare le aziende che hanno puntato sul proprio know how per il successo su scala internazionale. L’essere mutevoli nell’utilizzo delle proprie conoscenze diventa la chiave di lettura necessaria per ampliare il mercato.

Ma la Biennale non parla solo di manufatti; si addentra nelle pratiche che propongono il design come strumento per lo sviluppo sociale e politico. Human Cities, piattaforma finanziata dall’Unione Europea, indaga i processi partecipativi nella costruzione della città contemporanea, attraverso azioni sullo spazio urbano che ne reinventano i significati. L’esposizione alla Cité du Design è direttamente connessa a due progetti in città: il riuso di un’attività commerciale in Rue de la Ville e il processo di progettazione partecipata nel quartiere Crêt de Roch. Allo stesso modo, Architecture du travail descrive la funzione dell’architettura non solo nella produzione della città, bensì nel ruolo politico che questa ricopre, presentando il terzo volume Labour del gruppo di ricerca internazionale Architecture as a Political Practice.

Vengono così alla luce le tematiche spinose riguardanti l’immagine del lavoro all’interno della nostra società: una rappresentazione che ne dichiara l’imminente scomparsa non dalle nostre vite, bensì dai nostri occhi. Il lavoro digitalizzato, mascherato sotto liaisons uomo-macchina, muta i rapporti con la realtà che ci circonda, eliminando la dimensione temporale e portandoci, attraverso interfacce mobili, ad essere sempre connessi alla sovrastruttura comunicativa. Le lotte del Novecento risultano inefficaci all’interno di un quadro in cui lavoro e vita personale diventato un tutt’uno, in cui l’assenza di definizione legale dei diritti e delle responsabilità delle parti coinvolte ne determina il paradigma d’azione. Digital Labor traccia un percorso netto in questo sistema, dall’utilizzo dei dati personali, rilasciati spesso inconsapevolmente alle industrie digitali, ai “microlavori” di Mechanical Turk, lanciata da Amazon nel 2007. Dall’introduzione del paradigma industriale nel panorama domestico con la cucina moderna, arrivando all’Internet of Things, i confini tra pratiche lavorative e vita giornaliera sublimano in uno spazio generico, sia questo l’ufficio open space analizzato da T&P Work UNit o l’ambiente casalingo del lavoratore precario digitale.

La Biennale mostra anche una terza via: Fablab, co-working e hacker-space definiscono la geografia di una trasformazione culturale che identifica in questi luoghi del lavoro il condensarsi di una rinnovata immagine comunitaria, orbitante intorno alla sharing economy e alle pratiche di artigianato digitalizzato. Un modello orizzontale che unisce il riuso di spazi dismessi al potenziale di una produzione locale legata al fruitore piuttosto che a logiche aziendali.

In quest’ottica, la Biennale punta i riflettori sulla città di Detroit. Legata a Saint-Etienne dal comune passato di città industriale e dal circuito UNESCO delle Creative Cities, la metropoli statunitense emerge dalla crisi, mostrando come produzione artistica e creativa abbiano saputo reinventare opportunità e rigenerare lo spazio urbano. Public Design Trust (PDT) indaga il futuro dei modelli lavorativi basati sulla rete, mostrando il ruolo centrale del design nello sviluppo di una società post-industriale, raccontando la transizione da sistema lineare basato sulla catena di montaggio a processo che si sviluppa sulla relazione tra cultura ed economia, mettendo in rapporto meccanismi industriali che in genere non hanno punti di contatto. Una visione chiara nel lavoro dello studio Thing Thing che produce oggetti e mobili attraverso l’utilizzo di materie plastiche di scarto; di Homes Eyewear, occhiali realizzati con il materiale da costruzione delle case abbandonate all’interno della città o le biciclette customizzate di Rider East Side.

L’ampio ventaglio della Biennale delinea una tendenza importante: il lavoro per come lo conosciamo non esiste più. I ritmi specifici della fabbrica, il turno, l’alienazione della catena di montaggio e tutto l’immaginario che vi si accompagna sono un retaggio culturale del Novecento. 24/7 è il nuovo paradigma alimentato dalla gamification, dalla costante reperibilità, dalle strategie di social marketing: una “crisi operaia” che dal lavoro ripetitivo si trasforma nel “sempre connesso”. Al contempo si pone l’accento sul ruolo che il design assume nel processo decisionale; un ruolo culturale e contestualizzato, che modifica le relazioni storicizzate e formalizzate, ponendo interrogativi che definiranno le necessità spaziali di un futuro prossimo.


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