Concorsi in Italia, tra fallimenti e occasioni mancate

by • 14 marzo 2017 • Senza categoria1725

La stagione dei concorsi di progettazione architettonica in Italia sembra segnare il passo senza essere effettivamente mai entrata a pieno regime: un breve (ma tragico) excursus, i confronti con l’estero, i possibili rimedi

 

Mentre la recente riforma del Codice degli appalti pubblici ne sta deformando l’essenza, a minare la credibilità e attuabilità dell’unica procedura che, se correttamente applicata, potrebbe garantire la qualità e promuovere l’architettura come motore di rigenerazione sociale ed economica, concorrono sia l’esiguità di realizzazioni portate a termine a seguito di concorsi, sia la frequenza con cui gli enti appaltanti, malgrado l’espletamento di iter concorsuali, si sono successivamente affidati a modalità fantasiose per eseguire l’incarico.

 

Il concorso dello scandalo

L’esperienza dei concorsi italiana è piena di scandali (come dimenticare la lobby di potere che – in nome della buona architettura – aveva paralizzato la gestione degli incarichi in Toscana?) e d’insuccessi. Tra gli altri, spicca la storia dei concorsi internazionali per il nuovo palazzo del Cinema al Lido di Venezia (banditi nel 1991 e nel 2004): una parabola che, dopo il lungo contenzioso con l’impresa – a causa dell’imprevista presenza di amianto in situ – si è conclusa nel 2016 con la decisione di rinunciare all’opera, colmando l’ormai noto “buco della vergogna” (immagine di copertina) e concedendo agli imprenditori sia un indennizzo di 2,8 milioni per il fermo cantiere di 6 anni sia l’incarico per il restyling della piazza e la ristrutturazione del Casinò.

 

Occasioni mancate

Qui spicca il caso del Museo Pecci di Prato, dove nessuno ha sollevato la questione che l’incarico è diretto malgrado l’opera sia frutto anche di fondi pubblici e dove la pubblica amministrazione – forse anche per far dimenticare questo peccato originale – si è affrettata a lanciare un concorso per le piazze poco prima dell’inaugurazione dell’opera.

Un ulteriore ragionamento riguarda infine la composizione delle giurie in cui – nei casi dei concorsi più mediatizzati – ricorre una ristretta rosa di nomi.

 

Il caso siciliano

In uno scenario nazionale sconfortante fa riflettere come a Palermo – capitale di una regione che, per la sua autonomia, è scandalosamente rimasta per anni patria dell’incarico diretto e di concorsi d’idee utili solo a garantire crediti nelle progressioni accademiche – la promessa dei concorsi di progettazione pare esser diventata uno degli argomenti principali dell’attuale campagna elettorale. Così, mentre dopo cinque anni d’inattività su questo fronte il sindaco uscente si ricandida con la promessa di due bandi di progettazione, tra i vari concorrenti si dibatte sull’opportunità di attuare finalmente dei concorsi volti a realizzare l’opera vincitrice.

 

Le cause

Approssimazione nell’approntamento di studi preliminari e previsioni di spesa, scandali e accordi vari non sono le sole cause che impediscono l’affermazione dei concorsi come strumento d’accesso agli incarichi pubblici. La babele italiana è di fatto resa possibile da un coacervo di norme e procedure che hanno trasformato in campo minato la partecipazione ai concorsi e reso un terno al lotto l’eventualità che l’affermazione si trasformi in incarico invece che in problema. Le stazioni appaltanti italiane possono attingere a un ventaglio di criteri, bandi e disciplinari talmente ampio e disomogeneo da rendere sempre più insostenibili i concorsi di progettazione per la sempre più esausta categoria dei professionisti tecnici e permettere – al contempo – che si possa fare ciò che si vuole del lavoro di chi ancora crede in queste procedure.

 

Recenti flop

Basti pensare al recente Blueprint Competition: il concorso internazionale d’idee lanciato dal Comune di Genova con la partecipata SPIM per riqualificare il waterfront e le aree dell’ex Fiera partendo dai contenuti del masterplan donato da Renzo Piano. Una competizione dove – in modo a dir poco sorprendente – nessuno dei 69 progetti ammissibili sui 76 consegnati ha raggiunto il punteggio minimo di 70/100 necessario per ottenere il primo premio e fornire all’amministrazione un progetto da usare per cercare investitori. Al riguardo non può non destare sconcerto la dichiarazione del sindaco secondo cui è “un vantaggio non avere un vincitore perché potremo attingere il meglio dai singoli”. Un’affermazione che, oltre a dare la misura di quanto le procedure concorsuali siano ritenute una palla al piede, insinua il dubbio che l’operazione possa servire a legittimare un incarico diretto.

Fra i tanti casi emblematici di una procedura che, ogni volta, rivela a chi voglia partecipare ostacoli sempre nuovi, ritardi e problemi imprevisti e imprevedibili, si ricorda il recente concorso Scuole innovative, lanciato dal MIUR per progettare 51 scuole distribuite su tutta la penisola che, secondo la retorica della “buona scuola”, avrebbero dovuto essere «all’avanguardia, sostenibili e a misura di studente». L’iniziativa, pur ambendo a essere il fiore all’occhiello del precedente Governo, è stata caratterizzata da proroghe, aree di concorso annullate a procedura avviata, documenti e materiali aggiornati in corso d’opera e, infine, dall’annuncio apparso sul sito ufficiale a inizio novembre per informare che la prima seduta pubblica prevista l’8 novembre 2016 era stata rinviata a data da destinarsi. Nonostante il solito italico campionario d’approssimazione, questo maxi-concorso, anche in virtù di una buona campagna mediatica e della semplicità di accesso garantita dall’agile piattaforma Concorrimi, ha registrato la consegna di 1.238 progetti sviluppati da studi italiani e stranieri che – ad oggi – non sanno quando mai sarà giudicato il loro progetto per quelle “Scuole innovative” di cui l’Italia avrebbe effettivamente bisogno ma che – anche in virtù della caduta del Governo e del cambio di guardia al MIUR – sembrano esser già passate di moda. Così, mentre sui social monta la protesta dei partecipanti, si accende anche la polemica tra MIUR e CNAPPC, con il presidente Giuseppe Cappochin che scrive al nuovo ministro della Pubblica istruzione sia per fugare il dubbio che i ritardi nella nomina della giuria siano dovuti all’ente che presiede sia per ribadire che tutte le proroghe sono state decise dal MIUR.

 

La situazione estera

Se in materia di concorsi d’architettura l’Italia piange, non si può comunque dire che nel resto d’Europa ci sia sempre da gioire. Se ne rendono conto quegli italiani che, grazie al reciproco riconoscimento professionale possibile nell’Unione Europea, vogliano provare altrove ciò che nel loro paese appare sempre più impossibile: realizzare un’opera a seguito di un concorso di progettazione! Va detto che, sebbene sulla carta le possibilità paiano molte, nella realtà gli ostacoli non sono pochi.

Non è un caso che la Spagna abbia visto rarissimi casi di vittoria da parte di studi stranieri, i cui progetti sono stati spesso accolti con plateali malumori come nel caso di Metropol Parasol, opera del tedesco Jurgen Mayer, prima contestatissimo e oggi – essendo diventato un’icona urbana – comunque mal digerito dai sivigliani; o come nel caso – sempre a Siviglia – della Biblioteca centrale dell’Università firmata da Zaha Hadid per cui è stata addirittura decisa la demolizione.

Anche la Francia, celebre per la sua buona prassi operativa basata sui concorsi, nei fatti, permette l’introduzione di progetti di professionisti stranieri sul suo territorio solo per gli incarichi più iconici (Centre Pompidou docet).

La Germania è caratterizzata da tantissime occasioni concorsuali che stanno rafforzando l’intero sistema paese. Gli studi tedeschi, infatti, grazie a procedure certe, sono riusciti – insieme a colleghi austriaci, svizzeri e danesi – a inserirsi con successo in un settore in cui non si registra la significativa presenza di studi italiani.

 

I rimedi

Le differenze all’interno dell’Unione stanno a dire che il ripensamento dei concorsi d’architettura dev’essere operato su base europea, agendo anche a partire da politiche di omogeneizzazione della formazione – e al riguardo in Italia c’è molto da fare per colmare il gap. Per riaffermare i concorsi come strumento per attuare la qualità in architettura e rilanciare il ruolo delle professioni tecniche in Italia bisognerebbe individuare requisiti di accesso univoci, garantire rimborsi certi e adeguati a tutti i partecipanti e – soprattutto – occorrerebbe lavorare sulla formazione, intervenendo non solo su quella dei partecipanti ma anche su quella delle giurie e dei responsabili della redazione di studi e documenti preliminari.

Gli Ordini professionali potrebbero ripensare il proprio ruolo all’interno di questa necessaria formazione globale in materia di concorsi, senza delegare mandato a quelle stesse facoltà che spesso – in nome di una presunta qualità – hanno dato prova di consociativismo.

L’esempio dei Paesi Bassi potrebbe essere una strada da percorrere: qui le procedure sono gestite da studi e società private che, dopo essere state selezionate dalle amministrazioni tramite bando, lavorano per sviluppare progetti di fattibilità caratterizzati da risorse finanziarie adeguate e da obiettivi strategici opportuni che porteranno a concorsi d’architettura che hanno come esito la realizzazione dell’opera nel rispetto delle previsioni.


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