Roma e la crescita senza progetto urbano

by • 21 febbraio 2017 • Inchieste1109

L’incredibile situazione dei Piani di zona illustra come una città senza una forma e una direzione definita non possa che diventare un fallimentare continuum di costruito senza qualità. Eppure Roma ha posseduto alcune idee strutturanti e direzionate

 

Nel terzo millennio continuare a parlare di periferie a Roma è un’operazione nostalgica e inutile: il centro storico, trasformato in museo a pagamento e in mall per turisti, non appartiene più ai cittadini. Di conseguenza, il concetto stesso di periferia cade: la metropoli mediterranea del GRA vive allegramente una vita anarchica e caotica completamente indipendente dalla sua testa. Come già accennato nel precedente intervento, gli agglomerati urbani che oggi compongono la metropoli romana sono una teoria surreale di frammenti eterogenei disposti in circolo sul Grande Raccordo Anulare. Anche le poetiche periferie storiche della prima corona, quella oltre l’anello ferroviario, volgono lo sguardo verso gli ibridi spazi commerciali dell’unica fascia infrastrutturata del territorio, colonizzata da insediamenti dispersi a macchia di leopardo nei resti dell’antica campagna romana: lottizzazioni abusive, villettopoli più o meno pregiate, comparti edilizi di speculazione e Piani di zona delle varie generazioni.

L’incredibile situazione dei Piani di zona illustra un concetto semplice che è sfuggito alle ultime generazioni di urbanisti romani, quelli del pianificar facendo o del progetto leggero: una città senza una forma e senza una direzione definita non può che diventare un fallimentare continuum di costruito senza qualità. Ma questo era implicito sin dall’inizio: già nel testo della legge 167/1962 sui Piani di Edilizia Economica Popolare s’intravedeva una filosofia tecnicista basata sugli standard che escludeva qualsiasi idea di morfologia urbana. Il primo PEEP, nell’ambito del PRG del 1965, produsse 48 Piani di zona disposti casualmente, a seconda delle convenienze dei vari centri di potere: Spinaceto, Laurentino, Casilino, Vigne nuove e Corviale. Anche il secondo PEEP del 1987 introdusse 41 Piani – in gran parte falliti – dispersi nella campagna. Più recentemente, nel 2006 il Comune varò una manovra di completamento del secondo PEEP individuando altre aree sparse nel territorio. Infine, nel 2014 l’Amministrazione deliberò dieci varianti dei Piani di zona in cui era prevista una giusta «densificazione», intesa però come un incremento edilizio di social housing, realizzato attraverso assurde concessioni e cambi di destinazione d’uso, e non come un modo per fare città: edilizia popolare nel nulla, venduta a prezzi di mercato.

In ogni caso, da molti anni non si parla di un progetto urbano, di un’idea forte, di una visione capace di tenere assieme i lacerti edilizi di una metropoli che versa in una situazione infrastrutturale ai limiti dell’assurdo. Roma rimane schiacciata tra i mille comitati di quartiere concentrati sul loro particolare; tra gli intellettuali di sinistra convertiti a un ecologismo e a un benculturalismo di facciata che blocca tutto; tra gli urbanisti poeticamente concentrati sui numeri e sul sociale; tra i politici corrotti o incompetenti che s’inchinano alla più famelica categoria di costruttori del mondo. Non si comprende come sarà possibile immaginare una forma metropolitana tale da poter accogliere almeno una mobilità ragionevole per milioni di abitanti dispersi in un immenso territorio a scala regionale. Di certo, non attraverso un PRG che ha abbandonato gli ambiti strategici e, con le Centralità, ha definitivamente legalizzato la natura informe della città, delegando al GRA la funzione d’icona metropolitana infinita e inconcludente, come il trenino festaiolo della Grande bellezza.

Eppure questa città ha posseduto alcune idee strutturanti e direzionate. Quando divenne capitale, si pensò di andare verso il mare, di riconquistare l’antico territorio tramite un fascio d’infrastrutture ferroviarie, stradali e portuali basate sui percorsi fluviali e s’immaginò una serie di città giardino come Montesacro, Garbatella e Ostia Lido. Un’idea travolta dalla damnatio memoriae piombata sulla sua versione fascista, che realizzò l’E42, qualche borgata e due autostrade che favorirono la successiva costruzione dell’aeroporto, delle ricche enclave di Casalpalocco e Axa, ma anche di quella marmellata edilizia dispersa dalla pineta di Castel Fusano fino a Fiumicino e al GRA. A fine anni ’60, invece, Zevi, Fiorentino, Quaroni e altri progettarono l’Asse attrezzato orientale, operazione fallita nell’inconcludente Sistema direzionale orientale (SDO) e nell’incompiuto Viale Palmiro Togliatti.

Sarebbe ora di spiegare agli eroici abitanti dei Toponimi, delle Zone O, delle belle ma inquietanti 167, dei recenti Piani di zona – privi di fogne e strade – e delle nuove borgate ai limiti del nulla che attualmente non è possibile fornire servizi pubblici da capitale europea a un’enorme galassia urbana pulviscolare. Il mercato, che ha venduto case e lotti corrompendo tutto e tutti, non è interessato a quel diritto alla città implicito nelle forme urbane progettate e coerenti, di qualsiasi natura siano. I politici non ne vogliono parlare: gli abitanti sono voti facilmente comprabili con irrealizzabili promesse a costo zero. Gli urbanisti e gli architetti, quelli con un minimo potere d’indirizzo, sorvolano il problema, troppo impegnati a cercare un altro incarico pubblico.

 

Immagine di copertina: Castelverde


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