I reazionari sono sempre tra noi

by • 13 febbraio 2017 • Forum988

Il reazionario è un intellettuale colto e preparato che crede nel ripristino del passato e della storia come unica salvezza per le nostre città e le nostre vite urbane. Riflessioni a partire da un dibattito radiofonico con Oliviero Toscani, Vittorio Sgarbi e Manuel Orazi

 

Mai come in questo ultimo anno abbiamo assistito al ritorno prepotente dei reazionari ma, in verità, non ci hanno mai abbandonato. Sono i vari Tomaso Montanari, Salvatore Settis, Vittorio Sgarbi, Paolo Berdini e Oliviero Toscani. Il reazionario è un intellettuale colto e preparato che crede, come in una qualsiasi confessione dottrinale, nel ripristino del passato e della storia come unica salvezza per le nostre città e le nostre vite urbane. Storicamente essere reazionari apparteneva a una categoria politica che occupava la parte destra del Parlamento. In realtà anche gran parte della sinistra ha dimostrato atteggiamenti analoghi, dimenticando che alcuni suoi profeti hanno partecipato ai moti rivoluzionari, falliti, del ’68 per poi diventare parte di quello Stato che osteggiavano, come ha ben raccontato Marco Tullio Giordana nella Meglio gioventù, non a caso inviso ai benpensanti di sinistra. Questo vivere ancorati al passato ha determinato l’avvento dei più dannosi speculatori nelle nostre città che hanno sfruttato le debolezze della politica e l’assenza di un progetto di pianificazione urbana, in cui il caso Roma rappresenta l’esempio più evidente, da Valter Veltroni a Virginia Raggi.

Il reazionario incarna l’incapacità della società italiana nell’aprirsi al nuovo, al progresso culturale e tecnologico che, purtroppo, ci obbliga a usare ancora la parola “modernizzazione” invece di “contemporaneizzazione”, ovvero il tempo che stiamo vivendo.

Questa riflessione prende spunto dalla discussione su Radio radicale del 29 gennaio tra il fotografo Oliviero Toscani, Vittorio Sgarbi e lo storico dell’architettura ed editore Manuel Orazi. Si è registrata una sinergia culturale tra Toscani, autore delle campagne dissacratorie di Benetton e il critico ferrarese urlante Sgarbi, sul fatto che il Rinascimento fosse la nostra salvezza. Ma Rinascimento è anche il nome del suo nuovo partito “perché stiamo vivendo un neo-Medioevo culturale“, ha affermato Sgarbi al “Corriere della Sera”, “e occorre ricominciare a credere e investire nella bellezza”. Questo inno alla bellezza espresso nella trasmissione radiofonica è riassunto in alcuni passaggi chiave: “l’architettura moderna ha un’opera bella a fronte di 500 meravigliose di un Rinascimento italiano sommerso”; “la chiesa dell’autostrada di Michelucci che è un piccolo aborto”, “la gente viene in Italia per vedere San Pietro, il Duomo di Milano non per vedere l’ultima opera di Cucinella, un architetto totalmente incapace che ha fatto solo orrori”. Scagliarsi contro Mario Cucinella, indipendentemente dalle critiche che si possono muovere alle sue architetture, dimostra un totale disprezzo per il nuovo. Per Sgarbi il nuovo si ferma all’Eur, non a caso un progetto di città dove il recupero della storia, seguendo i dettami di Marcello Piacentini, enfatizza elementi come l’arco e la colonna in una supposta rinascenza, omaggio agli antichi romani, a fronte dello sviluppo in Europa del Movimento moderno. Il bersaglio maggiore citato dal critico ferrarese è il “nuovo” Palazzo di Giustizia di Firenze, su progetto di Leonardo Ricci ma, come ha sottolineato Orazi, costruito vent’anni dopo la morte del suo autore e con problemi di appalti ecc…

Orazi parla della considerazione che Bruno Zevi, lo storico dell’architettura di cui nel 2018 si celebra il centenario, fosse un convinto sostenitore della poetica architettonica di Ricci, autore delle comunità valdesi di Prali (Piemonte) e Riesi (Sicilia). “L’Italia non ha più fiducia nel suo futuro”- continua Orazi – dove la città è il male e, aggiungerei, anche il fare architettura viene percepito come il male. Allora tutto torna, Rinascimento, Eur… Ma indagando a fondo le radici in cui si sviluppa il Rinascimento, non si può non notare quanto il guardare al passato di Leon Battista Alberti, espresso nel suo De re aedificatoria (1452), abbia determinato una innovazione a partire dalla civiltà greca e romana, attualizzando il linguaggio antico a quello dell’Italia del Quattrocento. La stessa operazione concettuale attuata da Le Corbusier nel leggere e analizzare le architetture romane, i templi greci, il Rinascimento italiano, formando un nuovo linguaggio architettonico autonomo.

 

Immagine di copertina: tempio di Segesta (Trapani)


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