Verona, palArena plissé

by • 1 febbraio 2017 • Mosaico, Patrimonio, Progetti2935

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Il concorso internazionale di idee per la copertura dell’Arena di Verona – finanziato da Calzedonia e vinto dai tedeschi Schlaich Bergermann Partner e von Gerkan Marg und Partner – pone interrogativi sul rapporto tra uso e tutela del monumento

 

VERONA. È il raggruppamento degli studi Schlaich Bergermann Partner (SBP) e von Gerkan Marg und Partner (GMP), colossi della progettazione con radici germaniche e ramificazioni global tra Europa, Asia e Sudamerica, ad aggiudicarsi il primo posto al concorso internazionale di idee per la copertura dell’Arena, che ha visto sfidarsi in questi ludi progettuali ben 84 partecipanti (un terzo gli stranieri), “gettati in pasto” a un bando dalle richieste ardue e apparentemente inconciliabili: la protezione del bene archeologico, il rispetto del contesto storico-architettonico dell’antistante piazza Bra e del paesaggio, le problematiche di allestimento e gestione degli spettacoli (antincendio e sicurezza) e soprattutto la protezione dalle piogge, massimo elemento di criticità vista la conformazione a imbuto dell’anfiteatro.

 

Gallina dalle uova d’oro

Per le vicende storiche subite dal monumento (asportazione delle pietre delle gradinate come materiale di spoglio, rifacimento cinquecentesco non corretto, interventi di restauro non risolutivi, eccetera), il dilavamento delle gradonate con le infiltrazioni e il percolamento nelle sostruzioni necessita infatti di continui e onerosi interventi. L’attenzione è costante, e negli anni si sono già operati importanti restauri conservativi (paramento esterno, interrati, golfo mistico), e grazie al meccanismo virtuoso dell’Art Bonus per l’anno in corso sono già disponibili 14 milioni per le sigillature dei gradoni e il rifacimento dell’impiantistica elettrica. Entro questo quadro complessivo, l’ipotesi della copertura potrebbe rappresentare un ulteriore tassello, anche se appare come la classica excusatio non petita (con quel che segue) l’affermazione del primo cittadino veronese Flavio Tosi, nel corso dell’affollata conferenza stampa di presentazione degli esiti (a Milano il 31 gennaio), che lo scopo primario del concorso fosse la conservazione del monumento e non la protezione del pubblico durante gli spettacoli. L’Arena è infatti una gallina dalle uova d’oro per l’economia turistica veronese, grazie allo storico festival lirico ma anche, sempre più, a concerti ed eventi di varia natura. Non a caso il concorso è stato interamente finanziato e sostenuto da un munifico imprenditore, il patron del gruppo veronese Calzedonia, che ha sicuramente raggiunto l’obiettivo di un’ampia “copertura” dell’iniziativa.

 

Le scelte della giuria

Nell’attesa di un’annunciata mostra che riveli tutti i progetti partecipanti al concorso, sono state rese note solo le immagini più accattivanti dei primi tre classificati, per cui occorre dare ascolto alle parole di Francesco Doglioni che, a nome della giuria, ha indicato alcuni dei parametri alla base della scelta effettuata, sottolineando il sorprendente buon livello delle proposte. La giuria ha infatti tenuto conto in via preferenziale della realizzabilità dell’opera, dando la preferenza a progetti concepiti all’insegna della leggerezza e del minore impatto possibile, rispetto ad altri improntati a scelte architettoniche più assertive ma che rischiavano di mettere in secondo piano il monumento. In fase di valutazione è stata inoltre premiata la rapidità nel passaggio da assetto aperto a chiuso, in favore di un assetto cangiante che favorisse il rapporto tra conservazione e fruizione “emozionale” degli spettacoli all’aperto.

Dei tre premiati, il terzo classificato (premio 10.000 euro) – progetto di un team italo spagnolo capitanato da Roberto Ventura (Codogno) – rappresenta una delle tendenze espresse dai partecipanti, ovvero la scelta di una struttura del tutto indipendente e non gravante sull’anfiteatro, bensì su una corona esterna di colonne metalliche. Una soluzione da terzo anello di stadio, che incide però in maniera non indifferente sull’immagine esterna del manufatto.

 

Il secondo posto se l’è aggiudicato il gruppo guidato da Vincenzo Latina (premio 20.000 euro), un campione nel dialogo tra architettura e archeologia, appesantito in questo caso dall’elemento tecnologico: la sua proposta ha previsto un portico sommitale a sostegno di una rete di cavi tesi ed elementi di copertura gonfiabili che sembrano mettere sotto vuoto il grande catino.

 

Decisamente più convincente il primo posto del team tedesco SBP e GMP (premio 40.000 euro), anche per l’originalità, sottolineata dalla giuria, della soluzione adottata: anche in questo caso siamo in presenza di un anello posto in appoggio sul perimetro superiore della cavea, a sostegno di una serie di teli retrattili retti da cavi che, a loro volta, in assetto aperto vengono riavvolti nell’anello perimetrale lasciando il cielo interamente libero. Ecco la “riproposizione di un velario tecnologico”, come si doveva inizialmente intitolare il concorso.

 

Idee verosimili?

Sarà facile ora appigliarsi all’ingannevolezza delle proposte per contestare questo o quell’aspetto di ciascuno dei progetti svelati, rispetto ai quali si dovrà quanto meno attendere di conoscere meglio quanto elaborato per questa fase e, nel caso, un ulteriore approfondimento se l’iter del concorso avrà seguito. Si potrà discutere sulla verosimiglianza dell’esilità degli elementi strutturali raffigurati nei render, che per definizione sono “ottimisti”, e di quanto la leggerezza che trasparenze e postproduzione delle immagini garantiscono possa essere reale. Riusciranno le voltine plissettate del velario germanico a smaltire le acque meteoriche? Come ha ricordato un altro membro della giuria, Gino Malacarne, occorre sottolineare che si è trattato di un concorso di idee e che, anche se le proposte si sono spinte molto in avanti, il tema non era di risolvere dettagliatamente tutte le problematiche ma dare il senso che possano essere approfondite. La professionalità e il portfolio di opere complesse all’attivo dei due studi teutonici vincitori non lasciano dubbi. GMP è inoltre firma nota a Verona per aver realizzato il nuovo polo chirurgico dell’ospedale di Borgo Trento e per il bel masterplan (dimenticato in qualche cassetto…) per il riordino del quartiere fieristico.

 

Quale tutela?

Le critiche che si possono rivolgere a ciascun progetto andrebbero in realtà portate a monte della stessa ipotesi di una copertura, all’utilizzo smodato del monumento, generosamente concesso per settimane agli zuccheri e ai ligabuoi, e conseguentemente gravato da tonnellate di sovrastrutture, apparati scenici e impiantistici rispetto ai quali nessuno sembra stracciarsi le vesti. Il senso del velario tecnologico sta – dovrebbe stare – in un necessario ripensamento complessivo dell’approccio all’anfiteatro, mantenendo viva e vitale la funzione di spettacolo per cui è nato, sapendo compendiare storia e progetto.

 

E ora?

Quali sono ora le prospettive post concorso? L’operazione era parsa da subito ardua, le scadenze elettorali a Verona incombono e c’è da giurare che il tema copertura sì-copertura no-copertura bum! terrà banco a lungo. Un obiettivo è comunque stato raggiunto, dimostrando una verosimiglianza dell’ipotesi copertura inattesa da molti. Ora toccherà ai decisori affrontare se intraprendere un percorso di scelte e verifiche più fattive. Il munifico sponsor del concorso non ha fatto un plissé rispetto ai 13 milioni di preventivo (di massima…) del progetto vincitore, dichiarando di non volersi tirare indietro proprio ora. Le italiche tempistiche autorizzative e realizzative lasciano comunque sogni tranquilli ai venditori di ombrelli e cerate.


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One Response to Verona, palArena plissé

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