Se Boeri (non) lenisce le ferite di Amatrice

by • 1 febbraio 2017 • Città e Territorio, Mosaico, Progetti3418

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Sopralluogo nel paese simbolo del sisma, che punta sul masterplan per un comparto della ristorazione firmato da Stefano Boeri Architetti, di cui si sta completando il primo stralcio: la mensa scolastica

 

Villa San Cipriano è la frazione adiacente alla zona rossa di Amatrice, anche questa duramente colpita dalla successione di terremoti partiti il 24 agosto 2016 e che ancora tormentano pericolosamente l’area. Seguendo la statale verso l’Abruzzo, dopo un chilometro è stato individuato un largo spiazzo dove si è deciso di spostare le attività di ristorazione per cui Amatrice era famosa, le note trattorie, i ristoranti di hotel e i vari locali tradizionali legati ai prodotti tipici. Una food zone, di sapore metropolitano, che al momento si presenta in forma di render come un masterplan di nove edifici orizzontali e in forma di lotto già realizzato (stralcio n.1) con la cosiddetta mensa scolastica.

 

Archipolitica

La lettura dell’intervento si può anche azzardare in chiave politica. Da vent’anni legato alla destra storica (non ci dimentichiamo da dove è partita la colonna forestale del Golpe Borghese, Cittaducale!), il territorio del Reatino è da 4 anni e mezzo per la prima volta a sinistra (SEL + PD), come anche la regione Lazio (PD con Zingaretti), quindi la scelta di un architetto come Stefano Boeri sembra naturale, non negandosi mai l’architetto milanese come mano architettonica del PD. La scelta, voluta e organizzata se non altro per contrastare il verace e profondamente amato e pluripremiato sindaco Sergio Pirozzi (Lista Civica | Viva Amatrice Viva), in modo da generare un effetto “presenza dello Stato-Regione” sul territorio, vede però anche un contingente successo dell’architetto in questo periodo che lo fa essere “in voga” con il suo milanesissimo “Bosco verticale” e i suoi successi di progettista e urbanista del masterplan con il verde “parassitario” che riconquista la città di Milano. Boeri sta a questo intervento un po’ come dopo il sisma dell’Emilia Mario Cucinella stette alla scuola Mirabello (qui, tuttavia, con incarico derivante da aggiudicazione di gara): l’archistar pacificatrice. Anche al di là del colore politico.

 

La mensa scolastica

L’edificio, definito il primo di una serie di strutture realizzate con elementi modulari prefabbricati in legno, vede una copertura a sbalzo rivestita in larice del Friuli non trattato. Gli interni, naturalmente funzionali, sono per lo più realizzati per la parte delle strutture e sono anche già allestite le lampade a sospensione “Castore” – di Artemide -, montate addirittura prima del getto dei pavimenti, forse per una sorta di ritorno d’immagine legato ad una non improbabile donazione. L’intervento è realizzato grazie ai fondi della tv La Sette, del Corriere della Sera e di altri sponsor periferici. L’appalto è avvenuto come affidamento diretto, come si vuole in caso di terremoti sebbene la burocrazia, in questo caso di speditezza sorprendente, abbia lasciato invece la zona rossa del centro a se stessa, con un tragico ritorno di desolazione che procura, dati alla mano, un effetto post traumatico da stress che si va a collocare nella mente già vessata dei poveri abitanti, pieni di lutti e macerie.

 

Aspirazioni locali frustrate

L’intervento di Boeri poteva però essere diverso. Ok l’appaltatore del nord, ok la mossa politica, va benissimo l’archistar riscoperta (che segue molto l’intervento con sopralluoghi soventi), accettiamo anche il project management del Trentino/Friuli che festeggia così i 46 anni dalla ricostruzione lassù, però l’ambito locale risulta ancora una volta soffocato. Intanto il professionismo autoctono che non si esprime ormai da mezzo secolo con pochissimi esempi dell’adiacente Umbria, come il quartiere Matteotti di Giancarlo de Carlo o le ville del compianto Mario Ridolfi (e del genero Ciani). Da allora per trovare committenza e ricchezza stilistica bisogna riaffacciarsi ai fasti del fascismo di area romana.

La terra voleva questa volta la sua voce e, invece della mezza new town a sfondo commerciale, che se fosse qui o a Vimercate probabilmente poco cambierebbe, avrebbe gradito un esempio didascalico, pedissequo e più amorevole. Magari Boeri poteva esprimersi con uno stile chiaro come a Milano nel “Bosco verticale”, facendo architettura come arte ed estetica oltre che come tecnica e tecnologia, e soprattutto si poteva far parlare l’edificio in altezza. Il lato ingegneristico è impeccabile e, anche, semplice in maniera disarmante. Si dimostra che la prefabbricazione in legno con fondazione comune (cordoli in cls armato) resiste bene; al punto che le nuove scosse hanno significato ben poco per la struttura, la quale si è “mossa” come è giusto e non perdendo mai la sua efficacia sebbene non ultimata (assenza di giunto tra le vetrate strutturali). Se ci mettiamo però un filo di malizia un edificio multipiano, magari con la stessa funzione ma con il respiro di edificio palazzina, avrebbe espresso da solo una nuova strada percorribile e avrebbe gridato in faccia ai cementificatori, di cui l’area è piena, la via della redenzione del flessibile e sostenibile legno.

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