La villa capolavoro di Ponti a rischio in Iran

by • 24 gennaio 2017 • Mosaico, Patrimonio4464

Una petizione internazionale e un’interrogazione parlamentare per scongiurare la demolizione di villa Nemazee, costruita da Gio Ponti a Teheran nel 1960-64. Marco Romanelli spiega il valore del progetto

 

TEHERAN. È difficile crederlo, ma c’è stato un tempo in cui gli architetti, anche i grandi architetti, viaggiavano poco. Il loro pensiero e la loro architettura rimanevano sostanzialmente legati ad un territorio. Non fu così per Gio Ponti. Sostenuto da una salute di ferro e da un eterno buon umore, “il Gio” si spostava senza problemi, anzi, con grande piacere. Prima della guerra prevalentemente verso Vienna e Parigi (luoghi reali per il lavoro, ma anche luoghi ideali della sua formazione culturale). Dopo la guerra è subito l’America del Nord e quindi l’America del Sud e poi persino l’Asia. Ponti costruisce a Baghdad e a Teheran, e poi a Islamabad e infine a Hong Kong.

Teheran, in tutto questo viaggiare e conoscere luoghi e committenti, si lega idealmente, per Ponti, a Caracas. Due sono le ville progettate e realizzate nella capitale venezuelana (la Planchart nel 1954, perfettamente conservata e trasformata in fondazione, e la Arreaza, del 1956, distrutta senza rimorso alcuno). Una soltanto quella nella capitale iraniana, villa Nemazee (1960-64), dal nome dei proprietari, cui Ponti si lega, come sempre avveniva, di grande amicizia.

Planchart, Arreaza e Nemazee, le tre ville, rappresentano un momento particolarmente felice della progettualità pontiana. Sono opere “palladiane” in cui Ponti diviene non solo architetto, ma “scultore e pittore”. Il riferimento a Palladio non è d’altronde affatto casuale: oltre ad essere il più amato dei “maestri” del passato (è citato ben 14 volte nel prezioso libro Amate l’architettura), da Palladio Ponti deriva alcuni concetti, espressi guarda caso proprio nelle ville, e non ancora indagati criticamente. Al di là di una “centralità” planimetrica, al di là di una forte relazione atmosferica tra interno ed esterno, il più interessante di tali concetti è senz’altro quello delle “viste passanti”. Tra fronte e retro (che non è mai un retro), tra un ambiente e l’altro. E, qualora servisse una dimostrazione, possiamo ricordare come le piante di Ponti siano, in questo periodo, solcate di linee che nulla hanno a che vedere con costruzione e distribuzione: sono linee di passi o di sguardi (a partire da fulcri planimetrici segnati realmente da un occhio).

A Teheran tali prospettive immaginifiche si colmano di un ulteriore significato dovuto alla particolarità contestuale (la difesa climatica) e culturale (per cui vengono mantenuti ben separati, all’interno della casa, i rapporti sociali e quelli familiari). Da un lato la villa è un “palcoscenico”, dall’altro è la “mia” casa. Ecco allora che la punta prominente, a diamante, dell’ingresso trova riscontro, attraversata trasversalmente l’intera pianta, nella punta prominente, a diamante, della vetrata sul soggiorno. E, lungo questo percorso, come dicevamo poc’anzi, “palladiano”, s’intrecciano altre visioni, verso il pranzo di rappresentanza (ove il tavolo è pensato in disposizione frontale, quasi una “ultima cena”) e dal piano superiore, destinato alla famiglia, verso il basso, attraverso appositi “mirador”. Un concetto che Ponti applica in tutte e tre le sue ville ma che qui assurge ad un’apoteosi, da un lato recuperando segreti significati della cultura araba, dall’altro visualizzandosi in un capolavoro assoluto qual è il patio. Nel patio segrete viste reali, attraverso varchi a feritoia dalle geometrie non euclidee, si miscelano senza soluzione di continuità con placche ceramiche di Fausto Melotti in cui, a volte, compaiono figure femminili. Ecco dunque che questo spazio incluso, capolavoro assoluto per il rapporto tra le arti (né giustapposizione, né consecutività di architettura e scultura, ma una vera e propria fusione), si carica di un’inedita sensualità.

Oggi tutta questa bellezza, tutta questa complessità, sopravvissute miracolosamente a mille rivoluzioni, rischia di sparire a causa di un piano edilizio prettamente speculativo. La villa Nemazee va conservata e difesa non solo come capolavoro universale dell’architettura ma anche come simbolo di due culture differenti che sapevano, allora, parlarsi con grandissima profondità e rispetto.

 

 

Firma la petizione contro il rischio demolizione

Interrogazione parlamentare del deputato del Partito democratico Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente e territorio della Camera e presidente onorario di Legambiente, ai ministri degli Esteri Angelino Alfano e dei Beni culturali Dario Franceschini: le reazioni della diplomazia


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