Chi si sporgerà dai binocoli di Gavina a Bologna?

by • 24 gennaio 2017 • Mosaico, Patrimonio10455

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In questo inizio 2017 il negozio progettato da Carlo Scarpa per Dino Gavina a Bologna è tornato temporaneamente a vivere, ma il futuro resta incerto

 

BOLOGNA. In via Altabella, il pubblico torna ad appannare gli oblò del negozio Gavina. E non sono più solo i bambini. Progettato da Carlo Scarpa nel 1961 per Dino Gavina (1922-2007), il negozio era divenuto nel 1998 punto vendita dei prestigiosi giocattoli Hoffman. Poi, all’inizio del 2016, è stato messo in vendita dalla famiglia Castaldini che l’ha sempre posseduto. E così, complice forse il prezzo un po’ alto per un’area periferica nel quadrante storico del commercio, la facciata di Scarpa sembrava essersi mutata nella sua ennesima lapide su di uno spazio memorabile nella storia del design e dell’imprenditoria italiani.

Le aperture temporanee di questi ultimi mesi riaccendono però la speranza. Il negozio (tutelato dalla Soprintendenza con il vincolo del diritto d’autore) nelle prime settimane del 2017 ha ospitato un temporary shop curato dall’architetto Enrico Guandalini di Reverso Forniture con il ritorno di oggetti che la Simon Gavina proponeva per innovare l’abitare italiano, come Bramante, il mobile di Kazuhide Takahama (oggi prodotto da Cassina), primo a tentare l’intreccio tra laccatura e produzione in serie.

Nei giorni di Art City Bologna, esondazione urbana di Arte Fiera dal 27 al 29 gennaio, è annunciato il duo Calori & Maillard ad andare in scena con il progetto “Causerie-Conversazione”, riflessione scultorea sull’opera di Scarpa dentro Scarpa. Seguirà un nuovo allestimento a cura di Reverso Forniture e il palinsesto potrebbe continuare se vi fosse qualcuno a concertarlo, perché l’unicità di questo spazio vanta un pubblico locale ad ammirarla, quanto una folla internazionale di creativi ad ambirla. Invece, passato febbraio, per il negozio Gavina il futuro torna ad essere incerto, nella tradizione peculiare e travagliata dei suoi esordi.

Troppo moderno per una città dalle nostalgie rubbianesche, la sua realizzazione si deve infatti all’intervento a gamba tesa di Giuseppe Campos Venuti (nel 1961 assessore all’Urbanistica) contro la Commissione edilizia, in un’operazione singolare che vedeva un imprenditore affidare l’immagine della sua azienda ad un restauro radicale di un negozio che aveva solo in affitto. Ma questo è parte di quell’intreccio tra ricerca e utopia, impresa e vita che caratterizzava l’intero approccio di Gavina, oltre la sua ruvida facciata. Noi l’abbiamo varcata con le persone più adeguate a svelarla, Daniele Vincenzi ed Elena Brigi, già curatori della mostra “Dino Gavina: lampi di design” presso il Mambo (2010), ed era un gelido giorno di dicembre. Gelido dentro e gelido fuori, perché “Gavina non osava intralciare il lavoro dei progettisti… e quando ci si rese conto che non vi era posto per gli impianti di riscaldamento, Scarpa decise di non metterli. E nessuno obiettò”. Vi era una convinzione profonda nel valore di senso che portava il progetto e nell’identità che garantiva il disegno. “Questo era palese nei cataloghi dell’azienda: Gavina e Maria Simoncini [sua inseparabile socia] sono i primi a comprendere l’importanza della comunicazione grafica nell’industria dell’oggetto, e il catalogo della Simon Gavina divenne effettivamente il simbolo dell’azienda”. Non era una collezione di oggetti, ma un percorso tra citazioni letterarie ed elementi d’arredo che ai clienti proponeva un intero modo di vivere.

Così, nella Bologna ancora sonnolenta dei primi anni ’60, tra il negozio di via Altabella e la sede dell’azienda di San Lazzaro, progettata dai Castiglioni nel 1959 (oggi Fondazione Cirulli), Gavina riesce ad attrarre i protagonisti del design internazionale, come Marcel Breuer, Man Ray e gli stessi Castiglioni, ai quali propone una svolta: ossia la possibilità di aprire i loro oggetti alla produzione in serie.

Nonostante lo showroom di via Altabella sia l’antitesi della serialità, open space d’avanguardia con la fontana interna, con le colonne della struttura portante celate in mille artifici, a volte finite alla veneziana, a volte serrate in finzioni di mobilio dall’apertura irrisolvibile, con il mosaico di Mario Deluigi e gli oblò-vetrina firmati dall’architetto della Tomba Brion, il negozio non solo è tempio dell’architettura moderna ma anche memoriale di una sinergia tra design e produzione che in Gavina ebbe un isolato ma straordinario fautore, del quale l’opera di Scarpa e il suo lettering, a sinistra dell’ingresso, perpetuano il carattere monumentale. Chiunque altro ne sarà solo ospite. Per questo, forse, più che un acquirente, lo spazio Gavina attende la passione e la nobiltà di un mecenate. Nei prossimi mesi sapremo osservare chi si sporgerà all’interno dei suoi giganteschi binocoli…

 

Tutte le foto sono per gentile concessione di Fabio Bascetta (www.fabiobascetta.com)

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