La vitalità introversa delle case giapponesi

by • 14 dicembre 2016 • Mosaico, Reviews1578

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Al MAXXI fino al 26 febbraio la mostra sull’architettura residenziale giapponese: oltre 80 progetti di circa 50 architetti che indagano il rapporto tra interno ed esterno coniugando tradizione e tecnologia

 

ROMA. Nell’immaginario collettivo di architetti e designer, la casa giapponese corrisponde all’ideale di leggerezza, raffinatezza e accuratezza ma, anche, sensibilità materica, forme pure, luce naturale. È questa l’aura che pervade la mostra “The Japanese House”, al MAXXI fino al 26 febbraio 2017, secondo una co-produzione tra la Japan Foundation, il Barbican Centre, il Museum of Modern Art Tokyo e lo stesso MAXXI.

«La storia dell’architettura moderna giapponese si è sviluppata secondo una traiettoria ben precisa molto legata a certi aspetti della vita quotidiana. Ciò ha fatto sì che l’architettura residenziale, e soprattutto le case unifamiliari, costituiscono gli elementi chiave dell’architettura giapponese», racconta il direttore artistico del MAXXI, Hou Hanrou. Nata da un’idea di Kenjiro Hosaka e Yoshiharu Tsukamoto, la mostra è curata da Pippo Ciorra in collaborazione con Kenjiro Hosaka (del National Museum of Modern Art, Tokyo), Florence Ostende (del Barbican Centre, Londra) e la consulenza di Yoshiharu Tsukamoto (Atelier Bow-Wow / Tokyo Institute of Technology). Nelle prossime tappe la mostra sarà visitabile al Barbican Centre di Londra dal 23 marzo al 25 giugno 2017 e al Museum of Modern Art di Tokyo, in estate.

“The Japanese House” illustra oltre 80 progetti di case, dal dopoguerra a oggi, ideati da circa 50 architetti giapponesi. Presentate sotto forma di disegni, modelli, video e foto, le architetture tracciano un viaggio nella storia e nella cultura giapponese sempre in bilico tra tradizione e contemporaneità. Qui troviamo il lavoro dei rappresentanti più noti come Kenzo Tange, Toyo Ito, Kazuyo Sejima e Shigeru Ban, accanto ai loro meno conosciuti maestri come Seike Shirai, Kazuo Shinohara, Kazunari Sakamoto, affiancati infine dalle generazioni dei giovani.

Quanto sia centrale il tema abitativo nell’architettura giapponese lo si evince guardando al tessuto urbano e alla grande produzione che, senza sosta e paura, è stata sostenuta da continue demolizioni e ricostruzioni nel corso degli anni. «Dopo la fine della seconda guerra mondiale, di fronte a una grave carenza di abitazioni, il governo giapponese decise di incoraggiare le persone a comprarsi un terreno e costruirsi la casa da sè. Questo, per i giapponesi, divenne un’occasione per riflettere sul concetto di casa e di famiglia», racconta il curatore Hosaka.

Analizzando i diversi esempi in mostra, ricorrono a fasi alterne alcune tematiche: il rapporto e la continuità tra interno ed esterno, naturale ed artificiale, tradizione e tecnologia. È qui che si esprime quella capacità tipica degli architetti giapponesi di tirare fuori il meglio anche da un limite come ad esempio i ridottissimi spazi a disposizione. Il meglio, con pochi, semplici gesti, essenziali e decisivi. È il caso della Garden House progettata da Ryue Nishizawa (partner di Sejima) su un lotto di soli 4 metri di larghezza in un denso distretto commerciale di Tokyo; o della House NA ideata da Sou Fujimoto. Entrambe rifiutano l’uso di pareti divisorie in favore di un sistema aperto, fluido ma composto e ben strutturato, secondo una capacità espressiva fortemente poetica. Unica al mondo.

Nell’allestimento, disegnato da Atelier Bow-Wow in collaborazione con il MAXXI, troviamo anche riproduzioni in scala reale di porzioni di edifici, come la House U di Ito (ora demolita), o il rifugio di emergenza di Ban. Esperimenti al limite forse, che rappresentano quella vitalità introversa ma fortemente spiccata, tipica dell’architettura giapponese di qualità, che questa mostra racconta solo in parte e con non molta verve, nonostante il tentativo di riprodurre nell’allestimento la sensazione spaziale degli edifici presentati. Quella vitalità, sperimentale e minimale, è infatti giocata su dettagli infinitesimali e sfugge alle logiche di mera riproduzione formale tipiche delle mostre di architettura.

 

 


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