In praise of credits, architetti sull’orlo di una crisi di nervi

by • 6 dicembre 2016 • Inchieste, Professione e Formazione217

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Piccola cronaca di una comune giornata a caccia di crediti formativi, tra le comunicazioni via pec del proprio Ordine, la crisi che perdura e un po’ di ironia

 

La pec dell’Ordine parla chiaro:

Gentile Arch. (omissis)

dal 1° gennaio 2014 gli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori iscritti all’albo hanno l’obbligo di acquisire almeno 60 crediti formativi professionali (CFP) nel triennio formativo (2014-2016) di cui 12 CFP sui temi delle discipline ordinistiche. Il 31 dicembre 2016 scadrà il primo triennio e la violazione dell’obbligo comporterà l’avvio delle procedure disciplinari.

D’improvviso la cravatta stringe: e io come sono messo? Quanti crediti mi mancano?

Ommiodio… Una mano allenta quello che è già un nodo scorsoio, l’altra scorre veloce le mail… Eccola! Un pomeriggio, otto crediti! Perfetto: no panino, ombrello e mi catapulto nel luogo convenuto. Già nel raggio di centro metri dall’entrata si notano facce che potrebbero essere conosciute. Sguardo basso e determinato: i crediti non devono scappare. Piccola coda, registrazione e sono dentro. La hostess perfettamente istruita, lo sguardo di un pusher che sa cosa vuoi, mi ha già dato una dritta. Tenga il biglietto e il badge, lo mandi all’Ordine e vale un credito. Apperò.

Tutto nero, luci basse, grandi tendaggi nascondono quelli che sembrano essere standini commerciali. Sedute clonate, ma di design, vasche con ghiaccio, acqua e bibite varie a disposizione. Si nota una mano, un disegno: certo è fatto per architetti, hanno certe esigenze gli appartenenti alla categoria, che diamine! Un tipo esperto nota: l’altro anno c’erano anche i panini. Chiaro, checché se ne dica, la crisi continua. Le voci corrono veloci. Là in fondo c’è il banco delle registrazioni, firmi e i crediti sono tuoi! In attesa che la conferenza inizi, giringiro per gli standini. Il tono è: non vendiamo niente, siamo fra colleghi, al massimo ti allunghiamo un catalogo. Il tono finto chic nasconde un messaggio subliminale. Lo facciamo per il vostro bene.

Ottimo, si inizia quasi in orario. Il primo oratore è un poco suonato dagli anni. Il moderatore chiama il pubblico “colleghi architetti” e il tono è a metà fra la setta e Cosa Nostra. Il professore âgé crede di scorrere le diapositive da un carousel e benedice le nuove tecnologie. Sullo schermo scorrono immagini che, ricordo, invasero le riviste negli anni ottanta. Il ricordo non è gradevole. Si arriva veloci alla fine. Caffè, bagno, due chiacchiere con il “collega” che non vedevi da vent’anni e si riprende. Ora è il turno del giovane, si fa per dire, rampante che ha capito tutto e ce lo spiega.

È un susseguirsi di falsa modestia e superego, architetto ammaestratore dei clienti e imbonitore delle aziende che lo seguono docili nelle sue ricerche. I progetti potrebbero anche essere interessanti, ma… L’auditorium è raccolto e attento, ma come nelle migliori classi c’è quello che chiacchiera e non resiste alla voglia di far casino. A un certo punto il relatore chiede il nome dell’animale che vive in montagna e scava gallerie. La marmotta! Risponde l’aula e lo scapestrato di cui sopra ne fa il fischio. Come a scuola, non si trattiene il riso e la dignità è persa. Quasi campanella di altri tempi arrivano i saluti e i ringraziamenti finali. È fatta. Con sollievo ci si alza e si sciama ognuno alle proprie incombenze trascurate per un pomeriggio.

Formazione continua e riforma delle professioni, questo il motto e questo il credo. Esco sotto la pioggia e mi assale un pensiero: se questo è un architetto…


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