Fuori-luoghi. Storie e geografie del periferico/3

by • 6 dicembre 2016 • Senza categoria245

Walkscapes ed altre derive, nel solco delle pratiche artistiche, verso il Bio Mapping

 

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Percorrendo i luoghi periferici, ci si rende conto che esiste sempre un margine d’incognito, un “resto” che le carte non mettono in luce. Qualsiasi restituzione appare parziale se è vero, come dice Gregory Bateson (in Mente e natura, Milano, Adelphi, 1984; riprendendo Alfred Korzybski), che “la mappa non è il territorio”. In periferia non ci resta dunque che camminare, a lungo e con pazienza, senza un itinerario prestabilito o un programma definito a tavolino. Esperienza non proprio agevole, ma che può dirci qualcosa di più, e di diverso, della semplice lettura delle mappe e dei piani. Esiste, per fortuna, una vasta letteratura a proposito: dal flâneur di Walter Benjamin alla psicogeografia di Guy Debord e dei Situazionisti, da Ralph Waldo Emerson a Rebecca Solnit (Storia del camminare, Milano, Bruno Mondadori, 2002). Approcci recenti utilizzano poi le nuove tecnologie per costruire carte inedite e ritrovare geografie latenti, avvalendosi di GPS, apps e smartphone, e in generale delle reti (social media, messaggistica, etc.).

Tra le diverse possibilità di esplorazione, quelle del camminare come forma simbolica di “abitare il mondo” possono portarci a riconsiderare i fuori-luoghi, assumendo i nostri percorsi – e l’azione stessa dell’attraversamento – come pratica di conoscenza e di progetto. Una pratica da sperimentare dove s’interseca il triplice senso di un percorso: come atto del camminare (ed esplorare); come segno-traccia depositato sul territorio mentre lo si percorre; come narrazione degli spazi percorsi, osservati, percepiti. Esperienze come gli itinerari di Stalker [cfr. Francesco Careri, Walkscapes. Camminare come pratica estetica, Torino, Einaudi, 2006] hanno tracciato una direzione per riprendere questo contatto con la periferia. Il contributo di Osservatorio nomade ci aiuta a rimettere concretamente i fuori-luoghi sotto i nostri piedi. Anzitutto perché ribalta l’attitudine di guardare le periferie a partire dal centro, di descriverle (e spesso giudicarle) avendo come referenti esclusivi i caratteri morfologici, culturali ed estetici della città storica. In questa prospettiva, la nostra attenzione può concentrarsi sulla vita propria di questi spazi altri, sui modi del loro essere abitati, organizzati e, in ultima istanza, costruiti. Sugli statuti complessi e non univoci di luoghi soggetti ad appropriazioni ed usi molteplici, non più esclusivamente aperti o chiusi, pubblici o privati (del resto, l’opposizione pubblico-privato è quanto di più labile possa esserci nei fuori-luoghi).

Ci si potrà così portare fisicamente e concettualmente nei “territori attuali” della città, attraversarli e investigarli nel loro stesso corpo. Un corpo più liquido che solido, in cui si rovescia il rapporto figura-sfondo: il vuoto da sfondo si fa figura, di cui seguire le tracce e ritrovare i significati, sempre sfuggenti quando il punto di osservazione è posto alla distanza di sicurezza dal centro (geografico e simbolico) della città. Da qui ci si può inoltrare di nuovo sulle strade della periferia. E Stalker ci invita proprio a camminare lungo, dentro, intorno ai vuoti di Suburbia con questa disposizione senza pregiudizi, lasciando che i nostri passi posino su una solida sedimentazione di esperienze e di invenzioni (da Dada al Surrealismo, dal Lettrismo al Situazionismo, dalla Minimal art alla Land art).

S’inserisce in questo solco anche il lavoro di artisti, performer e ricercatori multidisciplinari. Ad esempio, le “Emotion Maps” costruite da Christian Nold. Nell’intreccio di flussi e diagrammi, viene tracciata una cartografia corporea, definita Bio Mapping, dalle persone che si muovono – in Greenwich Peninsula a Londra, nell’Est di Parigi o a San Francisco – seguendo le traiettorie di una deriva di tipo psicogeografico, in modo da generare mappe termiche e tridimensionali. L’apparecchiatura applicata a queste nuove generazioni di flâneurs registra il loro “Galvanic Skin Response” (GSR) – un indicatore di eccitazione emotiva geograficamente localizzato – tramite la rilevazione dei livelli di sudorazione. Per mezzo del camminare, l’atto di cartografare la città diviene pratica artistica collettiva, operata dalle persone con i loro itinerari e le relative reazioni ed interazioni. Mettendo in campo una strategia di détournement, questa pratica testimonia la possibilità di ritagliare spazi di creatività e di appropriazione su un territorio sottoposto (ancora geograficamente e simbolicamente) a precise delimitazioni e a severe regolamentazioni, facendo leva con astuzia sulle tecniche, i materiali e i codici consolidati. È in questo ordine d’idee, e con approcci di questo tipo, che spesso si muovono ed agiscono nel quotidiano, in maniera più o meno volontaria, anche gli abitanti e i fruitori delle periferie e dei fuori-luoghi.

© Luigi Manzione


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