Ex Magazzino vini a Trieste, il paravento della storia

by • 21 novembre 2016 • Mosaico, Progetti992

Visita all’edificio sulle Rive, rifunzionalizzato da Studio Archea a emporio alimentare per Eataly: poco convincente il rapporto tra preesistenza e nuova costruzione

 

TRIESTE. Tra qualche settimana sulle Rive dovrebbe – il condizionale è d’obbligo visti i continui rinvii – riaprire i battenti il vecchio Magazzino vini, oggetto di grandi polemiche sia politiche che architettoniche negli ultimi quindici anni. La storia del recupero del lacerto di edificio che occupa una posizione strategica sul fronte mare della città adriatica è iniziata nel 2000 con un concorso di progettazione – in cui rappresentava un ambito di un progetto complessivo di riconfigurazione del waterfront – vinto da Boris Podrecca. L’architetto austriaco prevedeva di conservare il perimetro murario esterno per ricavare all’interno una teca di vetro la cui copertura, un vero e proprio piano abitabile, sormontava la muratura preesistente assumendo l’aspetto di nuovo coronamento trasparente, affacciato sulla città e sul mare. Il carattere peculiare della proposta, la dialettica tra vecchio e nuovo, si arricchiva della connessione del piano terreno con lo specchio di mare prospiciente, attraverso la smaterializzazione del prospetto e l’inserimento di una gradonata che diventava una tribuna sull’acqua.

Tuttavia, le vicende proprietarie e politiche si sono fatte nel tempo più complicate, ostacolando il recupero dell’edificio che fino al 2010 è rimasto un rudere. Le Cooperative operaie di Trieste Istria e Dalmazia, infatti, volevano trasformare l’immobile in un punto vendita di prestigio dando seguito al progetto di Podrecca, garante di una qualità e di un inserimento urbano capace di rigenerare una porzione di città all’epoca ancora “poco pregiata”. I lavori, però, non sono mai partiti e nel 2005 la Fondazione Cassa di Risparmio Trieste – sorta di deus ex machina del capoluogo giuliano – compra l’immobile e cambia progettista, affidando l’incarico a Marco Casamonti. Un passaggio non indolore, soprattutto per i professionisti coinvolti. Nel settembre 2005 Podrecca, in un’intervista al quotidiano “Il Piccolo”, non solo accusa il collega fiorentino di avere copiato il progetto ma lascia intendere come comportamenti del genere siano “una specie di prassi a Trieste, dove il solo Casamonti è già entrato in almeno altri tre lavori vinti e «guadagnati» da altri”. Al di là della polemica, ad un certo punto il nome del docente dell’Università di Genova compare su alcuni progetti già avviati nella città giuliana. Uno per tutti il recupero dell’ex Ospedale militare (di cui non c’è alcuna traccia sul sito dello Studio Archea), dove un gruppo di progettazione già stava lavorando alla stesura definitiva.

Comunque sia, la nuova proprietà è indirizzata a inserire il Magazzino vini all’interno di un ipotetico disegno complessivo di recupero del waterfront e decide di rifunzionalizzarlo come “centro culturale” in linea con l’adiacente “contenitore espositivo” della Pescheria vecchia (anch’essa oggetto di concorso e anch’essa affidata, sempre all’inizio degli anni duemila, a un progettista differente dal vincitore). La crisi economica, il naufragio del progetto del Parco del mare (ovvero la trasformazione di tutto il fronte mare urbano in un sistema culturale e d’intrattenimento tematizzato), lo scarso appeal per una città che stenta a trovare una collocazione nel panorama culturale italiano, segnano il destino del Magazzino vini: la Fondazione CRT cerca una funzione che possa restituire l’investimento affrontato e, nel 2013, trova in Eataly il partner giusto.

Nel frattempo il cantiere ha preso avvio lasciando intravedere il nuovo progetto casamontiano. L’edificio prevede una teca trasparente (analoga alla versione di Podrecca) ma, questa volta, autonoma e nascosta dietro il paravento delle murature esistenti, preventivamente smontate, ripulite e rimontate sotto forma di pannelli internamente rivestiti di piastrelle in ceramica. La dialettica con la preesistenza appare così esornativa, limitata a rispondere alle prescrizioni della Soprintendenza – affinché il “moderno” non disturbi il carattere neoclassico del capoluogo giuliano, rimanendo mimetizzato dietro un paramento senza alcuna qualità architettonica – più che trovare occasioni per una nuova spazialità. La distanza tra il nuovo volume e il perimetro serve a illuminare il piano seminterrato, caratterizzato da alcuni specchi d’acqua da cui emergono due scultoree scale in metallo, mentre nei due piani superiori lo spazio rimane un’intercapedine che viene abitata soltanto in prossimità dell’ingresso verso la città e verso il mare (unica apertura su un prospetto sostanzialmente cieco).

Partito come centro culturale, l’edificio diventa uno store alimentare; frammento di un fronte urbano che, nonostante la mole di proposte progettuali presentate, dimostra un’innegabile mancanza di progettualità.

 


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