Terremoto: serve un piano di ampio respiro

by • 7 novembre 2016 • Forum, Mosaico1171

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Secondo Camillo Magni il problema è da spostare dal piano specialistico a quello strategico, impostando un piano che selezioni priorità, obiettivi e luoghi nella consapevolezza che ogni scelta produce dolorose esclusioni

 

In relazione alla recente serie di terremoti che hanno colpito negli ultimi mesi il Centro Italia credo sia interessate ampliare lo sguardo e confrontare le esperienze nazionali con quelle internazionali, distinguendo due aspetti: quello politico e quello tecnico.

Per quanto riguarda il primo mi preme evidenziare alcuni argomenti. Rileggendo i recenti eventi risulta evidente come il tema della ricostruzione e degli aiuti umanitari, una volta superata la prima fase emergenziale, diventi una questione estremamente complicata. Alle inefficienze strutturali si sommano spesso dubbie operazioni clientelari e l’incapacità dei donors di incidere sulle comunità locali. La smania di raggiungere risultati immediati e politicamente spendibili spinge spesso ad operare senza le corrette tempistiche e lungimiranti strategie. In generale manca un disegno d’insieme, un piano comune che coordini i molti attori verso un risultato condiviso. È abbastanza disarmante osservare a scala globale le ultime “catastrofi naturali” (uragano Mitch 1998, tsunami 2004, terremoto ad Haiti 2010, il tifone Hayan 2013, il terremoto in Nepal 2015) e riscontrare il reiterarsi dei medesimi errori. Le inefficienze sono così evidenti che alcune documentate indagini sostengono che le ricostruzioni più riuscite siano avvenute nei luoghi dove la cooperazione internazionale ha operato meno. Se fosse vero viene da domandarsi come sia possibile non riuscire a raggiungere gli obiettivi prefissati nonostante le ingenti risorse a disposizione.

Osservando il caso nazionale le conclusioni non sono molto differenti. Sia gli aspetti di prevenzione che quelli di ricostruzione sembrano infrangersi sull’incapacità di governare l’emergenza. Se l’esperienza internazionale ci suggerisce che più modesto e circoscritto è l’intervento, maggiore è la sua efficacia bisognerebbe preferire alle politiche assistenzialistiche diffuse quelle più puntuali che sostengano il rilancio produttivo attraverso una forte defiscalizzazione. Anche se impopolare, è giusto testimoniare come oggi uno dei problemi più diffusi sia il rifiuto di parte della popolazione di rientrare nelle abitazioni giudicate sicure per timore di perdere eventuali aiuti finanziari. Questa logica, per quanto comprensibile e in parte giustificabile (da considerare anche il timore psicologico di rientrare nelle case e subire nuove scosse sismiche), è devastante da un punto di vista sociale perché arena la comunità su posizioni parassitarie. Bisogna scardinare la politica assistenzialistica a favore di azioni che rivitalizzino le comunità, mantenendole nei luoghi colpiti attraverso il rilancio della forza produttiva, dei servizi e delle infrastrutture. Non sono in discussione gli aiuti alla popolazione, ma le modalità con cui attuarli. In altre parole bisogna ricostruire prima la comunità attraverso politiche attive e poi i muri degli edifici.

Questo aspetto introduce un secondo tema: le capacità tecniche di progettare la ricostruzione. Un evento catastrofico da sempre è l’occasione per ripensare i territori distrutti. La storia delle città europee testimonia come radicali rinnovamenti siano avvenuti a seguito di episodi calamitosi: la Baixa di Lisbona, ad esempio, è sorta a seguito del terremoto del 1755, mentre la Londra moderna è stata pensata dopo il grande incendio del 1666. Purtroppo oggi non esistono soluzioni preconfezionate. La specificità di ogni evento e luogo necessita di specifiche azioni. L’unico elemento che mi sento di suggerire è di carattere metodologico: ricostruire vuol dire immaginare con coraggio un futuro migliore senza cedere alla retorica del “dove era, come era”. Le aree colpite dal recente terremoto, ad esempio, sono da molti anni in forte decrescita demografica: ad Amatrice all’inizio del secolo risiedevano 10.000 persone mentre oggi vi abitano 2.650 con prevalenza di anziani. Sono luoghi che stavano decadendo già prima del sisma. Ricostruirli tali e quali a prima sarebbe un errore. Bisogna avere, invece, il coraggio e la sfrontatezza di intravedere in un momento tanto drammatico delle opportunità per il futuro. Immaginare un piano strategico capace di trasformare le aree colpite operando sia sull’ambito sociale che su quello produttivo e ambientale. Solo tenendo insieme questi tre aspetti l’azione può essere efficace. Si deve superare la logica conservativa focalizzata ai manufatti edilizi e proporre una ricostruzione a 360 gradi che accetti la sfida del cambiamento e che parta dalla risorsa più rilevante a nostra disposizione: la popolazione. È a loro che devono essere rivolti i nostri sforzi. Ai tecnici spetta il ruolo di offrire le proprie conoscenze, alla politica quello di governare la trasformazione, ma è alla cittadinanza che spetta il ruolo principale. Sottrarglielo significherebbe svuotare la ricostruzione dei propri significati.

Infine esiste un terzo tema connesso al terremoto: quello della messa in sicurezza dei territori a rischio. Tutti ne condividono l’urgenza, ma se nell’arco degli ultimi 40 anni (il terremoto del Belice è del 1968) non si è proceduto in questa direzione significa che esiste un freno che ne impedisce la fattibilità. I costi sono sicuramente determinanti. Tuttavia credo che le ragioni siano altre. Da un punto di vista tecnico le modalità di messa in sicurezza degli edifici sono relativamente note. Del resto il recentissimo sisma del 26 ottobre, di intensità paragonabile a quello del 24 agosto (magnitudo 5.9 e magnitudo 6.0), ha evidenziato la loro efficacia. Inoltre il senatore Renzo Piano ha suggerito ulteriori tecniche d’intervento molto condivisibile.

Tuttavia credo che il problema sia da spostare dal piano specialistico a quello strategico. L’assenza di cui si avverte maggiore necessità è quella di un piano nazionale ad ampio respiro. È illusorio immaginare di poter intervenire ovunque e per chiunque. Per tale ragione il piano dovrebbe selezionare priorità, obiettivi e luoghi nella consapevolezza che ogni scelta produce dolorose esclusioni. Dovrebbe inoltre ambire a un più ampio rilancio territoriale e non limitare le proprie azioni ai singoli manufatti. L’ammodernamento degli edifici dovrebbe essere la scusa con la quale introdurre azioni concrete che coinvolgano le economie locali e gli strati sociali attraverso una politica integrata d’intervento. In Italia le aree a rischio sismico interessano prevalentemente zone in forte decrescita (come nel caso di Amatrice). Investire sul patrimonio edilizio in questi contesti ha senso solo se a questa azione corrisponde un più ampio rilancio dell’economia locale. Diversamente sarebbero risorse pubbliche indirizzate verso aree destinate a decadere.

Anche in questo caso non esiste una soluzione univoca. Un corretto approccio potrebbe essere quello di procedere con progetti pilota distribuiti su tutto il territorio nazionale in modo da rendere scientificamente rilevante la loro comparazione. Sarebbe così possibile scandagliare strategie differenti per verificare tecniche, capacità gestionali, governi locali e infine giudicarne l’efficacia. L’unica strada possibile è quella della ricerca e della sperimentazione, non esistono scorciatoie. Dopo 40 anni di attesa non c’è fretta, ma l’urgenza di cominciare.

 

Immagine di copertina: Haiti dopo il terremoto del 2010

 

 

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