Prato: coraggioso landscape urbanism in centro storico

by • 11 ottobre 2016 • Città e Territorio, Mosaico, Progetti2143

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Gli esiti del concorso internazionale per il parco centrale di Prato, vinto dal gruppo composto da OBR, Michel Desvigne e Intertecno

 

PRATO. Vinto dal gruppo composto da OBR, Michel Desvigne e Intertecno, quello per il parco centrale è un concorso coraggioso. Coraggioso perché, mentre si è appena conclusa Recycle Italy, ha proposto la quanto meno audace demolizione del vecchio ospedale anziché il suo riuso, generando un vivace dibattito disciplinare. Al suo posto, richiedeva la realizzazione di un parco pubblico di tre ettari all’interno del denso tessuto storico intra muros.

Prato, peraltro, è da secoli una città coraggiosa. Città-fabbrica costruita intorno al sogno dell’economia felice dei distretti industriali, caposaldo di rilevanti sperimentazioni in ambito anche urbanistico, con la straordinaria esperienza del piano firmato da Bernardo Secchi (1993-1996). Città dell’immigrazione, dove da vent’anni la terza più grande comunità cinese d’Europa ha costruito un incredibile distretto parallelo di pronto-moda, occupando gli spazi dismessi dalla crisi. Città laboratorio, oggetto dello sguardo delle importanti ricerche storiche di Fernand Braudel, economiche di Giacomo Becattini e, ancora, architettoniche e territoriali, centro anche del convegno della Triennale di Architettura di Oslo organizzato da Behemot Press lo scorso 8 ottobre negli spazi di chi-na, radicale esperimento socio-spaziale di cinque giovani e intraprendenti creativi che ripensa la città a partire da azioni micro.

 

Il concorso

In questo senso, il concorso è stato un grande esperimento di landscape urbanism in un centro storico. E, nelle declinazioni dei dieci finalisti, in mostra al Palazzo del Pretorio fino al 28 ottobre (su oltre 230 proposte da tutto il mondo e rappresentative di alcune delle maggiori firme mondiali), rappresenta un vero e proprio specchio delle tendenze correnti della progettazione di paesaggio. Ripensamento delle rovine e costruzione di nuove icone antropiche e naturali per Baubotanik; biodiversità e disegno plastico del suolo per Tagliabue; riuso dei materiali e metafisici portici fuori scala con spazi sovrabbondati di pratiche dell’inclusione per Barili-Aravena; gerarchica stratificazione morfologico-funzionale per Dogma; e ancora orticoltura urbana, colonizzazione di strutture artificiali, sovrapposizione di suoli, spazi dello sport, flessibilità, retorici ingressi e percorsi iconici.

 

Il progetto vincitore

Poetico labirinto in cui non ci si può perdere, il parco è costruito con disarmante semplicità attorno alle idee di intimità e memoria, di custodia e pacificazione, di stupore e scoperta. La fine rilettura della tessitura urbana istruisce una teoria di tracce, perpendicolari alle mura storiche, su cui sorgono alte siepi. Talvolta strettamente sagomate e talaltra libere di crescere, setti naturali che identificano intime stanze e quinte: memoria del giardino all’italiana romano o toscano, liberato dalle rigidezze del classicismo e figura contemporanea del colto immaginario naturale delle Ville.

Le mura sono riferimento visuale costante, custodi tanto dello spazio aperto che del più intimo anfratto. Protezione e limite del parco, superficie intoccabile perché separata dallo spazio dell’uomo da una lama di acqua che ne amplifica la presenza, è l’astrazione stessa del muro, in grado di pacificare la molteplicità degli sguardi e delle prospettive.

Dal lato opposto, al confine con la città, un largo giardino pensile poggiato su trasparenti e flessibili spazi in linea, raccolti entro un basso parallelepipedo, è l’edificio che immagina uno spazio pubblico in cui si lavora, si fanno laboratori, mostre, eventi, sfilate. Da qui, il parco è un giardino da scoprire, di stanze con opere d’arte e sculture, di scenari botanici, di una galleria all’aria aperta, di quadri dell’intimo e del sensibile.

 

Una svolta nel progetto urbano

Questo rappresenta per l’Italia il concorso di Prato. Anzitutto perché mette al centro del dibattito la disciplina del paesaggio, anche nel caso di condizioni urbane dense. In secondo luogo perché offre un quadro piuttosto ampio delle tendenze di questa disciplina. In terzo luogo perché con il progetto vincitore si afferma, ancora, che si può fare architettura costruendo genealogie della memoria e immaginando che il futuro possa ancora rivendicare onirici spazi pubblici dell’esperienza estetica.

 

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