La second life di Expo alla prova della Triennale

by • 27 luglio 2016 • Città e Territorio, Mosaico1486

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Con il parco Experience, il post di Expo si riconferma come l’unico vero laboratorio di trasformazione urbana a Milano. Report dalle mostre “City after the City” e “Architecture as Art” (all’HangarBicocca)

 

MILANO. Il post di Expo si riconferma ancora una volta come l’unico vero laboratorio politico, culturale e linguistico (fast post, cesata artistica…) mainstream che abbiamo a disposizione. La sua recente trasformazione in Experience, il grande parco dell’estate (50 milioni stanziati dalla Regione di cui 16 alla Triennale per allestire la mostra “City after the City”, curata da Pierluigi Nicolin, fino al 30 settembre) e gli impegni presi da Ministero e istituzioni, puntano al rilancio della second life del sito. Inoltre, proprio in questi giorni è ufficialmente atterrato anche l’imbarazzante planivolumetrico balneare di Kengo Kuma per il nuovo campus “Science for Citizens” dell’Università Statale: un affare colossale da 380 milioni di euro; dimissioni di sedi storiche per 120 milioni, più 130 di fondi propri e 130  di cofinanziamento pubblico che dimostrano, ancora una volta, l’effetto moltiplicatore di Expo). Assieme all’affaire scali ferroviari, il tema è al centro delle politiche urbanistiche e di marketing territoriale “concertato” che, nel bene e nel male, nell’arco dei prossimi dieci anni cambieranno per sempre il volto della città. Il nuovo amministratore delegato di Arexpo Giuseppe Bonomi si è caricato della responsabilità di far entrare a forza questo recinto confinato dal sapore vagamente militare nel cuore e nelle abitudini dei milanesi, attraverso la formula ideologica del parco a tema e dell’edutainment, e di fare del sito una parte di città viva 24 ore su 24. Uno sforzo riuscito solo parzialmente anche nel pur griffatissimo progetto del quartiere Bicocca… Speriamo che nell’appena conclusa “Expo as a Global Village. Future ways of Living International Summer School” abbiano trovato la formula magica.

Visitando la mostra “City after the City”, abbiamo avuto la sensazione di entrare in quello che avrebbe potuto essere un padiglione curato e raffinato che non ci ha fatto di certo rimpiangere certi accrocchi da fiera paesana passati sotto i nostri occhi. Abbiamo avuto la certezza che con una maggiore volontà e un pizzico di preveggenza si sarebbe potuto dotare facilmente Milano di un’infrastruttura permanente e flessibile che poi si sarebbe potuta utilizzare anche per attività di leisure, costruendo man mano il simbolo di una nuova città pubblica, con spazi riprogettati e inedite qualità urbane.

Molte similitudini e qualche rimorso ci ha offerto il successo dell’approccio diffuso della XXI Triennale Design after Design, che ha segnato senz’altro la via maestra delle buone pratiche di promozione dei distretti culturali e industriali di un territorio che non ha bisogno solo dell’effimero e del fashion. Certo, come nella mostra, le strategie comunicative e la forma scelta non inseguono i modelli di rottura o di critica tradizionali (confinati nel favoloso bookshop); in quanto più che affermare, la mostra suggerisce approfondimenti lasciati all’iniziativa dei visitatori, cercando di costruire quella terza via tra il format d’importazione ricucinato e il pensiero debole sulla perenne crisi del progetto intellettuale della corporate avangard che sono arrivati alla fine. Per Nicolin la città è ormai esplosa in un territorio diffuso di flussi, immagini e sensazioni per un abitare ormai necessariamente nomadizzato, per un “nuovo tipo di città che i saperi disciplinari a disposizione non sono più in grado di assicurare”. Forse il punto più discutibile sta proprio dell’aver accettato senza compromessi lo status quo, in nome di un oltrepassamento che rischia di sembrarne invece la sua perversa e patinata celebrazione.

 

Anche la mostra all’HangarBicocca, “Architecture as Art” (fino al 12 settembre), ci offre un approccio decostruttivo, minimalista e salottiero, che fa il verso alla Biennale di Venezia con la spettacolarizzazione dell’esperienza e della fruizione, offrendo solo nelle pieghe del discorso implicito gli strumenti per accedere all’universale; ha il pregio indiscusso di sottolineare ancora una volta che la forma dell’architettura e i suoi vincoli materiali esprimono tanto, ma non tutto. Didascalicamente necessari ma non sufficienti; tanto che forse è indispensabile comunque ricorrere anche lì, nonostante tutto, a quel vecchio arnese del progetto…

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