Manus x Machina

by • 29 giugno 2016 • Design, Mosaico, Reviews905

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Le magie dell’haute couture in una mostra al Metropolitan Museum of Art di New York

 

NEW YORK. Entri in un duomo dall’alta cupola e sei pronto a seguire lo strascico di una dama vestita per l’altare. Questo l’incipit della mostra «Manus x Machina, la moda nell’epoca della tecnologia» che, al MET fino al 14 agosto, viene proposta al pubblico che sempre affolla il grande museo newyorchese.

In verità, più che di una sposa si tratta forse di una papessa colta nell’attimo di salire al soglio, disegnata dalla mano di Karl Lagerfeld per Chanel e “sospesa” in uno spazio sacro proprio dell’alto medioevo in cui tutti rimaniamo rapiti dallo stupore e dalla meraviglia, aiutati in questo straniamento da una suadente musica che sembra uscita da un’antica notazione neumatica, miracolosamente ritrovata per l’occasione. A dispetto dell’ambientazione e con buona pace della richiamata Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, l’abito è di neoprene e i ricami si debbono alla mano e alla macchina.

asciutti quanto esaustivi testi ci fanno capire come i due estremi mezzi del saper fare, la mano e la macchina appunto, sapientemente evocati coi termini latini, rappresentino la condizione di una progettazione che nella haute couture ha visto ribaltare i valori e passare da una superiorità della mano, sinonimo di qualità e unicità, a una condivisione di potere con la macchina che, nella sua accezione intelligente di stampante tridimensionale del pensiero, diventa prolungamento della mano di cui sopra e sdogana, una volta per tutte, il suo ingresso nei salotti buoni della creatività. È, in verità, una staffetta con il prêt-à-porter, regno della manifattura a macchina sino ad ora, che ne cede l’uso all’alta moda per abbattere confini ed esplorare nuove terre nel campo delle possibilità creative.

Con grande onestà intellettuale viene mostrato, con piccoli video posati sui piani – l’uso del nastro adesivo per fermare il cavo di alimentazione (ma non poteva arrivare da sotto il piano?) è forse l’unica sbavatura di un allestimento quasi perfetto – come i pezzi che escono dalle stampanti 3D abbiano in verità poi bisogno d’un enorme lavoro manuale per diventare ciò che vediamo e che è ben lontano dall’essere il prodotto d’una macchina. Piccola rivincita della manus sulla machina.

Non entriamo nelle scelte del curatore capo del MET Costume Institute, Andrew Bolton, sicuramente assai meditate e che vedono i nomi di mostri sacri della storia della moda accanto a quelli di giovani designer, già non meno sacri, fra tutti anche alcuni italiani. Notiamo, invece, come l’allestimento, a cura di OMA New York, abbia una grandissima parte nella riuscita di una mostra che, absit iniuria verbis, è pur sempre un insieme di abiti e manichini. Telai sui quali è tesata una normalissima rete in pvc bianco sono agganciati a strutture in tubo e giunto che, lungi dall’idea d’essere nascoste, permettono di costruire volte e cupole in uno spazio, quello della Robert Lehman Wing Gallery, che facciamo fatica a riconoscere ricordando i suoi portali in cemento armato a vista, elegantissimo pseudo brutalismo da upper east side. L’uso sapiente delle proiezioni, che rivestono cupole e semicupole delle sottili texture dei nuovi materiali, versione moderna degli antichi mosaici, completa l’effetto d’uno spazio fortemente sacrale, e non potrebbe essere diversamente per questi miracoli di tecnica e creatività. Come in una perfetta architettura sacra bizantina a pianta centrale, la spazio a cupola è circondato da una galleria di cappelle minori che, come in epoca classica sarebbero state lì poste a contrastare le tremende spinte che vengono dal centro, qui sopportano il peso visivo e concettuale dell’installazione centrale proponendo nicchie voltate e spalti sui quali sono presentati i modelli che inverano i temi materici della mostra.

Centosettanta sono i modelli in mostra, a coprire un arco temporale dall’inizio del XIX secolo a oggi. Affascinanti quanto inquietanti i filoni d’indagine: ricami, piume, motivi floreali, tessuti, tailleur, plissé, pizzi, merletti e pelle. I casi studio accendono l’interesse, la fantasia e il desiderio, sino ad arrivare agli estremi tecnici e stilistici degli esoscheletri di Iris van Herpen, astro del nuovo firmamento del fashion, il quale presenta capi che ormai non hanno più niente da spartire con la funzione originaria dell’abito. Ma questa è un’altra storia.

 

 


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