La fotografia alla Biennale: oltre il documento, uno strumento di progetto

by • 19 giugno 2016 • Biennale di Venezia, Mosaico1192

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Secondo Elena Franco in questa Biennale l’immagine svolge il delicato ruolo di mediatore e comunicatore, spesso relegando materiali e disegni di progetto a ruoli secondari

 

Anche per la fotografia si è aperto un nuovo fronte in architettura. Non soltanto la documentazione del prima e del dopo, l’archivio, la ripresa dello stato dei luoghi su cui articolare il pensiero progettuale o il racconto patinato del segno dell’architetto e dell’oggetto architettonico ma un ruolo di progetto di primo piano. Medium a cui demandare il compito di far emergere nuovi temi o manifesti, modalità di co-costruzione progettuale, stimolo alla riflessione collettiva.

«Spiegare nel modo più semplice possibile» è, per Alejandro Aravena, la sfida che gli architetti devono affrontare nel loro percorso progettuale per poter, empaticamente, incontrare i loro committenti, tradizionali o di comunità, prima di poter agire. E se «pensare, incontrare, agire» – come declina TAMassociati nel Padiglione Italia – dovrà essere il nuovo mantra progettuale, non stupisce che in questa Biennale sia l’immagine – fotografia, video, disegno, fumetto – a svolgere il delicato ruolo di facilitatore, mediatore e comunicatore, relegando maquettes, materiali e disegni di progetto, spesso, a ruoli secondari e decorativi.

Più interessante, sotto questi aspetti, di molti dei festival fotografici e delle proposte espositive che si vedono in Italia, la 15° Mostra internazionale di architettura è un appuntamento imprescindibile anche per chi si occupa d’immagine nel nostro Paese e che potrebbe trovare qui interessanti suggerimenti su come ci si stia muovendo nel mondo per usare l’immagine in maniera progettuale e non solo per produrre fotografie interessanti da abbinare al colore del divano e delle tende (anche questa è architettura… d’interni, però…).

E allora, compiaciuti per il fatto che l’architetto impegnato del terzo millennio non si contraddistingua soltanto per la camicia bianca d’ordinanza ma anche per la macchina fotografica al collo, vi lasciamo alcuni –  non esaustivi – spunti per una lettura diversa della Biennale.

Mostra principale – Giardini

LAN (Local Architecture Network) in Francia opera sulle periferie e ci presenta il suo progetto, in parte, con un’istallazione fotografica che mette al centro i desideri degli abitanti, mentre VAVstudio ci fa entrare in uno spazio-immagine per raccontarci come il lavoro sull’identità – che passa imprescindibilmente dall’immagine – possa contrastare l’embargo in Iran e condurre a una pratica di sviluppo sostenibile. Souto Moura – Arquitectos usa l’immagine in maniera più tradizionale per raccontare una trasformazione, mentre Andrew Making e la ONG Asiye ed Etafuleni in Sudafrica ci fanno interagire con l’immagine su una monumentale parete scomponibile e ricomponibile in un mosaico metallico.

Mostra principale – Arsenale, Corderie, Artiglierie

Eccezionale il lavoro di ricerca del team di Rahul Mehrotra – raccolto anche in un volume edito da Hatje Cantz – che documenta la festa religiosa e culturale di Kumbh Mela in India, ricavandone alcune lezioni per le sfide urbane globali. Evocativo e magrittiano nella costruzione dell’immagine, che deve farci riflettere sulla sostenibilità degli interventi di sviluppo turistico, il lavoro presentato da Paulo David, mentre anche Rural Studio si affida a immagini proiettate in un teatro, pensato per essere riciclato in un progetto nei dintorni di Venezia, per raccontarci i capisaldi su cui si basa il suo lavoro di formazione architettonica. La fotografia documentaristica è protagonista negli allestimenti di Rural Urban Framework – The University of Hong Kong, Ines Lobo Arquitectos, Hollmen Reuter Sandman, mentre segnaliamo la proposta di Luyanda Mpahlwa DesignSpaceAfrica per l’uso della fotografia non solo come elemento di progetto ma anche per la riuscita proposta di allestimento che ci invita ad avvicinarci al racconto presentato e a toccare, finalmente, le fotografie, a ruotarle per leggere dietro le didascalie, a manipolarle mentre impariamo di più sul loro lavoro.

Partecipazioni nazionali

È nelle proposte nazionali che emerge con maggiore forza la capacità progettuale della fotografia dove, oltre agli allestimenti, anche i cosiddetti “gadget” testimoniano l’importanza dell’immagine che si fa fotografia nel momento in cui diventa oggetto, in tiratura limitata, come nel padiglione egiziano per “Traslochi emotivi”, con le cartoline del progetto My Detroit Postcard Photo Contest al padiglione statunitense o, nel caso del padiglione austriaco, per il progetto fotografico Places for People”, proposto sotto forma di poster o di rivista. La fotografia si fa anche libro, oseremmo dire “d’artista”, come per il bellissimo lavoro del fotografo Cemal Emden, con testi di Namik Erkal e Vera Costantini, per raccontare i cantieri navali di Haliç proposto dal padiglione della Turchia o per il lavoro della fotografa Reem Falaknaz sulla vita nelle comunità più remote degli Emirati Arabi Uniti. Fotografia come manifesto, infine, nel lavoro, più concettuale, proposto da Philip Dujardin per il padiglione belga o, nella migliore tradizione documentaria, per il lavoro dei collettivi Myop e France(s) Territoire Liquide per le “Nouvelles richesses” proposte dalla Francia.

Chiudiamo segnalando, per gli allestimenti ma non solo, anche il progetto di Arkt al padiglione ungherese e, ovviamente, la Germania con la riflessione su accoglienza e integrazione “affissa” con serie fotografiche incollate a muro, così come il contributo richiesto agli artisti Seongeun Kang, Seung Woo Back, Yeondoo Jung, Kyungsub Shin dalla Corea e a Roberto Huarcaya e Musuk Nolte dal Perù. Infine, per il Padiglione Italia, Italogramma, un progetto fotografico realizzato dal 2005 al 2012 da Fulvio Orsenigo e Alessandra Chemollo.


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