Questa Biennale un po’ ipocrita

by • 8 giugno 2016 • Biennale di Venezia, Forum, Mosaico1515

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Secondo Marco Maria Sambo ciò che non torna nella 15° Mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia è la manifestazione del potere, che non rinuncerà mai al suo ruolo dominante

 

Sgrunt. Quello che non torna di questa Biennale non è costituito tanto dall’architettura presentata ma dalla manifestazione del potere. Sì, proprio così, il potere, quello di chi comanda, quello di chi gestisce le giurie, quello di chi assegna premi, di chi dirige istituzioni eccetera eccetera. Ci saremmo cioè aspettati qualcosa di più innovativo da una Biennale rivoluzionaria come quella di Aravena riguardo ad esempio alla formazione delle giurie, alla gestione dei convegni di apertura, alla direzione generale degli eventi di apertura. Per farla breve, al di là della piena legittimità della cosa, ci appare strano vedere Pippo Ciorra che premia un’anima nobile dell’architettura come Maria Giuseppina Grasso Cannizzo; oppure vedere Francesco Dal Co che in uno dei tanti convegni gioca il ruolo dell’antiaccademico. Perché il fatto che Dal Co faccia l’antiaccademico è legittimo ma poco credibile. E sarebbe stato più saggio nominare, come rappresentante dell’Italia, un altro giurato e non certo Ciorra per la “rivoluzionaria” quindicesima Mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia: scelta del tutto legittima, anche questa, ma criticabile dopo lo scandalo che ha visto Ciorra al centro del dibattito per la vicenda dell’esame di abilitazione per professori di prima e seconda fascia nel settore concorsuale “Progettazione architettonica” nel 2014. Come tutti sanno Ciorra era membro di quella commissione d’esame e tutti noi ancora ricordiamo le petizioni, l’indignazione generale, le interrogazioni parlamentari. Una cosa assai strana, dunque, averlo scelto come membro della giuria per una Biennale che s’intitola “Reporting from the Front”.

Ci troviamo quindi di fronte a un meccanismo – quello del potere – che non rinuncia e non rinuncerà mai al proprio ruolo dominante; un meccanismo che ci fa fare un passo indietro recuperando le perplessità di quanti sostenevano che questa – al di là di molte ottime premesse e molti ottimi risultati – rischia di essere una Biennale un po’ ipocrita e per giunta iper fighetta, con tanto di divertenti foto patinate di Paolo Baratta e Alejandro Aravena con il suo capello iper laccato, iper trattato, iper curato.

Per altro il circo mediatico (sempre sia lodato), nella perenne gara a chi fa più fotografie, a chi fa più video live, a chi fa più interviste, a chi rilascia più opinioni, non ha fatto altro che confermare queste perplessità, mostrando i signori del potere in tutte le salse, dandoci cioè la possibilità di valutare in tempo reale personaggi alla Dart Fener che premiavano dei Jedi dell’architettura; oppure assistere alla repentina mutazione dei critici liberàl modaioli, diventati improvvisamente comunisti con tanto di musica Internazionale nel loro IPod e immaginetta di Marx nel portafoglio (meglio seguire il flusso, non si sa mai). Grazie ai media tradizionali e non (sempre siano lodati) abbiamo visto personaggi grigi (che hanno ingessato la cultura per 20 anni e tentato di assassinare culturalmente chiunque la pensasse in modo diverso) accolti a braccia aperte dal sistema “rivoluzionario” di “Reporting from The Front”, come fossero eroi. E nessuno ne ha parlato, nessuno ha sottolineato questa incongruenza, tutti presi nel caos della vernice. Cosa incredibile. Una contraddizione surreale, ma a cui siamo purtroppo abituati in questi ultimi tempi. Insomma, di fronte a tali ipocrisie l’architettura passa quasi in secondo piano. E quindi, ci chiediamo, dov’è il fronte? Perché questa è la vera domanda. Come facciamo a combattere per l’architettura sociale se il potere è nelle mani delle solite persone in grado di fare il brutto e il cattivo tempo? Il bene comune non passa forse per il ricambio di una classe di potere, per il ricambio delle giurie, dei comitati d’accoglienza, delle fanfare dei vernissage? Oppure no? Perché se non riusciamo a rispondere a questa domanda, poi poco importa se Renzo Piano, come fosse un Papa, benedice il Padiglione Italia e la Biennale passando di là per caso (con uno dei suoi capolavori mediatici che lo mettono sempre al centro del dibattito); poco importa se i TAMassociati fanno un Padiglione Italia degno di questo nome, innovativo e serio (forse troppo istituzionale); poco importa se Renzi il rottamatore e Grillo l’incendiario visitano il fronte dell’architettura a Venezia, benedicendo con la mano i passanti; poco importa se i convegni hanno successo, se tutti siamo contenti e tutti siamo buoni, i più buoni del mondo. Perché il fronte, se guardi sotto la superficie, è fatto ancora da questa gente che costituisce e costruisce la filiera del potere. E rischiamo di assistere ancora per anni, fino a quando questi signori delle solite giurie fantasurreali non andranno in pensione o noi non li cacceremo via protestando democraticamente, al balletto ipocrita in cui Dart Fener festeggia la libertà con i Jedi, dopo aver epurato, massacrato, respinto culturalmente i migliori talenti italiani negli ultimi 20 anni.

articolo pubblicato su industriarchitettura.it 

immagine di testata: rielaborazione grafica della copertina dell’album di Frank Zappa “Them or Us” (1984)


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