Biennale a passo d’uomo

by • 6 giugno 2016 • Biennale di Venezia, Forum, Mosaico786

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Secondo Carmen Andriani, «Reporting from the front» è la Biennale delle piccole e grandi azioni di resistenza collettiva al mondo delle diseguaglianze

 

«L’architettura si occupa di dare forma ai luoghi in cui viviamo. Non è più complicato né più semplice di così». Il manifesto di Alejandro Aravena, curatore della 15. Mostra internazionale di Architettura, è il primo testo che si legge entrando alle Corderie. «Reporting from the front» è la Biennale delle piccole e grandi azioni di resistenza collettiva al mondo delle diseguaglianze, un mondo “altro” sempre più esteso e sempre più vicino. Aravena usa frasi elementari, come per dare una comunicazione rapida in un momento di emergenza: il tempo rimasto è poco, le urgenze sono molte, le risorse scarseggiano.

Nel grande ovale d’ingresso, sempre firmato Aravena, l’allestimento è realizzato con materiali di recupero. Sono gli scarti della Biennale d’Arte 2015. Un muro perimetrale di resti di cartongesso stratificato ed estruso in modo casuale e una pioggia di montanti in alluminio riciclati fissati a soffitto spiegano la strategia dell’intera mostra. Azione creativa, collettiva e non programmabile. Ritorno alla materia divisa fra primitivismo, pauperismo geniale o fai da te. Architetti sullo sfondo. Autori non più necessari. Archistar passati decisamente di moda.

È il momento delle azioni trasformative dal basso, della zanzara che ucciderà il rinoceronte, come si legge nel suggestivo testo di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, perché se la zanzara diventa uno sciame potrà nutrire la speranza di cambiare qualcosa. Piccolo contro grande, lento contro veloce, debole contro forte; fisicità antropologica contro virtualità della rete. Pochi i video, se non in forma di raffinate fotografie animate da una successione lenta e solarizzata, come nel caso del ponte portoghese di João Luís Carrilho da Graça. Un passo indietro, intenzionale, nella comunicazione: perché bisogna fare passi indietro per andare avanti. O spostarsi. Spostarsi dalla logica «di regole, interessi, economie e politiche» (si legge ancora nel manifesto); bisogna reagire alla «mancanza di coordinamento, indifferenza, semplice casualità… all’avidità e frenesia del capitale, all’ottusità e conservatorismo del sistema burocratico» che tendono a produrre luoghi mediocri. Nuova ideologia in era post-ideologica?

La Biennale 2016 è pervasa di buoni sentimenti e di una cultura del fare indubbiamente seducente: terreno scivoloso sul fronte del politicamente (sempre) corretto, e del rischio (alto in taluni casi) di dare adito ad una lettura retorica o estetizzante, se non ci fosse l’attenuante della necessità di “mettere in forma” ciò che viene esposto. La sequenza degli spazi delle Corderie scivola via come una promenade operosa ed affollata: capomastri o semplici manovalanze, architetti e gente comune attorno all’opera che si costruisce. Un’architettura voluta, richiesta, sempre necessaria che si adatti ai bisogni, che scarti in un solo colpo processi (economici) e procedure (burocratiche). Un’architettura che abita luoghi dimenticati, fuori dai circuiti neofunzionalisti della real estate multinazionale; un’architettura in stato di necessità o di emergenza, la cui eccentricità si trasformi in valore di posizione: ideale per l’azione collettiva e creativa o per un’azione di resistenza individuale. Semplice, troppo semplice, ma ancora una volta seducente.

Il focus è sul campo stretto di una vista ravvicinata. Sul dettaglio della costruzione, spesso interrotta o non finita, come ci racconta il premiato padiglione della Spagna. Sull’asciuttezza di un disegno tecnico in scala 1:1. Sulla materia fatta di blocchi di cemento, lastre di gesso, assemblaggi di mattoni, volte, archi fatti a mano. Sulle comunità che li realizzano. È un trionfo della manualità, a partire dai due fogli richiesti per la candidatura e poi pubblicati efficacemente nel catalogo. Sono disegni schizzati a mano rapidamente, accompagnati da una lettera anch’essa scritta a mano, con una calligrafia veloce come si fa con un amico che sicuramente saprà decifrarla. Sembrano lettere dal fronte anche queste: scritte perché spinti da una necessità non più prorogabile, da un luogo dove la tecnologia si ferma alla matita e la comunicazione ad una lettera spedita per posta ordinaria.

Il mondo che la Biennale di Aravena mette in mostra non ha città. Non le megalopoli scintillanti e sterminate dell’Estremo Oriente, né le metropoli storiche del Nord America, neppure le città stratificate di un’Europa in declino. I luoghi che questa Biennale incidentalmente rappresenta sono luoghi di transito o di risulta: pezzi di paesaggio primitivo o poverissimo ove le case sono piuttosto rifugi per una condizione di costante migrazione.

Il tema dei migranti, già rappresentato in modo potente e poetico dal grande vascello turco riassemblato con pezzi di recupero, entra in modo dirompente nel padiglione della Germania (nella foto di copertina di Zaira Magliozzi). «Making Heimat. Arrival Country» descrive attraverso otto tesi la città dell’arrivo, una città che ha abbattuto i suoi confini (dall’estate del 2015 sono giunti in Germania oltre un milione di rifugiati) e che si rappresenta in Biennale abbattendo in quattro punti il muro perimetrale del Padiglione. Un’azione diretta e simbolica al tempo stesso che scarta con un colpo di piccone il rischio della mediazione estetica. Avrebbe meritato un premio.


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