Zaha, ci mancherai (tanto)

by • 2 aprile 2016 • Professione e Formazione1176

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Una breve riflessione che non riguarda la critica architettonica ma la percezione delle persone e delle cose

 

Nel suo commento, Carlo Olmo sostiene che «la morte trasforma opere molto discusse in intoccabili simulacri». Ancor di più, in genere, avviene per le persone una volta trapassate. E allora, eccoci pronti ai distinguo: Zahaarchistar, ma scevra degli aspetti “degeneri” del sistema. Invece no, lei era una delle anime di quel sistema, considerato sotto ogni aspetto: dal narcisismo formale, all’indifferenza al contesto, all’omologazione dell’immagine, al culto della personalità. Diciamocelo onestamente: anche ascoltando i discorsi privati degli addetti al lavori in questi giorni credo che lei, insieme a Libeskind e Gehry (e ben più dell’intellettualistico Koolhaas, dei tecnologici Piano, Rogers o Foster, dei camaleontici Herzog & de Meuron, del muscoloso Calatrava o dell’eterea Sejima, giusto per citarne alcuni), venisse vista come la punta più esposta di un parafulmine che attirava gli strali di coloro che mal digeriscono l’autoreferenziale sperimentalismo di certi approcci (e il sottoscritto non nasconde di rientrare tra quelli, come palesato dalla lettura del Messner Mountain Museum a Plan de Corones).

Eppure, al di là del fatto che Zaha abbia segnato indelebilmente la storia dell’architettura recente, sono convinto che lei ci mancherà molto più di tutti gli altri. Perché Zaha, nonostante il suo carattere talvolta assai burbero, denotava una personalità che non poteva non attrarre. Inoltre, ci sembrava eternamente giovane. Con la sua presenza che certo non passava inosservata, tanto magnetica quanto charmante – anche ben oltre la già straordinaria «liturgia estetico-formale del suo vestire» (Marco Sammicheli su Artribune). E poi perchè era una donna con un particolare background – certo privilegiato ma comunque particolare – che era arrivata e ce l’aveva fatta. Scusate se tiro in ballo, come Olmo e tanti altri, la questione di genere. D’altronde, lei stessa l’ha testimoniato: «I’m a woman. I’m an Arab. I’m an architect. Biology and geography define the first two; the third has taken forty years of hard work. But hard work is not always enough. For a large part of those forty years, some of the biggest difficulties that I face were brought about not by my work but by my existence as a woman, or as an Arab, or indeed, as an “Arab woman”». (Intervista con Sophie Lowell, in «Uncube», n.37, 2015)


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