Arena di Verona: pecunia non olet?

by • 7 marzo 2016 • Mosaico, Patrimonio1676

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Lanciato un concorso internazionale (d’idee e finanziato da Sandro Veronesi patron del Gruppo Calzedonia) per la copertura dell’anfiteatro ispirata agli antichi velari. Dovrà essere reversibile, compatibile e proteggere dagli eventi atmosferici attività che vanno oltre un festival operistico in crisi e richiamano frequentazioni più cool. Appassionati archi-enigmisti non mancheranno di sfidare l’impossibile di un bando-rebus la cui copertura mediatica è garantita

 

VERONA. Il 4 marzo è stato lanciato con grande enfasi dal Comune il bando di un concorso internazionale d’idee per la copertura dell’Arena, celeberrimo anfiteatro romano vanto della città scaligera e tradizionale meta di una storica stagione lirica all’aperto. Il concorso, i cui termini inizieranno a decorrere con la pubblicazione del bando entro la fine del mese, è interamente coperto – il gioco di parole è d’obbligo – dalla munificenza di un noto imprenditore veronese che si è fatto così sponsor e padrino dell’iniziativa, l’imprenditore Sandro Veronesi patron del Gruppo Calzedonia: una prassi inconsueta ma rispetto alla quale, calandoci idealmente in un’atmosfera consona all’oggetto del concorso, si può dire che pecunia non olet.

L’idea della copertura dell’anfiteatro trae spunto dagli antichi velari che dovevano proteggere gli spettatori dalla calura. Oggi si cerca di migliorare la fruibilità dell’anfiteatro per le attività di spettacolo “fortemente condizionate in caso di maltempo”. Il tema è assai impegnativo, tanto da parere una sfida quasi impossibile, vista la delicatezza del monumento da tutti i punti di vista: storico, architettonico, archeologico e paesaggistico (non dimentichiamo che il centro cittadino di Verona rientra nella lista Unesco come “Patrimonio dell’Umanità”). E viste le molte e conflittuali esigenze e richieste del bando: se infatti la presentazione ha enfatizzato il tema della tutela dagli eventi atmosferici del monumento, le cui problematiche sono note da tempo, appare paradossale che la conservazione di uno dei più noti e consacrati teatri all’aperto del mondo possa essere perseguita negandone l’essenza, cioè chiudendolo.

Le ragioni sottotraccia all’operazione risiedono in realtà nell’uso – qualcuno direbbe abuso – che dell’insigne monumento romano si continua a fare. Sia chiaro: è un bene che l’Arena venga utilizzata per la sua funzione originaria, quella di spettacolo, e dunque mantenuta viva nel tessuto cittadino sottraendola a un destino puramente contemplativo. Ma il festival operistico nato nel 1913, di grande successo e tradizione per i melomani di tutto il mondo, e che ha rappresentato un indotto assai succoso nell’economia turistica veronese, vive da alcuni anni cattivi tempi: e non solo in senso meteorologico, posto che i capricci di Giove Pluvio spesso mettono in crisi le rappresentazioni in cartellone, con i conseguenti danni e mancati incassi (ma che gioioso spasso, nelle sere d’estate, assistere a un bel temporalaccio scacciapensieri col fuggi fuggi a rompigamba dalle romane scalinate dei vegliardi melomani d’oltralpe!).

Nubi tempestose cariche d’infausti presagi aleggiano da tempo sui cieli della lirica, e in particolar modo di quella veronese, con la Fondazione preposta all’Arena perennemente in crisi finanziaria e soprattutto d’idee. O forse le idee sono molto chiare: meglio puntare sui concerti-evento una tantum, sulle star del pop e del rock e sui polpettoni in salsa televisiva. Il profitto è garantito e – quando si dice il caso – va tutto a beneficio degli organizzatori privati e non dell’ente pubblico areniano. È così che lo storico festival lirico passa in secondo piano come un fastidioso retaggio del passato, mentre le vetuste gradinate si popolano delle giovanili orde di fans molto più cool. Ecco che ogni lunedì d’estate, giorno tradizionale di sosta delle recite d’opera e di prevista tregua per l’anziano catino, vede l’assalto al centro cittadino delle truppe dei concerti-evento, che si spingono sempre più in là sia nella stagione d’apertura, in primavera, che alla chiusa settembrina. E allora, la tanto osannata tutela del monumento?

L’ipotesi allo studio attraverso il concorso d’idee implica pertanto non solo la protezione dal maltempo estivo ma un prolungamento della fruizione nelle stagioni altrimenti non consone: dunque un ulteriore sfruttamento della generosa mammella di mammArena. Il tutto, però, all’insegna di una totale reversibilità, dell’accurato inserimento paesaggistico dell’elemento di copertura che dovrà essere apribile, del dialogo con le architetture presenti nel contesto urbano, dell’integrazione dei “volumi moderni” (?) nell’organismo urbano di piazza Brà, del rispetto delle strutture e delle stratigrafie archeologiche, nonché delle problematiche micro-ambientali e acustiche, degli aspetti legati alla gestione degli spettacoli (allestimenti, movimentazione scenografie, impianti luci), della visibilità e degli aspetti manutentivi… e chi più ne ha più ne metta.

La sommatoria dei desiderata che il bando sottopone al consesso internazionale di architetti e ingegneri appare un gigantesco rebus: ma sappiamo che appassionati archi-enigmisti non mancheranno di sfidare l’impossibile; e già par di sentire rombare ai nastri di partenza i motori di renderizzazione negli studi di qualche arrancante archistar desiderosa di stendere nel centro di Verona il proprio griffato velo. La copertura, quella mediatica, è garantita, con il massimo compiacimento degli sponsor – finanziari e politici – del concorso.

Nel mentre, la città patrimonio Unesco, che nemmeno si merita di avere un assessore alla Cultura, da vent’anni non è in grado di fare nulla per la centralissima cittadella dell’ex Arsenale asburgico, lasciato cadere letteralmente a pezzi; il patrimonio monumentale dei palazzi storici (Castel San Pietro, palazzo Forti, palazzo del Capitanio…) viene alienato alla Fondazione bancaria cittadina con operazioni che intorbidano le acque del rapporto tra pubblico e privato, al quale viene sbolognata la “grana” musei. E intanto a Castelvecchio i quadri appesi ai muri da Carlo Scarpa vengono razziati nel più assurdo e inspiegabile furto d’arte degli ultimi anni, su cui l’amministrazione cittadina rumorosamente tace.

Tra bandi e banditi, la bella Verona riserva agli architetti che vogliano cimentarsi nell’arte del progetto – di idee, di idee… – non poche stimolanti occasioni.

 

Immagine di copertina: ©Michele Mascalzoni

 

Per_approfondire

Comunicato stampa del Comune di Verona

 


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