Ricostruzione in Emilia: occasione persa di riassetto territoriale

by • 20 febbraio 2016 • Inchieste1820

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Quarta puntata dell’inchiesta. La campagna e il riuso di luoghi e architetture in funzione di una nuova economia e socialità: le riflessioni di un archeologo e topografo, abitante della zona colpita dal sisma del 2012

 

L’Emilia è ancora considerata un territorio a forte matrice agricola. Ciò è sicuramente vero se si valutano i dati relativi alla produzione agroalimentare. Tuttavia, già da diversi decenni l’agricoltura emiliana non è più sinonimo di conservazione del paesaggio e delle architetture che per secoli l’hanno connotata. Al pari di altre regioni padane, anche l’Emilia ha perso grandi estensioni di suolo fertile a favore di un eccessivo e spesso disordinato sviluppo degli insediamenti abitati e produttivi. Cave, discariche, infrastrutture hanno poi pesantemente segnato quanto rimane della campagna.

Si è assistito anche a una spoliazione del paesaggio coltivato, con la scomparsa delle siepi e dei filari di vite maritata all’albero che un tempo disegnavano il regolare schema della “piantata”. Contemporaneamente si è registrato il degrado dell’antica edilizia rurale, dalle stalle con fienile alle case coloniche, alle ville di campagna. Molti edifici sono stati ristrutturati con interventi che spesso ne hanno snaturato l’architettura originaria. Altri hanno perso la loro primitiva funzione per diventare semplici ricoveri di mezzi meccanici, oppure malsane abitazioni destinate alle fasce più disagiate. Altri ancora sono stati completamente abbandonati. Troppo pochi sono stati i casi di appropriati interventi di recupero e riqualificazione.

Così, quando il terremoto ha violentemente colpito la Bassa modenese e le zone limitrofe, buona parte di questo storico patrimonio rurale si presentava in una condizione di estrema vulnerabilità strutturale. L’opera distruttrice del sisma, associata a quella perpetrata dall’uomo negli ultimi decenni, rischia dunque di cancellare per sempre l’edilizia che per secoli ha connotato questo settore della pianura padana. Se si considera anche l’imminente costruzione dell’autostrada Cispadana su una delle fasce agricole più fertili, il rischio per la Bassa modenese è quello di avere un’agricoltura senza più un paesaggio rurale degno di questo nome. Eppure la “campagna”, intesa come insieme armonico di architetture e campi coltivati, è necessaria non solo all’economia e all’alimentazione umana ma anche alla qualità della vita delle persone e alla loro stessa identità.

La ricostruzione poteva quindi essere l’occasione per recuperare questo paesaggio rurale con le sue architetture, per riqualificare quanto è rimasto e magari per sperimentare nuove soluzioni edilizie più funzionali alle esigenze dell’oggi. Il recupero degli edifici rurali poteva poi aprirsi a nuovi modelli di socialità e di economia veramente solidale ed ecocompatibile, capaci di creare nuove opportunità di occupazione, soprattutto in casi particolari. Penso alle proprietà pubbliche o ai numerosi beni delle parrocchie, in genere sottoutilizzati: nella Bassa modenese ci sono numerose canoniche e piccoli borghi che si presterebbero in tal senso. Esempi concreti di queste possibilità offerte da una ricostruzione che dovrebbe essere qualificata e qualificante non mancano, e sono già stati attuati in altre zone d’Italia e più diffusamente nell’Europa settentrionale: si chiamano residenzialità e lavoro condivisi, piccoli asili di comunità autogestiti, orti sociali, recupero delle antiche colture a partire da quelle cerealicole, riscoperta dell’artigianato come quello della tessitura della canapa un tempo qui molto diffusa, organizzazione della filiera corta, diffusione di pratiche agricole a basso impatto ambientale, conservazione della biodiversità.

Di tutto questo nei complessi Piani di ricostruzione predisposti dai comuni e nelle centinaia di ordinanze redatte dalla Regione non c’è traccia. Qualcuno controbatterà che il compito della ricostruzione è solo quello di ripristinare o riedificare le architetture danneggiate, e che per conseguire questi nuovi modelli economico-sociali vi sono specifiche opportunità di finanziamento offerte dalla legislazione nazionale ed europea. In realtà ritengo che uno dei più grandi limiti della nostra politica sia proprio questo ragionare per compartimenti stagni. Del resto la Storia – quella con la “esse” maiuscola – c’insegna che nel passato l’uomo costruiva gli edifici quando si voleva attribuire loro una funzione ben specifica e necessaria. Ora si pensa solo al recupero di quanto danneggiato, spesso nell’ottica antistorica del dov’era com’era con costi spropositati e senza associarla a una prospettiva di pieno utilizzo: si pensa al “come” ricostruire, senza domandarsi “cosa” e “perché” ricostruire. Per questi motivi la ricostruzione rischia di essere un’occasione persa.

Le proposte giunte dal mondo delle professioni e della cultura – tra cui molte Università con i loro docenti e studenti di Architettura – sono sostanzialmente cadute nel vuoto. La classe politica locale e regionale non è stata capace di cogliere la necessità e la potenzialità di questo cambiamento, ormai indifferibile in tutti gli ambiti d’intervento post sisma ma ancora di più in quello agricolo. Invece l’attenzione progettuale e burocratica è ormai limitata al singolo edificio, con sporadici casi in cui si è allargata a un contesto più ampio per volontà dei privati. Un tentativo in direzione opposta è il progetto di Villaggio rurale ecosolidale, che prevede la ricostruzione e riqualificazione funzionale dell’intero borgo parrocchiale di San Biagio in Padule (Comune di San Felice sul Panaro), nella Bassa modenese. Pur fra tante difficoltà burocratiche, il progetto, nato per iniziativa dei parrocchiani e coordinato da chi scrive, sta ricevendo diversi sostegni istituzionali per cercare di concretizzare nel 2016 i primi interventi di ricostruzione architettonica e di riqualificazione delle attività agricole nel vicino podere.

In sintesi, nel pianificare la ricostruzione è mancata una profonda riflessione su quello che dovrebbe essere il futuro ambientale, economico e sociale di questi territori e, in particolare, di quanto rimane delle loro campagne, soprattutto in un momento in cui i tradizionali modelli di sviluppo basati sul consumo del suolo e sulla pretesa di uno sviluppo industriale senza limiti sono in crisi da anni e sono ecologicamente insostenibili. Eppure non c’è stata – e non c’è ancora – traccia di una progettualità ampia di medio e lungo termine. L’unico intervento a grande scala che interesserà l’ambito rurale è il “taglio” creato dall’autostrada Cispadana, un’opera ritenuta da tanti indispensabile per rilanciare l’economia. In realtà, per come è stata pensata, si tratta di un’infrastruttura culturalmente superata, sovradimensionata per le reali esigenze del territorio e dagli altissimi costi economici e ambientali, soprattutto per una zona dall’equilibrio idraulico ancora fragile e dall’aria già fortemente inquinata, come hanno dimostrato l’alluvione del Secchia nel 2014 e i sempre più frequenti sforamenti dei livelli di poveri sottili.

 

Foto di copertina: campagna emiliana (© Nazario Spadoni)

 

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