Verona, dietro il recupero (d’Oro) del panificio c’è di più

by • 5 gennaio 2016 • Città e Territorio, Mosaico4966

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Visita all’ex comparto asburgico della caserma Passalacqua in trasformazione; un vasto intervento di cui fa parte l’opera recentemente premiata con la Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana

 

VERONA. Inattesa opera vincitrice della Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana della Triennale, la Provianda di Santa Marta porta in primo piano l’intervento di rigenerazione urbana che sta interessando un vasto compendio di oltre 20 ettari nel quartiere di Veronetta. Ci troviamo nell’area dell’ex caserma Passalacqua, passata all’amministrazione cittadina all’inizio degli anni Duemila.

 

Le origini

Qui, a ridosso della cinta fortificata quattrocentesca edificata dai veneziani, la dominazione asburgica aveva utilizzato i bastioni modificandoli secondo le nuove esigenze difensive e costruendovi ex novo le grandi opere necessarie all’imponente apparato militare di stanza nelle province italiane dell’Impero. Nello strategico hub scaligero gli ufficiali dell’Ingegnieur Corps viennese realizzano nel 1863-65 l’imponente stabilimento della Provianda, composto dalla fabbrica-deposito del panificio e dai due silos per la conservazione dei cereali. Un complesso industriale-produttivo, si direbbe oggi, ma certo non un “capannone”: lo stile è aulico e utilizza i canoni dell’architettura neomedioevale tedesca (Rundbogenstil); la fabbrica (in tutti i sensi) è solida e ineccepibilmente costruita, tanto da giungere in sostanziale buono stato fino ai giorni nostri.

 

La rifunzionalizzazione del comparto

Dismessa la funzione militare negli anni 90, il panificio e uno dei due silos (l’altro, chissà perché, rimane escluso) vengono destinati alla locale Università, mentre l’intero comparto è oggetto di una procedura che porta alla selezione di un pool di imprese con un progetto, redatto dallo studio veronese MPET assieme a una vasta schiera di consulenti, per la realizzazione di residenze, housing sociale, servizi, il recupero delle mura e la formazione di un grande parco pubblico (che vede coinvolti i paesaggisti olandesi West 8).

 

Il recupero della Provianda

Mentre s’iniziano a vedere i primi esiti di questo intervento, rallentato dalle secche del mercato immobiliare, con l’inaugurazione del panificio giunge a compimento l’ambito universitario, dopo il silos di ponente aperto nell’autunno 2009 con aule per la didattica.

 

L’Università di Verona si è affidata per la progettazione a ISP – IUAV Studi & Progetti, struttura tecnica dell’ateneo veneziano nata con Marino Folin rettore e in questi giorni tristemente in liquidazione, non avendo retto alla crisi delle commesse pubbliche, ai ricorsi degli Ordini professionali e allo spoil system accademico. Per suo modus operandi, ISP si è avvalsa della consulenza scientifica dei docenti dell’ateneo nelle varie discipline specialistiche, coinvolgendo tra gli altri Massimo Carmassi che all’epoca insegnava in laguna.

Un lavoro così imponente per entità dei manufatti, tempo necessario e risorse – ben 37 milioni complessivamente messi sul piatto dall’ateneo – non può che essere un’opera collettiva. Certo che l’imprinting dell’architetto toscano è evidente nelle scelte fondamentali del progetto, nel linguaggio e nel repertorio materico-formale adottato anche in questo caso. Non possono che essere solo scaramucce quelle che hanno portato Carmassi a contestare alcune decisioni della DL, stretta tra le grinfie di un appalto pubblico (con tanto di fallimento dell’impresa a pochi mesi dal completamento del cantiere) e le comprensibili impazienze della committenza.
La nuova funzione universitaria per l’ex panificio, con aule ai piani inferiori, spazi per i docenti ai livelli superiori e una biblioteca nel maestoso sottotetto, ha comportato il ribassamento dei tre cortili fino alla quota dell’interrato e la loro chiusura con volte in ferro e vetro ad arco ribassato, oltre alla riconnessione dei percorsi orizzontali e verticali con passerelle e scale metalliche – tra cui quelle di sicurezza, ricavate internamente alla fabbrica a differenza che nel silos dove sono esterne, a conferma che rigore, metodo e principi si devono sempre confrontare con il caso per caso – e a una complessa dotazione impiantistica. Le partizioni interne sono quasi sempre vetrate, mirando a una lettura integrale delle spazialità rigorose e vigorose; al piano terra la conservazione degli elementi materici – intonaci, residui dei forni e delle canne fumarie, eccetera – si fa più spinta, fino quasi a scivolare nel pittoricismo.

 

Il bastione delle Maddalene

È interessante a livello teorico il confronto con il vicino bastione delle Maddalene, appena riaperto nell’ambito del progetto Passalacqua e destinato a un futuro Centro di documentazione sulla città fortificata. Non si tratta in questo caso di un edificio ma di una straordinaria stratificazione di spazi ed elementi architettonici che sono stati recuperati sia negli ambienti interni sia con la ricostruzione filologica dei rilevati di terra all’estradosso: è qui che l’intervento appare più riuscito, perché mette in evidenza come le geometrie nate per ragioni balistiche, ora rese percorribili e fruibili, diventino dinamiche movimentazioni dei suoli in uno spazio aperto altrimenti sterminato e difficile da controllare. Il lavoro da compiere in questa direzione è ancora molto, e solo allora la Provianda troverà un parterre pubblico degno della sua magnificenza.

 


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