Milano, quando finirà il dopo Expo?

by • 29 dicembre 2015 • Inchieste1457

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Un bilancio del direttore di ACMA conclude l’inchiesta legata alla pubblicazione degli abstract del libro Expo dopo Expo. Progettare Milano oltre il 2015 (a cura del Master Architettura Paesaggio, che ha lanciato una campagna di crowdfunding con l’obiettivo di stampare copie cartacee, mentre è disponibile l’ebook)

 

Se è vero che gli effetti della presenza dell’evento Expo 2015 a Milano saranno valutabili in tutta la loro complessità solo a una certa distanza di tempo, è altrettanto vero che su tali giudizi incideranno in modo determinante le scelte che ora si è tenuti a compiere sul destino dei terreni che l’hanno ospitato. E questo richiede una certa consapevolezza dell’argomento, lucidità e lungimiranza.
Si è detto che a tutto ciò si sarebbe dovuto pensare prima, che la realizzazione dell’evento ha interagito poco con le strutture della città, che scarso è stato l’impatto a livello economico e culturale, che al visitatore è stata offerta una visione deformata e banale di un tema così impegnativo e di primaria importanza come quello proposto.
Nel bene e nel male Expo 2015 ha dimostrato di essere figlia del proprio tempo. Le condizioni contestuali, istituzionali e politiche che l’hanno promossa e hanno dato vita alla sua storia sono intimamente collegate a una visione immobiliarista del territorio. D’altra parte il tempo ha dato ragione a chi pensava che chiudere positivamente il bilancio dell’iniziativa avrebbe richiesto la totale immersione nel sistema mediatico e commerciale del marketing e delle sponsorizzazioni. Cosa che forse ha prevalso sui valori etici e culturali impliciti nella sua lunga tradizione. A un certo punto del suo percorso, qualsiasi buona intenzione di rendere Expo un processo coniugato alle esigenze intrinseche della città è naufragata, lasciando intendere l’inadeguatezza di generose proposte progettuali; le quali, d’altra parte, hanno mostrato i propri limiti una volta riportate alla dura realtà delle economie e dei tempi correnti e all’incompiutezza degli strumenti urbanistici.
L’icona di Expo 2015 è giustamente un’isola. Abbiamo assistito a un evento globale della durata di sei mesi in cui oltre venti milioni di visitatori si sono concentrati in un’area recintata di meno di un milione di metri quadri, sfruttando l’unica risorsa ad essa necessaria: la straordinaria dotazione di infrastrutture. La cosa ha funzionato. Ha funzionato nella condizione di completa astrazione e di autoreferenzialità formale, possibile ostacolo ai successivi processi d’integrazione dell’area con il contesto costituito dalle decine di agglomerati ad essa circostanti, caratterizzati da notevoli problematiche ambientali irrisolte.
Dell’intricata ingegneria finanziaria predisposta per la valorizzazione dei terreni sta facendo le spese sostanzialmente lo Stato, tenuto a rispondere ora non tanto ai costi dell’evento in sé, quanto a quelli dell’acquisto e dell’infrastrutturazione di un’area che, nelle nuove condizioni del mercato, non risulta più appetibile. Lo Stato si trova così costretto a sostituirsi ai privati nell’assumere l’improbabile ruolo guida di promotore immobiliare per sollecitare operazioni edilizie e costruire un pezzo di città con funzioni pubbliche ancora non del tutto definite.
Si tratterebbe di comprendere quanto tale ruolo, raccolto dall’operatore pubblico, possa permettere di cambiare prospettiva, cioè di includere nei conti, all’interno dell’operazione “dopo Expo”, ulteriori elementi compensativi che riguardano per esempio il benessere del territorio, la multifunzionalità e l’integrazione sociale.
Sebbene il successo del modello gestionale di Expo, che sposa tre livelli amministrativi (locale, regionale e nazionale), indichi un possibile percorso per il nuovo programma che vedrebbe il governo impegnarsi in primo piano nei prossimi anni, restano in sospeso quesiti relativi alla gestione ed eventuale manutenzione delle strutture fisiche rimanenti dallo smantellamento della Fiera, non essendo stato predisposto a priori un vero e proprio progetto in tal senso.
Qualsiasi proposta dovrà tenere conto della flessibilità richiesta da un processo attuativo che nella migliore delle ipotesi attraverserà qualche lustro in condizioni decisionali incerte, caratterizzato dalla scarsità di mezzi economici e in cui risulta auspicabile il ritorno sempre più deciso del soggetto pubblico nel governo del territorio. L’attrattività dell’area appare garantita dalla sua collocazione centrale nelle reti rispetto alle altre piattaforme industriali e ferroviarie dismesse disponibili a trasformazioni, ma anche dalla sua storia, che risulta legata intrinsecamente a un evento vissuto da centinaia di migliaia di persone come enorme piazza pubblica, un riferimento urbano tuttora assente nell’area post-metropolitana chiamata Milano.

 

 

Per_approfondire

Sul Giornale:

Expo dopo Expo (di Antonio Angelillo)

Le aree dismesse faranno la Milano del futuro (di Sebastiano Brandolini)

João Nunes: per il post Expo pensiamo a funzioni temporanee (di Antonio Angelillo)

Vittorio Gregotti: l’area Expo come cuore multifunzionale di Milano Città metropolitana (di Antonio Angelillo)

Il dopo Expo doveva cominciare prima (di Luca Beltrami)

Come valutare gli impatti di Expo (di Francesco Memo)

Expo, occasione mancata per la città (di Giancarlo Consonni)

Ci voleva l’Expo diffusa – e la riapertura dei navigli (di Emilio Battisti)

Paolo Perulli: un contratto urbano a 3 livelli di governance per Milano (di Antonio Angelillo)

Luigi Mazza: un’agenzia autonoma contro la latitanza delle politiche territoriali (di Antonio Angelillo)


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