Ci voleva l’Expo diffusa (e la riapertura dei navigli)

by • 11 dicembre 2015 • Inchieste, Mosaico1491

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Prosegue la pubblicazione degli abstract del libro Expo dopo Expo. Progettare Milano oltre il 2015 (a cura del Master Architettura Paesaggio, che ha lanciato una campagna di crowdfunding con l’obiettivo di stampare copie cartacee, mentre è disponibile l’ebook)

 

Quando, nell’ottobre 2008, Milano fu scelta dal Bureau international des expositions (BIE) per ospitare l’Expo 2015, l’Italia era all’apice della crisi economica. È un processo naturale convertire il difficile momento storico in stimolo per riflettere su come valorizzare le risorse esistenti. A partire da tale considerazione, ideati, con la collaborazione del Dipartimento di progettazione architettonica del Politecnico di Milano, il progetto “Expo diffusa e sostenibile” (EDS). Nell’ottobre 2010 ho presentato la piattaforma EDS per la promozione gratuita di iniziative ed eventi organizzati da enti pubblici e privati a Milano e nell’area metropolitana. L’obiettivo del progetto è, nel presente, la diffusione di un nuovo modello di esposizione diffusa nel territorio in uno scenario di sviluppo sostenibile, basato sulla riqualificazione del patrimonio costruito anziché sullo spreco di territori e capitali; nel futuro, sfruttare i benefici delle iniziative per valorizzare ambienti storici e riqualificare ambienti di degrado, migliorare l’accessibilità ai siti penalizzati da un debole sistema del trasporto, dare nuova vita ad edifici “contenitori” per fiere ed eventi occasionali e, nell’insieme, definire l’armatura della futura metropoli sostenibile: la valorizzazione di 11 direttrici preesistenti che da Milano si proiettano nel territorio, e viceversa, percorribili con linee ferroviarie.

Expo Siviglia 1992, Lisbona 1998, Hannover 2000 dimostrano l’inefficacia del modello “recinto” a padiglioni: a fine evento le permanenze sono lasciate a sé stesse, in stato di degrado e il sito circoscritto risulta un frammento di città appositamente costruito e in seguito abbandonato perché non utilizzabile sotto diversi aspetti. Questo potrebbe succedere anche a Milano, dove l’area individuata si trova in un contesto di marginalità, isolata dalle infrastrutture che la costeggiano; inoltre, si tratta del primo caso nella storia delle Esposizioni universali in cui il sito espositivo sorge in un’area privata, il che comporta un onere su chi vuole intervenire per recuperare l’area ad evento ultimato pari a circa 315 milioni. Non è stato un caso che il primo bando per assegnare l’area a un promotore sia andato deserto. È mancata la volontà politica di dissolvere l’Expo recinto a favore dell’Expo diffusa (ottavo punto della campagna elettorale del 2011 di Giuliano Pisapia, puntualmente abbandonato dopo la sua elezione a sindaco di Milano). Occorre precisare che il BIE è una società privata il cui interesse è il ricavo economico che l’evento può offrire, che può essere più facilmente previsto e controllato se l’esposizione avviene all’interno di un recinto ben delimitato. Questo potrebbe giustificare il motivo per cui il recinto, anziché essere distribuito tra diversi interessanti frammenti della città consolidata, occupa più di 1.000.000 mq di terreno agricolo nei comuni di Milano e Rho. Si è stati vicino all’accordo con cui Regione Lombardia avrebbe preso in consegna la piattaforma EDS, sfumato con l’azzeramento della giunta Formigoni nell’ottobre 2012. In compenso, EDS è stata spunto per il progetto “Expo in città”, piattaforma di promozioni di eventi nella Città metropolitana durante l’Expo, ideata da Comune e Camera di Commercio di Milano.

Il BIE sceglie Milano sulla base di un piano di rilancio della città che prevede trasformazioni di grande impatto ed importanti opere infrastrutturali. I ritardi organizzativi dovuti alle contese politiche ridimensionano il progetto ed Expo racconta una realtà falsata. Si veda il progetto della Via d’acqua, collegamento navigabile Darsena – Expo che si traduce in un piccolo canale che porta 2 mc/sec in grado di alimentare esclusivamente la cintura d’acqua che delimita l’area dell’Expo e pertanto non può essere considerata una via d’acqua navigabile. […] Ho partecipato a un gruppo di lavoro per lo “Studio di fattibilità per la riapertura dei Navigli milanesi” commissionato dal Comune al Politecnico di Milano, in merito al ripristino del tratto in cui la Martesana entra in viale Melchiorre Gioia fino alla Darsena in Porta Ticinese, passando per i Bastioni di Porta Nuova e circondando il centro storico passando per il Castello Sforzesco. […] La riapertura della Fossa interna dei Navigli rappresenterebbe un elemento fondamentale del nuovo scenario dell’area metropolitana in evoluzione.

 

Articoli precedenti:

Expo dopo Expo (di Antonio Angelillo)

Le aree dismesse faranno la Milano del futuro (di Sebastiano Brandolini)

João Nunes: per il post Expo pensiamo a funzioni temporanee (di Antonio Angelillo)

Vittorio Gregotti: l’area Expo come cuore multifunzionale di Milano Città metropolitana (di Antonio Angelillo)

Il dopo Expo doveva cominciare prima (di Luca Beltrami)

Come valutare gli impatti di Expo (di Francesco Memo)

Expo, occasione mancata per la città (di Giancarlo Consonni)


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