Steven Holl: l’Italia è un must, ma non ho mai costruito

by • 27 novembre 2015 • Interviste, Mosaico1778

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Dialogo con Steven Holl in occasione della laurea ad honorem conferita dal Politecnico di Milano

 

MILANO. Quasi un novello Sant’Agostino alle prese con problemi filosofici, ha tenuto una conferenza dal titolo Architecture in Time declinando le diverse percezioni del tempo – e loro relative interpretazioni architettoniche – nei suoi progetti più noti, dal Kiasma Museum di Helsinki al Linked Hybrid di Pechino. Per fortuna, quando a microfoni spenti gli chiediamo se effettivamente il tempo sia «materiale da costruzione» per la sua architettura, ci scherza sopra: «Diciamo che è un elemento fondamentale per la conferenza di questa sera». Sembra non prendersi troppo sul serio Steven Holl. Nemmeno nel giorno (lo scorso 18 novembre) della laurea ad honorem in Architettura che gli ha conferito il Politecnico di Milano. L’occasione per raccontare la storia di un progettista che, negli ultimi 40 anni, ha saputo tradurre in forme molti fenomeni contemporanei, dando origine a un’architettura della speranza, come l’aveva definita Alberto Sartoris. La breve lezione successiva alla consegna della pergamena è stata dedicata soprattutto ai ringraziamenti e a una citazione, non scontata, per Charles Jencks, rispetto all’interpretazione del progetto come fattore di trasformazione della vita delle persone. Più densa, articolata e intensa la lezione del tardo pomeriggio, che ha aperto il ciclo di seminari, organizzati dalla Sto Foundation e ospitati al Politecnico. Qui il tema di sfondo diventa il tempo, fattore che permette di leggere progetti e riferimenti culturali, trasversali cronologicamente e geograficamente: dalla Porta di Apollo di Naxos (archetipo della durata in architettura) al suo Sliced Porosity Block di Chengdu, in Cina, costruito attorno al ciclo del sole e della luce. Dopo l’incontro – mentre decine di studenti lo attendono per un (graditissimo anche da lui) selfie, ormai inevitabile passaggio per ogni archistar che si rispetti – abbiamo discusso con Holl del rapporto Italia-Stati Uniti.

 

Architetto, la sua conferenza al Politecnico si è aperta con uno schizzo – fatto nel 1988, in occasione della Triennale Urban Sections, organizzata da Pierluigi Nicolin – che rappresenta Milano come un ingranaggio che muove New York. Vale ancora questo rapporto?

Certamente sì, anche se non riguarda solo Milano. Per tutta la mia vita e la mia carriera, l’Italia nel suo complesso ha avuto un’influenza decisiva sul mio pensiero e la mia architettura. Credo sia dovuto, fondamentalmente, alla qualità dei suoi luoghi e dei suoi spazi urbani, una qualità che si è reiterata per migliaia di anni. È sempre un piacere visitare Roma, così come Venezia. Amo Lecce, Otranto e tante altre città italiane. Qui trovo intensità urbana: nello spazio, nella luce, nei materiali. Qualcosa che evidentemente non puoi percepire in Cina.

 

Possiamo estendere questo apprezzamento anche alla cultura architettonica novecentesca? Nella lezione ha citato Ignazio Gardella e Carlo Scarpa…

Di Scarpa ho visitato ogni cosa. C’è un senso di confidenza e di speranza in ogni sua opera. L’architettura diventa una presenza forte e importante, anche partendo dal minimo dettaglio.

 

Sembra uno spot del Grand Tour…

Nell’educazione di ogni architetto, un viaggio in Italia dovrebbe essere fondamentale, forse obbligatorio.

 

Molti ci sono venuti questa estate per l’Expo, proprio qui a Milano. Un giudizio?

L’ho visitata anch’io. Devo dire che non mi ha entusiasmato, anche se ho apprezzato alcune cose. Il mio padiglione preferito? Quello del Bahrain. Ciò che mi lascia perplesso riguarda tutte le Esposizioni, non solo quella di Milano. C’è una preponderanza degli aspetti commerciali che oscura tutto quello che c’è intorno. Se il padiglione del cioccolato è più grande di quello di uno Stato, abbiamo un problema.

 

Forse è il segno di un superamento di questa tipologia di eventi. Le Esposizioni Universali sono ancora un modello valido?

Io sono cresciuto a Seattle, il cui simbolo è la Space Needle, costruita per l’Expo del 1962. E tanti altri edifici e spazi attuali di Seattle sono figli dell’Expo. Questo per dire che sono convinto delle potenzialità delle Esposizioni, anche oggi. Milano avrà una bella eredità da Expo, mi piacciono i ponti che sono stati realizzati per superare le strade e le ferrovie. E che permettono, insieme alle infrastrutture costruite, che questo frammento di terra possa diventare un pezzo della città di domani.

 

Detto della passione per l’Italia, c’è il rammarico per non averci mai costruito?

Potrei fare un libro con i progetti, mai realizzati, che ho fatto in Italia! In realtà qualcosina ho anche costruito, nel 2002 un padiglione insieme a Flavio Albanese, nell’ambito della mostra che mi hanno dedicato alla Basilica Palladiana di Vicenza. E poi qui ho fatto davvero tanti concorsi. Come quello di Venezia per il Palazzo del Cinema, nel 1990. Che non ho vinto.

 

Beh, ma tutti i grandi architetti hanno un progetto irrealizzato per Venezia…

In realtà proprio quel progetto mi ha cambiato la vita professionale. Perché «Domus» ha pubblicato i progetti di concorso e, proprio grazie a quella pubblicazione, sono stato invitato a Helsinki al concorso per quello che poi sarebbe diventato il Kiasma Museum, la mia prima opera importante. Insomma tutto è collegato all’Italia.

 

Guarda il video della lecture di Steven Holl

 

Chi è Steven Holl

Nato nel 1947 a Bremerton (Washington) si è laureato all’Università di Washington e ha proseguito i suoi studi in architettura a Roma. Nel 1976 entra a far parte dell’Architettura Association di Londra e costituisce lo studio Steven Holl Architects a New York. Ha realizzato progetti culturali, accademici e residenziali, sia negli Stati Uniti che all’estero. Tra le sue principali opere, il Kiasma Museo d’arte moderna a Helsinki (1998), gli uffici Sarphatistraat ad Amsterdam (2000) e la Cappella di Sant’Ignazio a Seattle (1997). Più di recente ha completato la Cité de l’Océan et du surf a Biarritz, Francia (2011), il grattacielo orizzontale a Shenzhen, Cina (2009), il Knut Hamsun Center di Hamarøy, Norvegia (2009), il Museo di Arte contemporanea di Herning, Danimarca (2009) e il Linked Hybrid di Pechino (2009), definito miglior edificio alto del 2010 da parte del Council on Tall Buildings and Urban Habitat (CTBUH).


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