Il dopo Expo doveva cominciare prima

by • 15 novembre 2015 • Inchieste1887

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Prosegue la pubblicazione degli abstract del libro Expo dopo Expo. Progettare Milano oltre il 2015 (a cura del Master Architettura Paesaggio, acquistabile in forma e-book e cartacea al sito www.paesaggio.it)

 

Expo è stata una delle peggiori scelte dell’urbanistica milanese anche dal punto di vista strategico-economico. La scelta di bloccare l’area senza possederla è stata una cosa che nessuna altra città destinata a interventi come esposizioni universali ha mai fatto. Candidarsi presso il BIE dichiarando una localizzazione che non si possedeva, ha implicato al momento dell’acquisto una contrattazione sfavorevole che ha permesso ai proprietari del terreno d’incassare una cifra di quattro volte superiore al valore reale dell’area. Questo condiziona purtroppo moltissimo il destino successivo di Expo.

L’alternativa alle aree che sono state comprate dalla società Arexpo, in parte posseduta dal Comune di Milano, in parte dalla Regione e dall’Ente Fiera, avrebbe potuto ricadere su Porto di Mare, grossa area dalle parti di Rogoredo. Nel 2008 la scelta cadde su questa area completamente interclusa poiché stretta fra la linea ferroviaria, fiera Milano, fiera Rho Pero e l’autostrada. Un’area inusuale anche per la forma, considerando che solitamente si scelgono per questo tipo di insediamenti delle aree di forma regolare, per facilitare l’accessibilità ai padiglioni.
All’errore economico-strategico della scelta del sito, è andato poi sovrapponendosi anche l’errore di non pensare contemporaneamente alla scelta dell’area per Expo 2015 e per il dopo Expo.
Dagli anni in cui l’area venne scelta all’anno in cui si posò la prima pietra, il 2012, passarono 4 anni che vennero drammaticamente sprecati. Questo costringerà a gestire l’intera operazione sempre con l’acqua alla gola, di fretta. Trovandosi a corto di tempo, si è costretti a lavorare tutti i giorni; e lavorare tutti i giorni costa.

Il secondo aspetto è che senza tempo per allestire i progetti e per costruire, ma anche soltanto per coordinare tutta l’operazione, nascono imprevisti. Si generano così progetti che poi richiedono una serie di varianti in corso d’opera per renderli realizzabili. Inoltre le imprese chiamate a fare offerte in tempi così ristretti, tengono alto il prezzo poiché sanno di correre elevati rischi con la possibilità di non concludere in tempo.
A questo scenario va aggiunta la considerazione dell’appetibilità della situazione per operazioni di tipo mafioso. La mafia dei colletti bianchi sa che riesce a farcela soprattutto se il luogo in cui s’immette è già corrotto e, purtroppo, la corruzione nell’appalto pubblico è una cosa comune nel nostro Paese.
Tornando a focalizzarci sull’area scelta, occorre dire che è iper-collegata. I collegamenti stradali che sono stati fatti adesso da Expo, saranno enormemente sproporzionati rispetto a qualunque uso successivo. Ci troviamo con un’area che ha un’accessibilità assolutamente straordinaria ma molto particolare, poiché l’accesso avverrà principalmente su gomma.

Il problema che ora va posto è: dopo cosa ne facciamo? Per compiere una scelta, è necessario avere chiare le linee guida. Occorre quindi chiedersi quali siano le caratteristiche, le condizioni ambientali, dell’area. Che tipo di sviluppo pensiamo per il nostro Paese? E dove riteniamo che il nostro Paese debba, possa, voglia e forse riesca a collocarsi nel processo di sviluppo europeo?
Per capire come convertire l’area, va compreso che cosa resterà di riutilizzabile. Qualunque cosa si vada a fare, non dobbiamo dimenticare che c’è un’infrastruttura esistente e che alcuni padiglioni dovrebbero restare. Il regolamento del BIE afferma infatti che tutti i padiglioni, tranne il padiglione Italia e il padiglione Zero, saranno smontati e portati via. Tra gli edifici edificati per Expo, ce ne sono alcuni molto belli e molto interessanti. Sarebbe interessante poter scegliere noi quali ci piacciono di più e quali pensiamo siano più utili, anche se il mantenimento dei padiglioni introdurrebbe un secondo vincolo al riuso della zona.
Cosa vogliamo fare noi di questa zona? Quali sono gli interessi della città di Milano e del nostro Paese su quest’area? In che ambiente maturano le idee? Il problema è che i ricercatori, in particolare gli intellettuali, hanno nell’arco delle 24 ore, picchi diversi in cui la capacità di pensiero è più alta, in cui il desiderio di lavorare è più intenso e la capacità di produrre idee è più alta. E questa capacità viene stimolata dal continuo scambio con altre persone. Qualunque cosa si tenti d’insediare sull’area, deve avere una caratteristica essenziale: non essere di tipo monoculturale né monofunzionale. Sono necessarie più attività che però garantiscano delle sinergie, per consentire a questo pezzo di città nuova di essere una città all’avanguardia. Tutto dovrà funzionare 24 ore su 24. È questo flusso continuo, la cosa che le grandi civiltà hanno inventato. Bisogna che le nostre libertà di gestire i tempi della nostra vita siano più aperte possibili, poiché imporre degli orari è controproducente. Tutta la struttura, morfologica, impiantistica, sociale, dev’essere una macchina complessa in grado di funzionare di continuo e questo non può essere imposto dove, a un certo punto, la metropolitana non arriva più.
La pubblica amministrazione deve capire che deve affrontare il problema in maniera innovativa, diversa da quanto fatto finora. Deve capire che, una cosa come quella, non può essere amministrata per parti. È necessario qualcuno che abbia la regia e l’autorevolezza di imporre sinergie; il ruolo delle amministrazioni è, e dev’essere, determinante.

 

Articoli precedenti:

Expo dopo Expo (di Antonio Angelillo)

Le aree dismesse faranno la Milano del futuro (di Sebastiano Brandolini)

João Nunes: per il post Expo pensiamo a funzioni temporanee (di Antonio Angelillo)

Vittorio Gregotti: l’area Expo come cuore multifunzionale di Milano Città metropolitana (di Antonio Angelillo)

 

 


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