L’allestimento come opera (d’arte)

by • 10 novembre 2015 • Forum, Mosaico, Reviews3544

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Riflessioni sul rapporto tra allestimento, spazio e opere a margine di due mostre a Venezia

VENEZIA. In questo autunno inondato di sole, sul finire di una Biennale Arte ricca di eventi, la città offre due mostre accomunate da inattesi legami: «Venezia e le grandi navi» (negozio Olivetti di piazza San Marco, fino al 6 gennaio 2016) e «Sguardo di donna. Da Diane Arbus a Letizia Battaglia la passione e il coraggio» (Casa dei Tre Oci, Giudecca, fino al 10 gennaio 2016). L’una presenta le immagini-denuncia di Gianni Berengo Gardin sul quotidiano passaggio delle grandi navi da crociera nella laguna, l’altra affida all’obiettivo di 25 donne fotografo l’arduo compito di guardare il reale.

Non vogliamo in nessun modo entrare nei complessi temi che le due mostre indagano con l’uso sapiente e in molti casi straordinario della fotografia, bensì riflettere su un aspetto che ci ha colpito sbarcando sulla riva del canale della Giudecca che guarda magnificamente San Marco e la città tutta. Nella locandina che accoglie il visitatore all’ingresso dei Tre Oci, accanto a quello della curatrice Francesca Alfano Miglietti, compare il nome dell’autore dell’allestimento, Antonio Marras.
Abituati come siamo a cercare i progettisti delle mostre in fondo ai colophon – sempre, beninteso, che non siano acclamati esponenti dello star system – accogliamo con entusiasmo questa nota e il viaggio nella mostra allestita nel palazzo ci ripaga ampiamente. Subito ci rendiamo però conto che il concetto di allestimento scivola in quello di scenografia per approdare felicemente a quello di opera. Il disegno dello spazio per permettere la visione delle opere è qui non solo cornice di una rappresentazione ma assurge al ruolo di opera dotata di espressività autonoma. Una cascata di abiti appesi e volutamente esibiti a rovescio ti accolgono a piano terra (foto di copertina), le opere fotografiche quasi tutte nelle sale laterali esposte su fondo rosso immanente. Al secondo piano armadi/scatole, sempre provenienti dalla Fenice, contengono alcune foto quasi nascoste e all’ultimo livello delle «americane» in legno rappresentano se stesse. L’ordine delle cose è ribaltato e con esso l’onere della prova che l’allestimento sia al servizio delle opere. È l’allestimento a essere punteggiato di opere in un meraviglioso contenitore che, colmo di storia del Novecento, guarda attraverso tre occhi la Venezia immortale e senza tempo.

Sospeso nel tempo è anche il negozio voluto da Adriano Olivetti nel 1957 e affidato al disegno di Carlo Scarpa per entrare nei libri di storia. Meritoriamente restaurato dalle Assicurazioni Generali, è ora gestito dal FAI (Fondo per l’ambiente italiano) che ne mantiene l’aspetto e l’esposizione originari. Museo di se stesso, il negozio ora ospita le foto di Berengo Gardin evidenziando la sua impraticabilità per nuovi usi, anche solo quello di contenitore. Ne risulta uno strano iato fra le antiche macchine da calcolo della fabbrica di Ivrea, reperti di un’epoca che sembra preistorica, e l’opera fotografica che sembra francamente intrusa. Due estremi opposti che impongono una riflessione sull’uso del progetto e degli spazi lasciando il dubbio che la somma dei linguaggi, pur di altissimo livello, non produca un risultato convincente dal punto di vista della comunicazione e della fruizione delle opere esposte. D’altronde, la mostra di Berengo Gardin era pensata per essere presentata a palazzo Ducale, sede poi negata dal sindaco di Venezia.

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