Scenografia d’autore per le statue stele della Lunigiana

by • 10 novembre 2015 • Mosaico, Patrimonio, Progetti1608

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Riaperto il Museo delle statue stele nel castello medievale di Pontremoli: restauro e nuovo allestimento, con spazi raddoppiati, a firma di Guido Canali

 

PONTREMOLI (MASSA CARRARA). Il 27 giugno è stato riaperto al pubblico il Museo delle statue stele lunigianesi Augusto Cesare Ambrosi, situato all’interno del castello medievale del Piagnaro, ubicato sulla sommità del centro storico. Le statue stele sono reperti di età preistorica in pietra arenaria che raffigurano, in maniera stilizzata, figure antropomorfe maschili e femminili originariamente ubicate nel territorio lunigiano con una visione ieratica. Si tratta di un museo molto particolare, sia per il contenuto che per la fonte della collezione, legata direttamente alla passione dei lunigiani verso la propria terra, senza mecenati ma grazie a un lavoro di «ricerca territoriale».

L’intervento, iniziato nel 2011 grazie al finanziamento di Regione e Provincia (1,4 milioni), raddoppia l’allestimento del 1975 che occupava il primo piano dell’edificio e lo rende totalmente accessibile, considerando anche il progetto di un accesso al castello tramite un ascensore dal Borgo san Nicolò. Il progetto di Guido Canali rivela un forte carico emozionale, non solo per la natura del contenuto ma anche per la volontà d’istituire un contrasto materico tra il modellato fine delle stele e la materia grezza delle pareti, oltre a un sapiente gioco di luce radente che enfatizza il fascino di questi monumenti delle civiltà preistoriche e protostoriche vissute nell’area lunigianese dal III millennio a.C. al VI sec. a.C. «Quella del museo», spiega Canali, «è stata un’avventura molto piacevole; l’occasione per dare una nuova disposizione ai reperti, considerevolmente aumentati rispetto allo storico allestimento pensato nel 1975 dal fondatore Ambrosi, ma anche un’opportunità per svelare luoghi del castello prima totalmente inaccessibili, perché utilizzati come depositi».
I reperti sono di tre tipi, ognuno corrispondente a epoche diverse e con forme e lavorazioni ben distinte. Le stele del tipo A sono più compatte con la testa e il corpo a formare un unico elemento; nel tipo B la testa si distacca dal corpo formando una tipica testa lunata (cosiddetta a cappello di carabiniere) che nell’insieme simboleggia un pugnale con l’intento di avvertimento; il tipo C è normalmente scolpito su vecchie stele trasformandole smussando gli angoli e inserendo delle scritte (in quanto a volte venivano usati nelle tombe dei guerrieri)».

Rispetto all’allestimento precedente le opere sono ora completamente esposte, così da vederle nella loro totalità e apprezzandone le differenze di lavorazione. Difatti nel 1975 erano infisse in una specie di aiuola all’interno delle stanze, a memoria della loro ubicazione originaria, che tuttavia non permetteva una visione completa del reperto. Ora invece le stele vengono rese totalmente visibili, montate su sottili fusti metallici e sollevate alla base, per non togliere nulla alla pregnanza delle figure – un principio espositivo usato da Canali anche nell’allestimento del museo del Duomo a Milano. Laddove invece i reperti presentano solo le teste, queste sono appese sulle pareti creando giochi di luce che simulano l’ingombro del corpo. In particolare, uno degli ambienti più suggestivi del rinnovato museo è il piano terreno, caratterizzato dall’ampia manica medievale ora restaurata, in cui sono state disposte la maggior parte delle stele del gruppo A e B, ovvero quelle più antiche. Al primo piano, invece, sono ospitate le stele più recenti (gruppo C), oltre al materiale multimediale, ai video e alle sale di approfondimento dedicate ai luoghi dei ritrovamenti.
Il percorso è organizzato in senso cronologico. Ad accogliere i visitatori la Casola, una delle stele più famose, appartenente al gruppo più antico (ritrovata nel 1964 in una scarpata della strada 445 della Garfagnana). In seguito, l’itinerario distribuisce su due piani ben 40 pezzi, tra cui il gruppo di Groppoli, ritrovato in successione nei primi anni 2000 e musealizzato per la prima volta. Il pavimento del percorso espositivo è sopraelevato rispetto all’originale, così da utilizzare il cavedio sottostante per il passaggio degli impianti e per una migliore manutenzione. Si tratta di un tavolato ligneo che evoca quello dei cantieri e presenta un interessante contrasto tra il grigio delle pietre delle pareti e il colore caldo del percorso: un principio che ritorna in altre opere di Canali, ad esempio in Santa Maria della Scala a Siena.


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