Expo exhibits/2 Ode alle code

by • 30 ottobre 2015 • Città e Territorio1484

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Alessandro Colombo risponde a Luca Gibello: la coda fa parte della festa, magia dell’Expo

 

Da più parti si fa notare che il tempo record di attesa al Padiglione del Giappone, 10 ore,  sia arrivato molto vicino alla durata di un volo per Tokyo, meglio se sprofondati in una comoda poltrona di un Executive osservano dai salotti buoni ove sembra non si abbia molta dimestichezza con le Esposizioni universali. Il parterre organizzato per le code al padiglione della Cina nel 2010 a Shanghai assomigliava molto al casello di Melegnano dell’Autostrada del sole. La gente attendeva anche un giorno intero per essere ammessa alla visita. Per regolare l’afflusso a quello italiano dovette intervenire finanche la forza pubblica. Stoica resistenza cinese allora? Follia italica oggi? Forse semplicemente la magia delle Esposizioni universali che si è ripetuta qui a Milano negli ultimi sei mesi.

Fenomeno tutt’altro che scontato, ne sanno qualcosa ad Hannover, la magia consiste nel permettere al pubblico un viaggio “reale” nei paesi di tutto il mondo. Chi attende in coda davanti al padiglione del sol levante con buona probabilità non avrà mai la possibilità di prendere un volo per Tokyo, fosse anche in classe economica. Per lui la chance di andare in Giappone è quella che sta vivendo in coda. Ed è un’emozione vera, un’esperienza reale, a dispetto del mondo virtuale che viaggia sulla rete. Anzi, i social si nutrono di foto dalle code a celebrare un rito collettivo che nel nostro paese è anche una dimostrazione di civismo forse non così comune. La gente è accorsa convinta da un luogo sicuro e pulito dove fosse possibile “viaggiare” fra i paesi del mondo e vivere tutti insieme in una grande festa. È forse poco? No, è moltissimo ed è anche buona parte di ciò che vorremmo trovare nelle nostre città e cerchiamo spesso invano.

Forse l’Albero della vita non sarà la tour Eiffel del terzo millennio, forse gli allestimenti non saranno tutti degni di esegesi nei nostri corsi universitari – alcuni sì invero- ma ci resterà nel cuore il ragazzino che l’ultimo giorno dell’Expo, trangugiando trafelato un falafel al bistrot di Israele, diceva al padre “bella la Corea e mica male la Polonia” orgoglioso di un “viaggio” che, per lui come per svariati altri milioni di persone, è ben valso una coda.

 

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